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"Ogni giorno racconto la favola mia,

la racconto ogni giorno, chiunque tu sia

e mi vesto di sogno per darti se vuoi,

l'illusione di un bimbo che gioca agli eroi..."

 

Renato Zero- La favola mia

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17 agosto 2021 2 17 /08 /agosto /2021 23:01

E' 1999 quando Enzo Gragnaniello scrive "Alberi", una vera e propria invocazione alle radici che non sono altro che la chiave per trovare la propria identità e tornare liberi. Il cantautore decide di presentare questo brano sul palco dell'Ariston partecipando al 49° Festival di Sanremo scegliendo di accompagnarsi con una delle voci più raffinate della musica italiana e cioè  Ornella Vanoni che, da milanese, si cimenterà anche nel dialetto napoletano. Le due voci, molto differenti, creano un mix unico ed affascinante ed i famosi gorgheggi di Gragnaniello danno quel tocco in più dal punto di vista sonoro ed interpretativo che innalzano, artisticamente parlando, lo spessore dell'esibizione. Ovviamente il tutto funziona poihcè alla base c'è un testo di ottima fattura, in pieno stile Gragnaniello. A Sanremo, la canzone, risulta una delle più acclamate riscontrando i favori del pubblico e della critica ed arrivando quarta ad un passo dal podio. La qualità della canzone, però, non fa esaurire il suo successo con la fine del Festival ma vivrà di vita propria fino ai nostri giorni. Il brano, infatti, è classificabile tra le perle migliori della discografia di Gragnaniello che pur presenta tantissimi lavori di qualità assoluta sia dal punto di vista musicale che in quanto a testi come la storica  "Cu 'mme". Tante sono state, infatti, le collaborazioni eccellenti come con Roberto Murolo, Mia Martini, Pino Daniele, Tullio De Piscopo o James Senese. Tornando al brano, Gragnaniello usa la metafora più diretta per parlare di radici e, quindi, degli alberi: immedesimandosi negli stessi riesce ad esprimere le sensazioni di esseri viventi in determinate situazioni che hanno come centralità il legame con la terra e la vita rappresentata sia dalla protezione dalla pioggia concessa dai frutti e sia dal taglio delle radici che gli provocano ferite e gli portano via luce ed affetti facendoli ritrovare soli e lontani. Da foglie al vento, invece, è espressa l'agognato ritorno alla libertà. "Aridi e senza una terra siamo poveri...senza più radici noi non siamo liberi...liberi di fare sogni e di volare via...oltre queste case dove sono gli alberi".

 

 

 

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16 agosto 2021 1 16 /08 /agosto /2021 23:01

"Ma non vorrei vedere mai negli occhi puri di un bambino quanta paura c'ha di noi, anche di me, se mi avvicino...se in quella favola del circo resta un ricordo di violenza, se in quella favola c'è un orco che gli ha rubato l'innocenza". E' questo che Federico Salvatore  si augura nella bellissima canzone "Ali di Fepo" scritta dallo stesso cantautore napoletano e pubblicata nel 2002 all'interno dell'album "L'osceno del villaggio". In questo testo l'artista si dice testimone oculare di avvenimenti fantastici e/o impossibili come l'abbandono di un padrone da parte del proprio cane o un diavolo che prega col crocifisso tra le dita o ancora un cammello che passa la crune di un ago ma si augura di non vedere mai più la cattiveria dell'uomo verso i bambini. L'orco che sparisce dalle favole probabilemente è un'altra visione utopica ma Federico la vede una possibilità di certo non più remota delle altre che espone durante tutto il brano.  Nella canzone si possono ascoltare anche altri riferimenti importanti e altrettando fantasioni come vedere un pentolone per saziare la fame del Terzo Mondo oppure veder cancellare le guerre dai libri di storia. Visioni affascinanti che dimostrano tutto l'estro linguistico e compositovo di questo grande artista che però non accetta di vedere la paura negli occhi dei bambini e la rifiuta immaginando di non dover mai più assistere ad una scena tanto atroce. Un testo davvero bello che non è altro che l'ennesima prova di un artista vero e di una capacità autoriale originale e mai banale che non è così facile trovare nel panorama musicale italiano. Tra l'altro, il genio dell'artista, si evince già dal titolo di questo brano che non è altro che l'anagramma di "pedofilia". Malgrado i media non diano molto spazio a Federico Salvatore in seguito alla vicenda legata alla canzone denuncia  "Se io fossi San Gennaro" questo artista riesce sempre ad emergere grazie alla sua grande qualità ed alla sua umiltà. 

 

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15 agosto 2021 7 15 /08 /agosto /2021 23:01

Nel 1997 Massimo "Max" Pezzali pubblica l'album "La dura legge del gol" dove troviamo "Nessun rimpianto" che è una delle migliori espressioni dello stile di Max e degli 883 che hanno assunto un ruolo importante, non solo dal punto di vista musicale, per una intera generazione. Quando uscì questa canzone Pezzali portava ancora il nome di 883 insieme ad alcuni musicisti che lo accompagnavano nelle esibizioni avendo concluso la collaborazione con l'altro storico componente "muto" del gruppo Mauro Repetto che nel 1994 ha deciso di dedicarsi ad altro. Pochi anni dopo Pezzali comparirà con il suo nome ed il marchio 883 finirà negli archivi della musica italiana. Lo stile 883, infatti, ha condizionato non poco il modo di fare ed ascoltare musica negli anni '90 lasciando un'impronta netta e facilmente riconoscibile. I loro testi diretti, chiari, espliciti ed una sonorità innovativa hanno invaso il mondo giovanile dell'epoca restando tutt'ora nella memoria di chi ha vissuto quel periodo pur avendo avuto una vita, tutto sommato breve, di circa 4 anni. Gli 883, infatti, sono nati nel 1991 grazie all'occhio lungo di Claudio Cecchetto anche se avevano già provato ad emergere due anni prima sotto il nome di "I Pop". "Nessun rimpianto", pur non essendo un brano del primo periodo degli 883, mantiene quelle caratteristiche musicali e linguistiche che sono sempre figlie della stessa penna e cioè quella di Pezzali che è sempre stato, fin dall'inizio, l'autore principale delle canzoni. Uno stile, quindi, particolarissimo e non paragonabile a nessun altro. Non si parla di De Andrp ne di chissà quale altro cantautore italiano di altissimo livello ma Pezzali, pur avendo i suoi limiti, riesce a trasmettere dei messaggi in maniera semplice e facilmente interpretabile anche da parte dei più giovani. Una delle parole chiavi della sua storia musicale è, quindi, l'innovazione che insieme allo gergo giovanile spesso utilizzato e alle tematiche trattate hanno reso gli 883 un punto di riferimento importante per tanti giovani. In questa canzone, quindi, si possono riscontrare questi elementi oltre alle problematiche affrontate che fanno riferimento a ciò che si prova quando finisce un rapporto d'amore importante. Spesso il tempo è l'unico rimedio per eliminare ogni ricordo ma, in ogni caso, è fondamentale essere determinati ed avere realmente la volontà di chiudere definitivamente col passato. "...appena prima di dormire mi sembra di sentire il tuo ricordo che mi bussa ma io...non aprirò".

 


 

   

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14 agosto 2021 6 14 /08 /agosto /2021 23:01

"Sputaveleno" è il nuovo brano lanciato dal cantautore napoletano Federico Salvatore che anticipa "Malalengua" il prossimo album dell'artista. Ancora una volta, Salvatore, veste i panni di un Pulcinella moderno per difendere e diffondere la storia e la cultura della nostra città dove, un po' come succede anche altrove, si sta perdendo la coscienza del proprio passato e delle proprie origini. Stavolta l'artista si rivolge, quindi, soprattutto ai giovani invitandoli alla ricerca e alla curiosità verso un glorioso passato fatto sì di contraddizioni e di difficoltà ma anche ricco di un patrimonio storico, poetico, umano e naturale che continua ad essere svilito da una generazione priva di qualsivoglia interesse. In modo, ironico e cinico, senza mai essere banale Federico Salvatore tira le orecchie a questi ragazzi come ogni un buon padre dovrebbe fare con i propri figli e fra accenni di storia e di cultura popolare disegna un nuovo affascinante affresco della Napoli che fu e che si spera non si perde. Nel brano. l'artista, si difende anche da una eventuale accusa di demagogia che, tra l'altro, può arrivare solo da chi non conosce l'artista Federico Salvatore e, soprattutto, l'uomo. Un uomo che ha pagato, proprio per tale affezione verso la sua città, la sua storia ed il suo popolo, il prezzo della visibilità nazionale ( vedi "Se io fossi San Gennaro") che per uno del suo settore è praticamente tutto. Ci sono voluti anni di grande lavoro, di tanta qualità, affinché almeno una stretta cerchia di utenti si accorgesse ancora di lui e per fortuna, oggi, quella cerchia è tornata ad essere ampia come la sua arte merita. Ora, però, ci si aspetta un passo dalle emittenti nazionali, dai tanti ex amici che prima lo hanno sfruttato e poi abbandonato, per restituire all'Italia intera questo patrimonio artistico che non può restare un privilegio per pochi ma deve essere un diritto per tutti. In un mare di banalità e di prodotti commerciali che nulla lasciano è davvero un peccato che gente così, che ha ancora qualcosa da dire venga relegato ad una sorta di oblio mediatico solo per aver fatto luce sulle sciagure che affliggono il nostro paese e Napoli in particolare. Federico, se parla in tal modo, della sua città e della sua gente è perché ha le carte per farlo: una cultura sul nostro passato storico-culturale, un amore viscerale verso il popolo e la tradizione partenopea, una scuola artistica e di vita fatta seguendo le gesta e le anime di gente come De André, Gaber, De FilippoTotò e via discorrendo. Le parole, e talvolta, gli epiteti mirati, studiati, letterali e mai volgari, sono un colpo al cuore per chi vive questa realtà e percepisce che la visione di Salvatore non è altro che una finestra aperta, senza alcuna diplomatica censura, sulla nostra città e sulle nostre coscienze.        

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13 agosto 2021 5 13 /08 /agosto /2021 23:01

"Tu sei l'unica donna per me" è uno dei brani più rappresentativi di Alan Sorrenti ed anche uno dei più fortunati, insieme a "Figli delle stelle", dell'artista napoletano. Scritta ed interpretata da Sorrenti, il brano, viene pubblicato nell'album "L.A. & N.Y." del 1979. Con questo album, e soprattutto con il suddetto brano, Sorrenti bissa il successo di "Figli delle stelle" e premia, quindi, la sua svolta verso la disco-music. L'album risulterà il più venduto dell'anno in Italia e resterà in classifica per ben 22 settimane consecutive di cui 14 al primo posto. La canzone, tradotta anche in inglese, gli valse anche la vittoria al Festivalbar di quell'anno oltre a proiettare l'artista anche verso il suo esordio cinematografico con il film "Figlio delle stelle" diretto da Carlo Vanzina nel 1978. Il testo è una semplice ma convincente dichiarazione d'amore verso una donna a cui, il protagonista, chiede che gli venga ricambiato il suo sentimento. La donna, però, già è presa da quella passione perché anche lei vorrebbe non separarsi mai da quell'uomo. Un testo semplice e diretto aiutato da un ritmo trascinante e dalla particolare timbrica di Sorrenti che ne fanno il successo dell'estate del '79 oltre che un cavallo di battaglia dell'artista per tutta la sua carriera. Il brano, inoltre, è stato oggetto negli anni di diverse cover tra cui quelle di Gianni Morandi, Albano Carrisi, Umberto Tozzi e tanti altri. La canzone, inoltre, ottiene una nuova visibilità negli anni '90 tra le nuove generazioni anche grazie al successo al cinema del film "Il ciclone" di Leonardo Pieraccioni del 1996, in cui, Massimo Ceccherini, in una delle scene dello stesso, cita la canzone cantandone il ritornello. "Tu sei l'unica donna per me" rappresenta, però, anche l'ultimo grande successo commerciale di Sorrenti che dopo, nonostante continui a pubblicare buone cose e provi anche nuovi percorsi musicali, non ripeterà mai più i successi di vendita ottenuti alla fine degli anni '70 anche per colpa di alcuni problemi personali legati alla detenzione e allo spaccio di stupefacenti che lo portano anche all'arresto nel 1983 e ad un distacco, per diversi anni, dalla scena musicale che rappresenterà, in pratica, una brusca frenata alla sua carriera. Ricomparirà a Sanremo nel 1988 per poi continuare con nuovi album e diverse collaborazioni tra qui quella con Jenny B in "Paradiso beach" nel 2003 che riporterà un po' di visibilità all'artista riportandolo sulle atmosfere musicali dei suoi anni migliori.  

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12 agosto 2021 4 12 /08 /agosto /2021 23:01

"El diablo" è uno dei brani più rappresentativi dei Litfiba ed anche l'album con il quale la band si è fatta conoscere al grande pubblico. A dare visibilità a questo album del 1990 è soprattutto il suddetto brano che tra l'ironico e l'aggressivo tratta la presunta logica satanista che accompagna da sempre il genere rock. Piero Pelù, leader del gruppo creato con Ghigo Renzulli, utilizzerà il brano anche nelle sue fasi da solista poichè è un testo che lo identifica e che rappresenta il suo modo di pensare e fare rock. L'artista, con il suo timbro deciso, denuncia questo luogo comune con una serie di frasi provocatorie e ironiche allo stesso tempo non rinunciando ad elementi sarcastici che ne sottolineano l'atteggiamento come un rutto, un messaggio "subliminale" dove "el diablo" è pronunciato al contrario e cioè "olbaid le" e la citazione del "666" numero di riferimento del diavolo. Gli autori, poi, restano nel tema citando alcuni luoghi comuni vicini al mondo rock e cioè quelli della ribellione, della vita notturna fatta di anime perse, della devozione al diavolo fino alla negazione del paradiso e alla disillusione verso una vita fatta di menzogne e fregature. Tutto ciò fa del brano, per gli amanti del genere, un vero inno che permette ai Litfiba di entrare diretti nell'olimpo del rock italiano anche se, con questo disco, prosegue il loro mutamento da un rock più underground ed alternativo ad uno certamente più pop e diretto dal punto visto autoriale. Una sonorità che consentirà alla band una maggiore notorietà e, quindi, di espandere il proprio target potendo contare su di un mercato discografico più ampio. Proprio, però, questa ricerca del commerciale porterà, pian piano, allo snaturamento della band fino alla prima clamorosa rottura dopo il successo dell' album "Infinito" del 1999 legato soprattutto al brano "Il mio corpo che cambia" creato, per ammissione degli artisti, a tavolino per ragioni commerciali. Questo mettere da parte l'istinto e la propria idea di musica per finalità economiche porterà Pelù a scegliere di proseguire per la sua strada prima di riavvicinarsi al marchio Litfiba e all'amico di sempre Ghigo in diverse occasioni dal 2009 ad oggi. Un successo, quindi, quello che di "El diablo", che ha dato vita alla grande avventura popolare della band ma che è stato anche l'inizio della fine perché ha aiutato il demone del denaro ad offuscare lo spirito libero degli artisti. In fondo si è sempre detto: "El diablo" fa le pentole ma non i coperchi... 

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11 agosto 2021 3 11 /08 /agosto /2021 23:01

E' il 1995 quando  Amedeo Minghi, presso la sala Nervi a Roma, esegue per la prima volta il brano "Un uomo venuto da lontano" al cospetto del Papa Giovanni Paolo II a cui il testo è dedicato. Il Pontefice Karol Wojtyla apprezza la composizione nata dalla collaborazione tra lo stesso Minghi e Marcello Marrocchi e autorizza l'artista romano ad usare le proprie immagini per la realizzazione del video della canzone che sarà divulgato insieme alla pubblicazione del disco "Decenni" del 1998. In seguito, il Vaticano, commissiona a Minghi un brano per la celebrazione del Giubileo 2000 e l'artista confeziona "Gerusalemme" cantandola in anteprima proprio alla Santa Sede dinnanzi a Sua Santità. Un legame particolare, quindi, è quello che si crea tra il cantautore romano e il Pontefice negli ultimi anni della sua vita che si spegne nel 2005 tra la disperazione dei fedeli. Il suo ricordo rimane, però, sempre vivo e la beatificazione avvenuta il 1° maggio 2011 è una prova tangibile dello spessore dell'uomo e degli effetti del suo pontificato. Va riconosciuto, inoltre, il merito a Minghi e Marrocchi di aver composto un brano eccellente catturando gli aspetti più significativi della vita di questo grande uomo e l'interpretazione dello stesso Minghi riesce a penetrare nel cuore e nella mente di tutti compreso chi non ha un rapporto diretto con la fede e la religione. Nel brano, infatti, si parla dell'uomo Wojtyla e dei sentimenti di amore, carità e fratellanza che l'hanno spinto a viaggiare per il mondo ed a trasmettere il messaggio del Signore fino all'ultimo sospiro. La canzone ricorda le sue umili origini, l'attentato subito, gli infiniti viaggi tra le popolazioni colpite da povertà, guerre e malattie. Emrege, quindi, la forza di un uomo che si è mai arreso ed ha sempre creduto di poter cambiare certe mentalità per il bene dell'umanità tutta ma si nota anche la sofferenza interiore di chi vede le assurde condizioni di vita e le difficoltà che parte del mondo deve subire per mano di loro simili a causa di divergenze religiose, economiche o razziali. Il brano ci ricorda che l'uomo è nato peccatore ma, per il bene del mondo, ci invita a seguire la parola di Dio che grazie a persone come Karol Wojtyla non smetterà mai di essere divulgata. Un brano, quindi, che vale la pena essere ascoltato per ricordare questo grande uomo ma soprattutto per capirne il messaggio e farne tesoro attuandolo nel nostro quotidiano. Inoltre, questo messaggio, è accompagnato da una melodia ed una voce intensa ed emozionante come nelle migliori esibizioni di un maestro della nostra musica come Amedeo Minghi.

 

 

 


 

 

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10 agosto 2021 2 10 /08 /agosto /2021 23:01

"Davanti agli occhi miei" è una delle perle della vasta discografia di Ivana Spagna e soprattutto del suo repertorio italiano. Dai grandi successi internazionali, infatti, Ivana si propone nel 1995 a Sanremo con la propria lingua presentando "Gente come noi" che giungerà terza ed aprirà una nuova strada colma di soddisfazioni per un'artista completa come Ivana. Dallo stesso album del '95, "Siamo in due", Spagna lancia come secondo singolo "Davanti agli occhi miei" un brano intimista e raffinato dedicato a quelle persone importanti della nostra vita che ci lasciano prematuramente lasciando un vuoto pesante da sopportare. Scritto dalla stessa artista con la collaborazione di Angelo Valsiglio e del fratello Giorgio "Theo" Spagna, il brano, offre all'interprete la possibilità di mostrare tutta la sua bravura nell'esprimere intensità e riuscire ad emozionare con i suoi toni dolci e pacati. Dalla dance alla melodia, quindi, Spagna si trasforma e trova sempre nuove strade visto che dopo questi successi l'artista non si è fermata su di un piano commerciale ormai sicuro ma continua ancora oggi a sperimentare passando dall'italiano all'inglese con disinvoltura e alternando diversi stili sonori e canori. Recentemente Spagna è tornata alla dance ma la sua parentesi italiana, con tutti i suoi successi, può valere una carriera per tanti che per anni insegueno certi traguardi. Con quel primo disco in italiano Spagna è arrivata a vendere oltre 350 mila copie conquistando il titolo di artista femminile più venduta dell'anno insieme a Giorgia. Un successo, quindi, in cui credette dal primo momento Pippo Baudo, che la volle a Sanremo, e che portò ad oltre dieci anni di successi in italiano prima di tornare all'idioma anglosassone. In ogni caso, qualsiasi cosa tocchi Spagna ed il suo team, diventa oro e che sia in italiano o in inglese, in stile melodico o dance ciò che ne viene fuori è sempre un qualcosa di grande qualità. In particolare, "Davanti agli occhi miei" è uno di quei brani che resta nel cuore dei fans e che, non essendo tra le più pubblicizzate, rimane un tesoro da scoprire e da far conoscere a chi non ha avuto la fortuna di poterla ascoltare.   

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9 agosto 2021 1 09 /08 /agosto /2021 23:01

"Doma il mare, il mare doma" è una canzone molto particolare incisa dagli Stadio nel 2000 per l'album "Donne & colori". Scritta da Gaetano Curreri, Roberto Roversi ed Andrea Fornili, la canzone, è un chiaro ed esplicito riferimento alla vita ed al destino burrascoso del più grande calciatore di tutti i tempi e cioè Diego Armando Maradona. Nel testo si parla, infatti, di una storia iniziata con il sole della realizzazione di un sogno di un bambino dall'immenso talento e poi finita nel vino ovvero nella solitudine di uomo che, nel periodo più difficile della sua vita, quando il sogno svaniva, era stato lasciato solo ed abbandonato da tutta quella gente che lo circondava quando la sua stella brillava. Un destino beffardo di cui lo stesso Maradona ne è stato il primo colpevole poichè ha mostrato tutte le sue debolezze umane nella dipendenza dalla cocaina che gli ha rovinato la vita. Nonostante tutto Maradona si è rialzato più volte anche quando tutti lo davano per morto e tutto ciò grazie all'amore delle persone care e soprattutto delle figlie per il quale Diego ha più volte dimostato il suo smisurato attaccamento. Per le figlie Diego ha trovato la forza di reagire e di abbandonare definitivamente ogni dipendenza. La canzone degli Stadio, quindi, ripercorre un po' questa storia ricordando i primi sogni di gloria di una giovane mezz'ala argentina che col numero dieci sulle spalle incantava il mondo prima di trovare gloria e successi alle pendici del Vesuvio dove il suo talento esplode definitivamente e dove, alla fine dell'avventura italiana, il destino inizierà a palesare i primi segnali del triste declinio sportivo ed umano. Gli Stadio, attraverso le loro parole, ben rappresentano questi momenti che hanno segnato la vita di questo grande personaggio che, malgrado tutto, rimarrà sempre un mito immortale.

 

 

 

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8 agosto 2021 7 08 /08 /agosto /2021 23:01

"Malafemmena" è un classico della canzone napoletana scritto e musicato dal Principe Antonio De Curtis meglio noto come Totò. La canzone parla di una donna tanto affascinante quanto crudele che si mostra indifferente dinnanzi al forte sentimento che prova il protagonista nei suoi confronti. Nonostante il tanto male provocato da questa "malafemmena", l'uomo, non riesce ad escludere dalla propria vita ne, tantomeno, a dimenticarla. Il brano venne presentato nel 1951 nell'ambito del Festival di Piedigrotta "La Canzonetta" e fu interpretata da Mario Abbate che la incise nel suo disco "Vis Radio". In seguito, la canzone, venne portata al successo da Giacomo Rondinella e da Teddy Reno che ne realizzò una sua interpretazione per il film "Totò, Peppino e... la malafemmina" diretto da Camillo Mastrocinque nel 1956. Negli anni a venire, il brano, fu poi oggetto di numerose cover eseguite da diversi artisti della scena italiana ed internazionale tra cui Roberto Murolo, Andrea Bocelli, Renato Carosone, Lucio Dalla, Mina ed Elvis Presley. In origine si pensava che Totò l'avesse scritta per l'attrice Silvana Pampanini che, conosciuta sul set di "47 morto che parla", avrebbe rifiutato una proposta di matrimonio da parte proprio del principe della risata confessandogli di volerlo bene ma come un padre. Solo recentemente, però, si è saputa la verità grazie a Liliana De Curtis, figlia di Totò, che ha dichiarato che la canzone era dedicata a Diana Bandini Lucchesini Rogliani, ex moglie del Principe e madre di Liliana. La conferma di ciò la si ritrova proprio in una dedica allegata al testo del brano depositata alla SIAE che recita: "A Diana". La donna, infatti, non avrebbe mantenuto un patto nei confronti di Totò dopo la loro separazione. L'accordo consisteva nel condividere, nonostante fossero legalmente separati dopo vent'anni di unione, la casa ed il letto matrimoniale fino al diciottesimo compleanno della figlia Liliana. Questo, però, non precludeva al Principe di avere altre relazioni e la cosa non fu presa di buon grado dalla donna che viveva, evidentemente, in una situazione umiliante. Proprio in seguito all'ennesima scappatella di Totò, Diana sposò l'avvocato Michele Tufaroli, dal quale si separò dopo pochi anni, venendo meno, di fatto, alla promessa data. Questa, quindi, la storia che da vita a una delle canzoni più famose della storia della musica napoletana ed italiana oltre ad essere il brano più celebre ed apprezzato di Totò, attore comico in primis ed autore di poesie e canzoni per diletto. Non molti sanno, infatti, che Totò nella sua vita ha scritto oltre cinquanta canzoni ma "Malafemmena" resta, senza ombra di dubbio, la sua migliore composizione.

 

 

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