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23 marzo 2021 2 23 /03 /marzo /2021 00:01

"Napolitudine" è una stupenda canzone scritta e cantata da Federico Salvatore per l'album "Il mago si Azz" del 1996. Nel brano, l'autore, veste i panni di un Pulcinella, maschera simbolo di Napoli, che emigrato dal suo luogo di nascita, corre al capezzale della sua città per assisterla nel periodo forse più cupo della sua gloriosa storia. Parafrasando Eduardo De Filippo, Salvatore canta "...adda passà 'a nuttata..." riferendosi all'escalation di avvenimenti negativi che ha caratterizzato l'ultimo decennio di Napoli e del meridione italiano costingendo quasi la propria gente ad abbandonare quei luoghi amati per cercare fortuna altrove. Criminalità organizzata, disoccupazione, assenza dello Stato e dell'amministrazione locale sono alcune delle principali cause che hanno portato al declinio di una città che è sempre stato un vanto per la nazione e che, probabilmente, per lo stesso motivo è stata colpita dagli stessi "fratelli" italiani. Come sappiamo la storia si ripete e come successo con la farsa dell'unità di Italia ben descritta dallo stesso Salvatore ne "Il monumento" o da Eddy Napoli ne "Malaunità", anche stavolta, a subire è il Sud. Ma tralasciando colpe che non è facile attribuire con precisione, Federico, vuole con questa canzone appellarsi dapprima ai napoletani chiedendo di stare vicini alla propria terra rispolverando quei valori e quei sentimenti che sono propri dei natii di questi luoghi e dando così modo alle bellezze uniche di Napoli di rifiorire a nuova vita. Da luogo ricco e fulcro del Regno delle Sue Sicilie, Napoli, ha attraversato momenti più o meno bui ma si è sempre rialzata grazie allo splendore dei propri luoghi ed alla tenacia del proprio popolo a cui Federico, schierandosi in prima fila a difesa della propria terra, chiede ancora uno sforzo. Da profondo conoscitore della storia di Napoli, Federico Salvatore, ha più volte espresso i musica i propri pensieri sulla città: dalla suddetta canzone, arrivata in anni in cui l'artista si dedicava per lo più ad una musica demenziale, passando per lo spartiacque della sua carriera "Se io fossi San Gennaro" fino al brano che anticipa il proissimo disco, tutto in dialetto napoletano, "Napocalisse". I tutte queste canzoni e non solo, il cantautore, ha sempre difeso la sua città pur rimarcando in prima persona le cose che non vanno criticando anche con parole forti, ma non strumentalizzate come farebbe chi non ama questi luoghi, le problematiche che stanno affossando questa stupenda città ricca di storia e di bellezze naturali. Non critche, quindi, fine a se stesse o con il solo scopo di denigrare queste realtà bensì critiche costruttive ed appelli accorati e realmente sentiti da un vero napoletano che ama, come pochi, la sua città. 

 

 

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Federico Salvatore

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22 marzo 2021 1 22 /03 /marzo /2021 00:01

"Sei volata via" è un brano molto bello che Ron, Rosalino Cellamare all'anagrafe, incise nel 2001 per l'album "Cuori di vetro". La canzone è stata scritta da Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti con la collaborazione di Rosalba Grillo e rientra in un album fortunato ove Ron decide di interpretare vari brani di altri celebri autori come Jovanotti ma anche come Francesco De Gregori, Renato Zero, Gianluca Grignani e Carmen Consoli. L'album arriva un anno dopo le celebrazioni dei trent'anni di carriera di Ron ed un anno prima dallo storico tour realizzato in compagnia di De Gregori, Pino Daniele e Fiorella Mannoia. Un periodo d'oro, quindi, per Ron che viene impreziosito da questa perla scritta da Jovanotti ma fatta subito sua da Rosalino grazie alla sua abilità interpretativa e comunicativa. Il testo parla di maniera malinconica della scomparsa di una donna o, meglio, della donna della sua vita. La perdita improvvisa della compagna lascia il protagonista in uno stato confusionale dal quale non è facile uscirne quando, di punto in bianco, si perdono quelle certezze e quei punti di riferimento necessari in una esistenza. L'uomo allora prova a ripetere gesti o a ripercorrere strade che lo avevano visto felice in compagnia della sua metà e la cerca in ogni cosa o presenza che gli compare avanti. Ipotizza, ad esempio, lo spirito della compagnia in un gatto che gli attraversa la strada fino a rendersi conto della sua scomparsa. Una situazione triste che, però, viene raccontata con modi pacati e con grande sensibilità da parte degli autori che usano la poesia per trasmettere uno stato d'animo di un uomo che ha perso la sua guida e non si rassegna dinnanzi ad una realtà che non ammette illusioni. Un bellissimo testo per un argomento delicato quanto profondo che necessita della spiccata sensibilità sia degli autori che dell'interprete per essere divulgata nel migliore nei modi e farne un piccolo capolavoro. Non a caso, oggi, il brano rientra tra i cavalli di battaglia di Ron insieme ai suoi tanti successi collezionati in una lunga e ricca carriera discografica. Del brano ne è stata eseguita anche una versione in duetto da Ron e Jovanotti per l'album realizzato a scopo benefico "Ma quando dici amore" del 2005.

 

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21 marzo 2021 7 21 /03 /marzo /2021 00:01

"L'avvelenata" è una delle canzoni più note del cantautore Francesco Guccini ed anche una delle più discusse della sua folta discografia. Il brano inciso nell'album "Via Paolo Fabbri 43" del 1976 si presenta come un attacco sarcastico più che rabbioso verso un certo modo di intendere la propria espressione di cantautorato e verso tutte quelle persone che giudicano in maniera errata e qualunquista un percorso scelto da un artista più per diletto che per manie da profeta. Guccini, quindi, dedica questa canzone ai soliti benpensanti sempre pronti a fare della demagogia per stroncare chi esprime, attraverso l'arte, un qualcosa di diverso da ciò che è politicamente corretto mettendo in discussione la sua scelta di fare il cantautore. L'artista, come spiega anche nel brano, ha scelto questa strada per la pure passione di scrivere canzoni e di divertirsi tra un bicchier di vino e le note di una chitarra rifiutando anche i buoni consigli dei genitori che gli indicavano un percorso più sicuro per il suo futuro. La sua scelta di preferire il percorso musicale gli ha consegnato accuse di arrivismo e tante critiche spesso fuoriluogo per chi ha sempre detto che con le canzoni non si fanno rivoluzioni nè poesia. Attacchi gratuti spesso provenienti da personaggi di dubbia professionalità come alcuni critici musicali o militanti politici. Proprio un critico musicale è citato da Guccini nel brano ovvero Riccardo Bertoncelli che nel 1974 aveva letteralmente stroncato l'album "Stanze di vita quotidiana" attraverso la propria recensione sulla rivista "Gong". In seguito, il giornalista, venne a sapere che Guccini cantava una nuova canzone nei concerti in cui lo citava ed era proprio "L'avvelenata". Inoltre, lo stesso artista, rilasciò una dichiarazione che sottolineava la scarsa conoscenza di Bertoncelli. Il giornalista, quindi, propose a Guccini un incontro dove si conobbero e dove trovarono anche diversi interessi comuni. Guccini, non avendo ancora inciso il brano, si offre di eliminare il suo nome dal testo ma il critico declina la proposta. Il cantautore, tra l'altro, non vorrebbe pubblicare il brano considerandolo solo uno sfogo da concerto ma visto l'amore del pubblico verso questa canzone la inciderà dopo pochi mesi. Bertoncelli, inoltre, molti anni dopo dichiarerà il suo errore chiarendo che all'epoca era abitudine dei critici insegnare agli artisti ciò che dovevano fare o essere ed anche lui eccedette in superbia. I due sono rimasti amici al punto che Bertoncelli ha manifestato il proprio disappunto quando, in alcune occasioni live, Guccini ha sostituito il suo nome nel testo con quello di Berlusconi. A parte però questa storia, nella canzone, Guccini non evita di sottolineare anche il comportamento sbagliato di alcuni colleghi cantautori ispirati dal solo Dio danaro. Guccini, infatti, con questo brano esprime proprio il suo distacco dal lato commerciale della musica chiarendo di voler cantare ciò che gli pare quando ne ha voglia invitando, chi cerca altro, a non comprare i propri dischi perchè niente e nessuno gli farà svestire i panni di cantautore. Queste parole erano della metà degli anni '70 mentre oggi Guccini, per sua libera scelta, ha deciso davvero di svestire quei panni regalando il suo ultimo disco prima di concedarsi da una lunga carriera ricca di successi e soddisfazioni. Per la cronaca, l'album contente la suddetta canzone è considerato dalla rivista Rolling Stone il 29esimo disco italiano più bello di sempre. "L'avvelenata", inoltre, è stata oggetto di diverse cover tra cui quelle realizzate da i Folkabbestia insieme a Franco Battiato, Luca Carboni, Morgan e J-Ax.

   
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20 marzo 2021 6 20 /03 /marzo /2021 00:01

"Fiori d'arancio" è un brano di  Carmen Consoli del 2002 ed inserito nell'album "L'eccezione", settimo lavoro discografico della cantautrice catanese. L'intero album ha il marchio evidente delle sua terra, la Sicilia. Infatti nelle canzoni oltre a venir citati luoghi del territorio siculo come Aci Trezza parlando dei pescatori in "Pioggia d'aprile" vengono espresse storie di personaggi malinconici o tristi. Sono trattati, dunque, temi come la malattia, la depressione o la solitudine. Ci sono, inoltre, personaggi pirandelliani protagonisti di episodi grotteschi proprio come in "Fiori d'arancio" dove una sposa viene abbandonata sull'altare ad aspettare uno sposo che non arriverà mai. Scritta dalla stessa "cantantessa", così è chiamata anche la Consoli, la canzone, vuole essere una metafora dell'abbandono. "Nello scriverla - dichiara l'artista - ho pensato ad una famiglia siciliana, al fatto che la famiglia della sposa si occupa di costi, ma è anche tesoriera della dignità e dell'orgoglio. Una donna che aspetta all'altare - continua la Consoli - fatto di per sè già strano, è di per sè uno scandalo. C'è tristezza perchè restano i fiori e il prete, mentre il padre prevede un triste futuro con la figlia da maritare e i regali da restituire. Ma chi pensa alla tristezza della ragazza - conclude l'autrice - ,che ascolta invece la marcia nunziale?". Una situazione insolita resa ancor più forte dall'atmosfera data dalla locazione geografica dell'avvenimento e, quindi, in una realtà come quella della Sicilia in cui il rispetto e l'onore sono alla base dei rapporti sociali. Una immagine che viene colta anche nel videoclip diretto da Davide Marengo e realizzato in bianco e nero dove si vede Carmen Consoli vestita da sposa raggiungere la chiesa in autobus per poi aspettare invano lo sposo sulle scale della stessa e si conclude con l'ingresso in un'altra chiesa della Consoli presa per braccio da un'altra aspirante sposa che, a sua volta, abbandona il proprio sposo. Una storia particolare e suggestiva raccontata con le inusuali espressioni linguistiche che hanno reso unico lo stile della cantantessa e che la distinguono dalla massa oltre al grande talento canoro e, soprattutto, autoriale. Un artista, quindi, mai banale che riesce sempre a sorprendere ad ogni nuovo lavoro e che ottiene sempre i favori del pubblico oltre che della critica del settore.

 

 

 


 

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Carmen Consoli

 

 

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19 marzo 2021 5 19 /03 /marzo /2021 00:01

"Fotormomanza" è una canzone di  Gianna Nannini del 1984 e pubblicata nell'album "Puzzle". Il brano colpì subito sia per la grinta espressa dall'artista senense sia per l'ironico sguardo ai comportamenti e, soprattutto, alle definizioni usate nei rapporti di coppia del quale si occupa nel testo. La Nannini vince il Festivalbar ed il singolo fu uno dei più venduti dell'anno. Famosa molto di più in Germania, fino ad allora, la rocker toscana inizia proprio con questa canzone a vendere in maniera importante anche in Italia facendosi apprezzare dal grande pubblico. Al contrario proprio "Fotoromanza" non venne accolta benissimo in Germania per la celebre frase "Questo amore è una camera a gas..." che poteva rimandare alle tristi vicende dei campi di concentramento. Nel nostro Paese, invece, il pezzo va forte e questo neologismo creato dalla Nannini che unisce il fotoromanzo alla romanza melodica da l'idea delle intenzioni con le quali l'artista vuole trattare l'argomento. Le smielate dichiarazioni d'amore o le eccessive cupe immagini che ricorrono alle prime difficoltà sono gli aspetti che la Nannini intende sottolineare con una ironia tutta toscana. Grazie a questo disco venne rivalutata, in Italia, anche la produzione precedente dell'artista e diedero la spinta decisiva per la sua gloriosa carriera che la vede ancora sulla cresta dell'onda. Per il testo di "Fotoromanza", la Nannini, si è avvalsa della collaborazione di Raffaella Riva, componente del "Gruppo Italiano" in voga negli anni '80. Il videoclip di questa canzone fu diretto dal grande maestro del cinema italiano Michelangelo Antonioni che volle cimentarsi in questa nuova realtà che stava nascendo. Nel video, il regista romagnolo, rappresentò didascalicamente i versi cantati dalla Nannini concludendo la sequenza con una simulazione di asfissia da parte dei musicisti che rievoca sia la celebre "camera a gas" e sia "il gelato al veleno" che chiude la canzone. Dal punto di vista musicale la Nannini mescola elementi elettronici con spunti di hard rock che appartengono al bagaglio tecnico e stilistico di Gianna. Successivamente poi la Nannini ha riproposto questa stessa canzone in diverse vesti sonore andando dal rock puro al punk e sempre riscuotendo una risposta positiva dal pubblico. Una canzone decisiva, quindi, per la strada artistica della Nannini che ancora oggi non vede fine ma continua ad essere lastricata di successi.

 

 

 


 

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Gianna Nannini

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18 marzo 2021 4 18 /03 /marzo /2021 00:01

"Un'estate al mare" è un brano del 1982 e pubblicata da  Giuni Russo, Giuseppa Romeo all'anagrafe, nel 45 giri che contiene anche "Bing Bang Being". La canzone, interpretata dalla cantante palermitana scomparsa prematuramente nel settembre del 2004 all'età di 53 anni, è stata scritta da  Franco Battiato che ha collaborato a sua volta con Giusto Pio per ciò che riguarda la musica. Il brano fu subito un successo ed ancora oggi è una delle più ricorrenti in tema di vacanze e di mare. In quanto alla Russo è sicuramente il brano più noto della sua discografia ed anche quello che ha avuto un maggior riscontro commerciale. Del brano esiste anche una versione spagnola dal titolo "Unas vacanciones" che fu affidato a Paloma San Basilio dopo che la stessa Giuni Russo si rifiutò di interpretarla poichè la traduzione aveva completamente stravolto, a suo dire, il senso della canzone. Del brano originale esistono sul mercato ben nove verisoni pubblicate tra il 1982 ed il 2006 e, quindi, dal vinile al cd. Ci sono, quindi, i più disparati remixaggi che hanno riscosso nel corso degli anni tanto successo e trovando spazio sia nelle balere che nelle più moderne discoteche. In quanto a Giuni Russo, prima di questo brano, aveva ottenuto già dei piccoli successi ed un principio di notorietà attraverso la collaborazione con Cristiano Malgioglio ma decisivo per la sua carriera fu l'incontro con Battiato avvenuto nel 1981. Esce, quindi, l'album "Energie" che rappresenta al meglio le capacità vocali ed espressive dell'artista siciliana soprattutto in branoi come "Una vipera sarò" o "L'addio". Poi arriva il grande botto con "Un'estate al mare" con la quale vince la sezione Disco Verde del Festivalbar ed ottiene il disco d'oro per le vendite. Nello stesso anno viene premiata come rivelazione dell'anno dal referendum popolare "Vota la voce" indetto dalla rivista "TV Sorrisi e Canzoni". Con lo stesso gruppo di autori, in seguito, la Russo metterà anche il suo supporto nella scrittura dei testi e sceglie una linea raffinata anche se in continua lotta con la produttrice Caterina Caselli che la obbliga quasi a seguire una linea più frivola per sfruttare l'onda commerciale del suo successo. Nascono, quindi, incomprensioni con la casa discografica fino alla rottura definitiva che la porta a problemi ben più gravi perchè il proprietario della "CGD" possedeva anche l'"AFI", ovvero l'associazione di tutti i discografici italiani. Giuni si affida, dunque, ad una casa discografica minore la "Bubble Record", l'unica etichetta disposta a metterla sotto contratto. Nonostante le difficoltà il suo talento esce ancora fuori collezionando tanti altri successi ed ottenendo sempre un riscontro positivo di un pubblico che non l'ha mai abbandonata fino al 2004 quando muore nella sua casa di Milano. Dopo la morte tante sono state le pubblicazioni e le manifestazioni tenute in suo omaggio nel ricordo di un'artista che non si è mai voluta piegare alle leggi del mercato ed ha sempre seguito il proprio istinto artistico e, proprio per questo, è stata tanto amata ed apprezzata dalla gente comune.   

 

 

 


 

 

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Franco Battiato

Giuni Russo

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17 marzo 2021 3 17 /03 /marzo /2021 00:01

Nel 1996 Federico Salvatore si presenta al 46° Festival di Sanremo con "Sulla porta", brano scritto in collaborazione con  Giancarlo Bigazzi e Giuseppe Dati e pubblicato all'interno dell'album "Il mago di Azz". Conosciuto all'epoca come fenomeno televisivo attraverso il suo cabaret e la musica demenziale presentata soprattutto al "Maurizio Costanzo Show", Federico, in quella occasione, spiazza tutti, presentendo un brano serio dal testo profonodo e dalla tematica alquanto azzardata per una manifestione nazional-popolare come il Festival di Sanremo. Infatti, molto prima delle discusse partecipazioni di Giuseppe Povia o di Anna Tatangelo, Federico Salvatore ebbe già nel 1996 il coraggio di trattare al Festival il tema dell'omossessualità e, per tale ragione venne anche censurato dalla Rai con la strofa che in originale dice :"Sono un diverso, un omosessuale" mentre al Festival sarà :"Sono un diverso e questo ti fa male". "Sulla porta", infatti parla di un figlio che confessa ad una madre, già consapevole ma poco incline ad assecondarlo, la sua reale natura sessuale. Il ragazzo protagonista della canzone ricorda alla madre tutti gli espedienti utilizzati dalla stessa per nascondere agli occhi della gente l'omossessualità del figlio e si libera urlando tutta la sua soddisfazione e la sua voglia di far sapere a tutti la sua natura sull'uscio della porta in modo che anche i vicini possano sentire e per concludere questo chiarimento con l'abbandono definitivo del tetto familiare e, soprattutto, dalla madre che, in effetti, è lei a chiudere la porta in faccia al figlio in seguito alla confessione dichiarandosi ormai morta ai suoi occhi. Inoltre, nel testo, il ragazzo trovando la forza per liberarsi ricorda momenti della sua adolescenza e stralci di una vita serena con la madre ben sapendo che dopo questa confessione, vista dalla madre come un tradimento, non torneranno più. Poi il protagonista racconta delle esperienze che lo hanno portato a capire la sua natura ricordando la prima carezza verso un ragazzo avvenuta in un pomeriggio di studio e le sue sensazioni di piacere miste a sofferenze, ma ricorda anche quando da bambino, orgoglioso della propria madre, si truccava per assomigliarle. Non mancano esperienze con le donne ma, ogni volta ritornava al suo segreto come un lupo nella tana. Il ragazzo, quindi, in questa aspra confessione a cuore aperto concessa alla madre prima di raggiungere l'auto dove un ragazzo con il quale prospetta di rifarsi una vita lo sta aspettando, rimprovera la donna di aver tappato i propri sogni e la propria natura cercando nel figlio un perfetto esempio della media borghesia, con un posto fisso ed una carriera promettente senza scandali o comportamenti immorali. Ma è proprio in questo comportamento della madre che il ragazzo vede una falsa morale dettata solo dall'ipocrisia e ne ha la conferma quando la donna non accetta di perdonare il giovane per la sua scelta ma continua a gettare sale sulle sue ferite negandogli ogni tipo di sostegno e sbattendogli la porta in faccia. Un brano intenso che a Sanremo si piazzerà solo tredicesimo ma darà il via ad una svolta artistica di Federico Salvatore che inizierà, soprattutto dal successivo album, a mettere da parte il cabaret e a mostrare tutto il suo straordinario talento da vero e raffinato cantautore. Inoltre, da questo brano, come detto censurato dalla Rai, inizia anche il suo rapporto difficile con i media dinnanzi ai quali non si è mai prostrato ma ha sempre seguito la propria strada rendendo conto solo al suo pensiero ed alla sua grande arte fino alla quasi totale esclusione dalle televisioni nazionali in seguito alla ennesima prova ardita realizzata con la presentazione in diretta della sua canzone-verità su Napoli intitolata "Se io fossi San Gennaro" che gli ha dato la consacrazione e l'acceso definitivo nella schiera dei grandi cantautori italiani.

 

 

 


 

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Federico Salvatore

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Giuseppe Povia

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16 marzo 2021 2 16 /03 /marzo /2021 00:01

"La verità" è un brano presentato al Festival di Sanremo del 2010 da  Giuseppe Povia e scritto dallo stesso cantuautore milanese. La canzone pubblicata poi nell'album "Scacco matto" suscitò tantissime polemiche prima ancora di essere eseguita. Infatti, la sola ammissione al Festival di un brano da tale tematica fece scalpore soprattutto negli ambienti ecclesiastici ma anche tra la gente comune che si divise sulla questione. C'era chi condivideva la scelta di sensibilizzare il vasto pubblico di Sanremo su di un tema tanto importante e chi, invece, vedeva nella canzone solo una operazione commerciale e, quindi, una strumentalizzazione a scopo di lucro del nome di Eluana Englaro. Si, infatti, è proprio ad Eluana che il brano è dedicato e nella versione originale ci sono chiari riferimenti sia nel titolo che era "La verità (Eluana)" che nella parte conclusiva che come firma della lettera descritta nella canzone portava "la vostra bambina Eluana..." e venne poi modificata dall'autore in "la vostra bambina per sempre...". Una lettera, quindi, dove Eluana ringrazierebbe i genitori della scelta fatta raccontando che ora è davvero libera di volare e di giocare. Eluana, per la cronaca, era una ragazza rimasta in stato vegetativo per oltre diciassette anni in seguito ad un incidente a cui venne sospesa la nutrizione artificiale per volere dei genitori e per tale ragione morì di morte naturale. Tale caso divise la questione pubblica nel 2009 sull'eutanasia e Povia da osservatore della realtà decise di scriverne una canzone che potesse far riflettere sulla cosa un po' come facevano i grandi maestri del cantautorato italiano negli anni '70. Le critiche, come detto, furono tante e provenivano soprattutto dal mondo clericale che giudicava inopportuna la partecipazione al Festival di una canzone che inneggiava l'eutanasia. Povia rispose alle critiche chiarendo che per scrivere di Eluana aveva chiesto il consenso al padre Beppino il quale dichiarò di: "non bloccare gli artisti". Inoltre, più che un inno all'eutanasia, il brano era una interpretazione del pensiero della ragazza visto da un cantautore comunque capace e profondo. Ovviamente il pensiero di Eluana non lo si può conoscere ma Povia ne ha dato una possibile versione che resta comunque sempre una canzone e per tale motivo ha rimosso ogni riferimento chiaro ad Eluana già dalla prima esecuzione. C'è da evidenziare, inoltre, l'interpretazione eseguita al Festival nella serata dei duetti con Marco Masini che, come sempre, ha dato il suo appoggio sia interpretativo che emotivo ad un testo sicuramente già di per se conivolgente e toccante.

 

 

 


 

 

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Giuseppe Povia

Marco Masini

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15 marzo 2021 1 15 /03 /marzo /2021 00:01

"L'eroe" è un brano di Nino D'Angelo, Gaetano all'anagrafe, pubblicato nell'album "Il ragù con la guerra" del 2005. Scritta dallo stesso cantautore napoletano, la canzone parla del dramma di un ragazzo morto in guerra e di quella dei propri cari con un occhio particolare verso la madre del giovane. Con la parola eroe, D'Angelo, vuole rappresentare la definizione che viene spesso utilizzata in questi casi da parte degli uomini del potere appartenenti ad uno Stato assente che non offre possibilità ai ragazzi di crearsi un futuro e che, talvolta, scelgono come ultima spiaggia di entrare a far parte dell'esercito o di un qualsivoglia corpo dell'arma. In altri casi, come quello descritto nella canzone, la scelta di arroluorsi è volontaria ed è spinta da un senso di appartenenza alla Patria che lo stesso Stato però non sa ricambiare non offrendo loro le condizioni ideali per svolgere le proprie missioni e mettendo spesso in pericolo la vita degli stessi che va ad assumere, per i governi, un valore molto vicino allo zero. L'assenza dello Stato viene poi nascosta da quelle finte apparizioni fatte di tanta ipocrisia in occasione dei funerali di questi giovani dove rincuorano con parole di rito e discorsi al vento le famiglie dei caduti che, invece, vorrebbero da loro delle spiegazioni e dei perchè sono costretti ora a piangere la morte del loro figlio che viene sostituito da delle foto e da una fredda medaglia all'onore più falsa di chi la consegna. Una situazione espressa in maniera eccellente dalle parole di D'Angelo che si immedesima nella figura dei familiari del ragazzo e racconta la scena rappresentando la patetica presenza degli uomini del potere che inneggiano al valore della Patria e innalzano le bandiere tricolori su di una terra, in questo come in molti casi del sud, spesso dimenticata dallo stesso Stato. D'Angelo chiude il brano ricordando l'assurdità delle guerre volute dallo Stato, magari per soddisfare le aspettative di altri Paesi nel gioco dei potenti, che provocano queste situazioni drammatiche che non possono essere giustificate in nessun modo e nè si può accettare che la vita di un ragazzo abbia lo stesso valore di un pezzo di carta permettendo, dopo falsi proclami, che ciò si ripeta puntualmente. Un brano profondo e significativo che il cantautore nato a San Pietro a Patierno a voluto scrivere per racchiudere il pensiero di gran del popolo che, in queste come in altre vicende legate al potere, non ha alcuna voce in capitolo. Questo, infatti, è proprio uno dei motivi che spinge D'Angelo a fare questo mestiere e, lo stesso artista ha più volte sottolineato, anche nel sottofondo musicale di chiusura di questo brano, questo aspetto fondamentale della musica che riesce a dare una voce a chi non può parlare e che riesce ad entrare negli occhi di chi non può guardare. L'ennesima prova, quindi, della maturazione di un'artista che, soprattutto nella seconda fase della sua carriera, ha saputo sempre proporre testi profondi e mai banali confermandosi tra le realtà più belle e particolari della nostra musica popolare.

 

 

 


 

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Nino D'Angelo

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14 marzo 2021 7 14 /03 /marzo /2021 00:01

"Vattene amore" è una delle canzoni più note della musica italiana ed è stata presentata al Festival di Sanremo del 1990 da  Amedeo Minghi, coautore del brano insieme a Pasquale Panella ed Augusto Martelli, in duetto con Mietta, Daniela Miglietta all'anagrafe, vincitrice l'anno precedente nella categoria "Nuove Proposte" con il brano "Canzoni" scritto dagli stessi autori di "Vattene amore". Oltre al singolo, il brano sarà inserito nell'album di Minghi "Amedeo Minghi in concerto" in una versione piano e voce senza Mietta che la pubblica a sua volta nell'album "Canzoni". La canzone dal testo apperentemente nonsense gira su di una storia d'amore resa difficile dalla lontananza dovuta ai numerosi viaggi di lui ma ciò che ha reso celebre questo brano è sicuramente il ritornello ed, in particolare, i due vezzeggiativi usati dai due amanti come nomignoli intimi e cioè "trottolino amoroso" e "dudù dadadà" che entrarono sin da subito nel vortice mediatico essendo spesso citati ogni qualvolta si intendeva parlare dei comportamenti e dei linguaggi eccessivamente sdolcinati e quasi ridicoli utilizzati dagli innamorati nei rapporti di coppia. La canzone a Sanremo si classifica terza e vince il premio assegnato dal fan club internazionale dell'Eurovision Song Contest OGAE. Ma sarà dopo il Festival che il brano otterrà i maggiori successi arrivando ad essere il secondo singolo più venduto dell'anno dietro solo al brano composto in occasione dei mondiali di calcio in Italia "Un'estate italiana" della coppia composta da Edoardo Bennato e Gianna Nannini. Nonostante non abbia avuto una diffusione internazionale, "Vattene amore" gode di fama anche oltre i confini nazionali essendo molto famosa, in particolare, in Francia, Argentina e Thailandia. Durante il Festival Nikka Costa ne fece una versione inglese intitolata "All for the Love". La melodia accattivante e semplice ed il tema amoroso fanno di questa canzone una delle più conosciute nel mondo della nostra musica. Il video del brano è stato diretto da Francesco Abbondati e fotografato da Davide Mancori e vede i due artisti in momenti di vita quotidiana in una lussuosa dimora che sarebbe il Castello San Mezzano Incisa Val d'Arno a Firenze. Un successo travolgente, quindi, che però non contraddistingue particolarmente lo stile solito di Minghi, un autore che ha sempre fatto prevalere la qualità alla concezione commerciale della musica per tutta la sua lunga e ricca carriera artistica. Per Mietta, invece, questo brano è stato il giusto trampolino di lancio per farsi conoscere ed apprezzare grazie al suo talento vocale dal grande pubblico.  

 

 

 


 

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Amedeo Minghi

Edoardo Bennato

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Mietta

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