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  • Cronista per vari giornali locali e articolista on line da diversi anni in svariati argomenti.
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"...E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai,

di giocatori tristi che non hanno vinto mai,

ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro

e adesso ridono dentro a un bar;

E sono innamorati da dieci anni,

con una donna che non hanno amato mai;

Chissà quanti ne hai veduti, chissà quanti ne vedrai..."

 

Francesco De Gregori - La leva calcistica della classe '68

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19 luglio 2020 7 19 /07 /luglio /2020 23:01

"Invisibili" è uno degli ultimi capolavori venuti fuori dalla penna di Cristiano De André, cantautore mai ripagato abbastanza mediaticamente per l'inevitabile e, spesso, naturalmente penalizzante confronto con l'illustre padre Fabrizio. Proprio questa sofferenza nel dover fare i conti con un cognome così pesante, volendo seguire, per amore e per virtù, la stessa strada artistica è una delle costanti che ritroviamo nel cammino discografico dell'artista genovese ed anche in questo brano non mancano tali riferimenti. Anche se non espressamente dedicato alla figura paterna, in questa canzone, scritta con Fabio Ferraboschi la presenza di Faber si sente e anche in maniera forte. Già l'atmosfera e l'uso del dialetto genovese nel ritornello rimandano a quelle celebri arie di "Creuza de ma", oltre ad elementi palesi in cui si fa riferimento all'inquietudine, ad un rapporto difficile fatto di incomunicabilità, della propensione al trattare tematiche scottanti con il verso "Tu abitavi in via dell'amore vicendevole..." fino alla chiara affermazione "...la mia incudine era un cognome inesorabile...". Inoltre si fa riferimento alla dipendenza dall'alcool che ha causato problemi ad entrami. Il tutto, come detto, raccontato sotto le immagini di una Genova degli anni '80, in cui Cristiano viveva la sua giovinezza tra le problematiche che quel tempo riservava alla sua generazione. Lo stesso artista ha spiegato questo brano con queste parole: "Invisibili racconta le esperienze che ho vissuto in prima persona durante la mia giovinezza. Racconta di Genova e dell'Italia in quel periodo in cui i giovani si erano messi in moto per sovvertire la cappa clerico-fascista-democristiana che aleggiava sul paese. Poi ci ha pensato la droga, l'eroina a piegare una generazione". Da questo contesto storico quindi nasce l'inadeguatezza di questi giovani rappresentata da De André e la loro invisibilità agli occhi del mondo. Un capolavoro assoluto pubblicato nel 2014 nella riedizione dell'album "Come in cielo, così in guerra", inciso nel 2013,in seguito alla partecipazione al Festival di Sanremo con il suddetto brano e con "Il cielo è vuoto". Per la cronaca, dell'inizale doppia esecuzione il televoto premia, la pur bella, "Il cielo è vuoto", scartando fin da subito "Invisibili" e provocando rammarico a De André che, giustamente, credeva molto in questo brano. Ironia della sorte o giustizia divina, ha voluto che proprio "Invisibili", anche essendo stata ascoltata una sola volta sul palco dell'Ariston, riceverà sia il Premio della Critica che quello del Miglior Testo risultando, quindi, il vero brano vincitore del Festival aldilà dell'oscuro e poco affidabile meccanismo del televoto. Con "Il cielo è vuoto", invece, l'artista arriverà settimo in classifica. In ogni caso, il brano, è una di quelle perle che rimarrà per sempre nonostante Festival, televoti e meccanismi discografici perché è uno di quei pezzi che restano dentro e che continueranno sempre a volare sulle ali delle nostre emozioni.   

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18 luglio 2020 6 18 /07 /luglio /2020 23:01

"Fortuna" è un bellissimo brano presentato da  Luca Barbarossa al Festival di Sanremo del 2003 e poi inciso nell'omonimo album dello stesso anno. Se dal punto di vista musicale ci sono somiglianze con la celebre  "Il bandito e il campione" di Francesco De Gregori, il testo è originale e molto profondo. Scritta dallo stesso cantautore romano, la canzone, è ambientata in un villaggio di nomadi in cui il protagonista attende il suo turno per "ballare" con quella che chiama in maniera poetica la sua "...Dea dell'amore...". In questo contesto gitano, il protagonista si perde nell'affascinante atmosfera di un luogo ove non si teme neanche la morte. Qui ognuno vive di espedienti, c'è chi legge mani vendendo illusioni e chi, invece, ha affari più loschi. Ma, in quel tipo di comunità, tutto sembra normale e non fa specie la presenza di matti o di zingari che, senza troppi pensieri, vivono la loro vita tra polvere e stelle. Al centro di questo luogo dimenticato dal tempo c'è lei, Fortuna, che canta mentre "...insegna l'amore al suo terzo cliente...". Il protagonista ascolta il suo canto in questa notte magica che regala sorrisi anche a chi non ha davvero nulla per sorridere, nè soldi nè pane. Eppure, tutto pare illuminato di una luce particolare che si accende ancor di più quando tocca a lui cogliere quel fiore e "ballare" perdendosi in quei fianchi della sua dolce Dea dell'amore al punto che, lo stesso protagonista ipotizza che, quella notte ad amare Fortuna "...c'è anche Dio col suo sgaurdo...". Una esagerazione forse che, però, fa capire bene ciò che l'autore intende rappresentare descrivendo quella situazione surreale per certi versi, ma profondamente reale e cruda. Un testo affascinante che ci fa dimenticare che la protagonista sia una prostituta facendola davvero passare come una dispensatrice di amore, gioia e sorrisi. Una bellissima canzone non premiata a Sanremo, dove è arrivata decima, e nemmeno molto fortunata sul mercato discografico un po' come il suo autore che, a differenza di altri pseudo-artisti osannati dalla critica, viene spesso dimenticato dai media. Per ovviare a ciò, Luca, ha trovato però un'altra strada reiventadosi conduttore radiofonico e proponendo qualità è diventato uno dei punti saldi della programmazione di Radio2. Nonostante non sia mai stato promosso quanto la sua arte meritava, però, Luca è riuscito a rimanere sempre trai i big della nostra musica e non ha mai perso quella visibilità che ci permette ancora di godere, di tanto in tanto, della sua bella musica. 

 

 

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17 luglio 2020 5 17 /07 /luglio /2020 23:01

"Oggi come ieri come domani" è un bellissimo brano composto ed inciso da Aleandro Baldi, Civai all'anagrafe, nel 2007 per l'album, tanto bello quanto sfortunato, "Liberamente tratto", lanciato anche sul mercato internazionale con il titolo di "Ricomincio da qui". Un album sfortunato come detto o, meglio, non diffuso nè promosso a sufficienza per il solito incomprensibile comportamento che i media riservano ad Aleandro. Radio e televisioni, infatti, di questo tentativo di rilancio, dopo diversi anni di silenzio dell'artista, se ne sono completamente fregati a parte qualche apparizione dovuta all'amico conterraneo Carlo Conti. Eppure questo disco, se diffuso, poteva realmente restituire un grande artista alla nostra musica invece di conferirgli l'ennesima delusione da parte di un mondo dello spettacolo cinico e per niente meritocratico. Nonostante questo, però, i veri appassionati della buona musica italiana non hanno perso l'occasione di riassaporare la cifra stilistica di un grande autore ed immenso interprete come Aleandro Baldi. Questo disco, oltre a rappresentare la volontà di Aleandro di rimettersi in gioco, è anche il primo lavoro realizzato senza la guida artistica di Giancarlo Bigazzi, suo scopritore e coautore dei suoi maggiori successi. Per questo disco, infatti, Baldi collabora con Marco Luca Massini per i testi e con Maurizio Bozzi e Marco Pezzola per gli arrangiamenti. All'epoca, Aleandro, dichiarò che per la realizzazione di questo disco si era ispirato al romanzo di Jonathan Swift "I viaggi di Gulliver" del 1726 avendo scoperto che non si trattava di un testo per ragazzi bensì di una velata denuncia satirica sulle miserie e i limiti della società umana. A conferma di ciò, vista l'epoca, l'editore convinse l'autore a non firmare la propria opera ma di pubblicarla in maniera anonima per evitare ritorsioni dagli uomini di potere del tempo. Ma questo disco, come dimostra la suddetta canzone, è anche un modo per ripercorre la vita di questo artista e le sue più profonde sensazioni che lo hanno spinto a trovare nuova fiducia per ripartire con la sua musica. Rivede la sua vita come un film, Aleandro, ricordado momenti belli ed altri bui ma non dimenticando mai chi lo ha accompagnato in questo lungo viaggio dove, il protagonista, "...non sempre vince ma gli piace quel che fa...". Un testo profondo che riesce ad affascinare anche grazie alla sentita e vera interpretazione di un grande artista che, ancora una volta, rischia di cadere nel dimenticatoio a differenza di tanti altri personaggi privi di talento osannati e promossi, chissà per quali tornaconto, da radio e televisioni.

 

 

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Aleandro Baldi

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16 luglio 2020 4 16 /07 /luglio /2020 23:01

"Il profumo del mare" è una gran bella canzone presentata da Gianni Bella, conosciuto più come autore che come interprete, al Festival di Sanremo del 2001 ed incisa nell'omonimo album. Come detto, pur avendo pubblicato molti album fin dagli '70, Gianni Bella è noto al grande pubblico soprattutto come autore e compositore delle canzoni della sorella Marcella oltre che per Adriano Celentano per il quale, ad esempio, ha scritto la stupenda "L'emozione non ha voce" divenuta poi un cavallo di battaglia del molleggiato. Agli inizia della sua strada artistica, Gianni Bella faceva squadra con Giancarlo Bigazzi, altro grade autore con il quale, ad esempio, ha scritto la celebre "Montagne verdi" con la quale lo stesso Gianni accompagnò la sorella sul palco dell'Ariston nel 1972. Negli anni a seguire, Marcella si afferma tra i grandi interpreti e Gianni prosegue la sua strada da solista con risultati altalenanti. Già negli anni '80, Gianni, inizia a lavorare sempre di più dietro le quinte ed affiancandosi ad un altro grande autore come Giulio Rapetti in arte Mogol intraprende la strada che lo vedrà eccelso componente di una squadra artistica unica che vede come frontman proprio Adriano Celentano. L'amore per il palco, però, non abbandona Gianni e, di tanto in tanto, si ripresenta anche in qualità di interprete come nel suddetto caso del 2001 o come nel 2007 dove si unirà alla sorella Marcella per presentare, sempre a Sanremo, "Forever per sempre". "Il profumo del mare", splendida canzone scritta proprio insieme a Mogol che racconta di un uomo affranto dalla brusca ed inaspettata conclusione di una importante storia d'amore, si piazza solo dodicesima ma resterà comunque una esibizione di rara bellezza ed intensità poetica. Nel 2010, Gianni, è stato colpito da un ictus che ha fatto temere il peggio ma, per fortuna, grazie anche all'affetto dimostratogli sia dalle persone care che dal mondo dello spettacolo, l'artista è stato dimesso dopo sette mesi in seguito ai notevoli miglioramenti ottenuti. Oggi, Gianni, ha ripreso a lavorare al fianco di Mogol per nuovi progetti artistici.  

 

 

 

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15 luglio 2020 3 15 /07 /luglio /2020 23:01

"Guagliune" è un brano molto bello inciso da Peppino Di Capri, all'anagrafe Giuseppe Faiella, nel 2007 per l'album "Ad occhi chiusi... Napoli". Scritta dallo stesso cantautore caprese in collaborazione con C. Caramiello, la canzone è un accorato appello ai ragazzi di Napoli affinchè non perdano la speranza in un futuro che diventa sempre più incerto nella pur splendida "cartolina" partenopea. Purtroppo esistono ancora tanti pregiudizi che penalizzano, senza reali motivi, chi ha i natali in questi luoghi. C'è ancora un prezzo da pagare per essere nati in un vero paradiso terrestre come Napoli e Peppino, figlio di queste terre, conosce bene queste situazioni e cerca, con fare paterno, di incoraggiare i giovani a trovare, anche in questa città, la propria strada senza perdere mai la speranza di avere un futuro. Ma Peppino, con questo brano, vuole anche mettere in guardia i ragazzi napoletani dalle brutte strade che si possono intraprendere in momenti di difficoltà e di debolezza. Un canto sentito, quindi, quello di Peppino che parla ai ragazzi di Napoli come con i propri figli o nipoti mettendo in chiaro ciò che rappresenta essere figli di Napoli in questo particolare momento storico. Alla fine dei conti, però, nonostante l'ingiusto prezzo da pagare, rimangono sempre tanti aspetti positivi nell'essere nati in un terra con la storia, la tradizione, la bellezza e la cultura di Napoli. Di Capri, infatti, alla fine invita i giovani a cercare qui la propria speranza. Un capolavoro assoluto, quindi, che nasce dalla penna di un vero artista di questa terra.

 

 

 

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14 luglio 2020 2 14 /07 /luglio /2020 23:01

E' il 2000 quando, dopo diversi anni di assenza dalle scene, Gerardina Trovato si ripresenta al 50° Festival di Sanremo con "Gechi e vampiri", un brano che già dal titolo richiama a situazioni non proprio positive o solari anche se, in realtà, la canzone pur essendo un chiaro riferimento autobiografico su di una fase poco felice dell'artista, vuole essere un punto di svolta ed una rinascita fisica e morale. Il cambiamento, infatti, parte dal look, capelli più lunghi e qualche chilo in meno che fanno addirittura girare voci tra i media di una malattia che, per fortuna, non c'è mai stata. Oltre al look, però, Gerardina vuole rinascere dal punto di vista artistico riprendendo quel discorso che aveva accantonato qualche anno prima. Per fare questo, l'artista siciliana, scrive "Gechi e vampiri" insieme a Tom Sinatra e racconta gli anni più bui della sua vita. Nel brano, la cantautrice, confessa la sua vita irregolare fatta di sporche routine e compagnie sbagliate che gli avevano fatto smarrire la sua strada fino a che "...anche i sogni si fanno i bagagli e un bel giorno non li cerchi più...". Una confessione sincera che va inoltrata con delle più recenti dichiarazioni, trattate in maniera specifica in un altro articolo, dell'artista che era costretta, per motivi economici e mediatici, a glissare sulle voci di una sua presunta bisessualità dovute solo al look dell'artista ai tempi di "Non ho più la mia città" e rimanendo, quindi, ostaggio dei discografici che la constrinsero anche alla partecipazione al reality "Music Farm" del 2005. Restando, però, al 2000 e non conoscendo ancora queste rivelazioni apparve evidente che Geradina avesse superato quella fase cupa e che si stesse aprendo per lei una nuova vita anche dal punto di vista artistico. Inoltre, la canzone a Sanremo va benissimo e rischia di vincere poichè risulta prima dopo la votazione della giuria popolare. Sarà, invece, la giuria di qualità a penalizzare l'artista portandola al definitvo sesto posto. La classifica, però, non è un problema e nonstante la presunta crisi di nervi avvenuta in albergo prima delle votazioni popolari, rivelatesi poi positive, e il giusto rammarico per la mancata vittoria Gerardina si dice rinata e pronta a riconquistare il suo posto nel panorama musicale italiano. L'album "Gechi, vampiri e altre storie" arriva ad ottenere il disco di platino ma dopo un po' la sua carriera torna nell'anonimato fino alla partecipazione "forzata" a "Music Farm" che non offre alcun slancio alla sua carriera. Negli anni successivi ci sono delle altre pubblicazioni poco fortunate ma solo dopo le suddetti recenti dichiarazioni si è riuscito a capire il perchè di questi repentini alti e bassi. Ora l'artista si è liberata da questa gente che le ha compromesso la carriera e la vita e sta lavorando ad un nuovo disco oltre che ad un libro sulla sua vita dal quale pare, dovrebbe essere realizzato anche un film. Non resta, quindi, che augurare che gechi e vampiri non facciano più parte della vita futura di una artista dall'indiscusso talento.

 

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Gerardina Trovato 

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13 luglio 2020 1 13 /07 /luglio /2020 23:01

"Hotel Supramonte" è un brano scritto da Fabrizio De André riadattando una composizione del 1978 di Massimo Bubola che portava per titolo "Hotel Miramonti". La canzone venne poi inserita nel decimo album del cantautore genovese del 1981 che non ha un titolo ma che viene identificato come "L'indiano" per la raffigurazione presente in copertina che è un opera di Frederic Remington. Il brano rivisitato da De André conserva la matrice sentimentale originale per poi accennare velatamente al ricordo dei giorni di prigionia e delle sensazioni provate in quei momenti passati nell'entroterra sardo. Il Supramonte è, in realtà, la catena montuosa che occupa la parte centro-orientale della Sardegna, regione nella quale, De André, aveva scelto di vivere dalla seconda metà degli anni '70. In previsione della nascita della figlia Luisa Vittoria, infatti, l'artista decise di trasferirsi nella tenuta dell'Agnata, vicino Tempio Pausania, con l'allora compagna Dori Ghezzi che, tra l'altro, sposerà nel 1989. In quei luoghi a cui De André sentiva di appartenere successe il drammatico rapimento per mano della così detta Anonima Sequestri nella serata del 27 agosto 1979. I due artisti vennero tenuti prigionieri alle pendici del Monte Lerno presso Pattada per ben 4 mesi prima di essere rilasciati, Dori il 21 dicembre e Fabrizio il 22, grazie al pagamento del riscatto effettuato in larga parte dal padre di Fabrizio, Giuseppe, di circa 550 milioni di lire. La brutta esperienza, però, non portò Fabrizio ad odiare quella terra, anzi, quel territorio continuò ad ispirarlo ed in questa atmosfera surreale nacque il suddetto album che vive sul parallelismo che lega il popolo sardo ai Pellerossa, entrambi vittime oppresse dai loro colonizzatori. Anche per i rapitori, De André, si mostrerà comprensivo concedendo loro il perdono anche nelle fasi processuali e provando addirittura pietà per chi, come quella gente, è costretta ad una simile condizione di vita. Proprio in merito a queste persone, infatti, De André appena il giorno dopo il rilascio ebbe la lucidità di commentare così:"Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai". Queste parole di pietà nascono anche da alcuni comportamenti che i rapitori avevano riservato ai loro "ospiti" e cioè quelli di permettere ai due di stare per diverso tempo slegati e senza bende. Di chi, invece, De Andrè non avrà mai pietà sono i mandanti di quel sequestro poichè persone agiate e prive di scrupoli. Quel luogo inospitale, quindi, anche rifugio per i latitanti del posto nella poetica di De André divenne un Hotel dove soggiornare in compagnia della propria partner pur esprimendo un forte senso di solitudine e di rassegnazione. Nel brano, infatti, non si attende altro che questo momento passi in fretta:"...Passerà anche questa stazione../..come passa il dolore..." per mano di quel "signore distratto" con cui viene rappresentato il tempo in quei lunghi istanti vissuti per centodiciassette giorni. Un grandissimo pezzo che ricorda un momento tragico della vita di De André e di Dori Ghezzi vissuto, però, con grande dignità. Secondo Bubola, coautore del brano, negli anni la canzone perderà il riferimento a quei giorni drammatici per tornare ad essere ciò che era in principio, ovvero, una pura canzone d'amore vissuto anche se, appare difficile, per chi conosce la storia e la vita di De André dimenticare che questa canzone e questo intero album siano frutto anche di quei lunghi mesi di prigionia.

 

 

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Dori Ghezzi

Fabrizio De André

Luvi De André

Massimo Bubola 

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12 luglio 2020 7 12 /07 /luglio /2020 23:01

"L'uomo che si gioca il cielo a dadi" è una delle canzoni più belle del repertorio di  Roberto Vecchioni ed è anche una tappa importante della sua carriera artistica. Il brano venne presentato al Festival di Sanremo del 1973 dove arrivò settima pur non essendo capita a pieno dal contesto sanremese anche per la sua matrice cantautoriale e, quindi, ben lontana dalla ordinaria melodia festivaliera. Per adattarla a Sanremo, infatti, l'arrangiamento originale della canzone venne modificato dai discografici ed è soprattutto per questo motivo che, lo stesso Vecchioni, negli anni successivi, rinnegò quella partecipazione. Chi si aspettava un mieloso inno alla famiglia venne deluso perchè Vecchioni scrive un brano intenso dedicato al padre Aldo, commerciante napoletano, ed alla sua attitudine a prendere tutto alla leggera, riuscendo a giocarsi tutto, dalle donne fino agli stessi giorni della sua vita. Questo modo di vivere, talvolta spaventoso, viene espresso in una maniera altamente poetica da Vecchioni che, convinto dell'incoscenza del padre, pur rispettando comunque quella capacità di vivere la vita come viene, afferma nel finale del brano: "...E quando verrà l'ora di partire vecchio mio...scommetto che ti giochi il cielo a dadi anche con Dio...". Una rappresentazione, quindi, affascinante che non vuole essere una denuncia su di uno stile di vita esagerato e, probabilmente, sbagliato ma una riflessione, senza finti moralismi o moniti paternali, su di un uomo che ha scelto di vivere così i propri giorni, scandendo personalmente il tempo delle proprie emozioni senza nascondere mai anche le sue debolezze. Un capolavoro assoluto che arriva nell'omonimo terzo disco dell'artista che in realtà rappresenta una raccolta di brani già editi che ottennero nuova luce dopo il debutto sanremese e dove, oltre a Vecchioni, è da sottolineare anche la presenza di due autori abituali collaboratori dell'artista come Andrea Lo Vecchio e Renato Pareti. D'altro canto, Vecchioni, aveva da poco iniziato ad interpretare le proprie canzoni visto che, fino a pochi anni prima, compariva nel mondo musicale solo nelle vesti di autore. Dopo quel debutto, però, Roberto, si lanciò definitivamente nel mondo discografico in qualità di cantautore fino ad ottenere la reale consacrazione nel 1977 con il celebre album  "Samarcanda".

 

 

 

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Roberto Vecchioni

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11 luglio 2020 6 11 /07 /luglio /2020 23:01

"Tutto tua madre" è un singolo lanciato da J-Ax, Alessandro Aleotti all'anagrafe, a settembre 2018 che tratta dell'ansia vissuta in prima persona, per diversi anni, in attesa di un figlio che non voleva arrivare. La storia ha un lieto fine nel febbraio 2017 con la nascita di Nicolas ma, nel frattempo, il rapper e la compagna hanno dovuto subire un periodo davvero duro che poi, Alessandro, ha voluto raccontare in versi per dar conforto e speranza a tutte le coppie che vivono la stessa situazione. Tra un aborto e tentativi di ogni tipo, i due non riuscivano ad ottenere la tanto sospirata gioia e dovevano vivere il quotidiano con un peso enorme tra le indiscrete domande di amici e parenti sulla mancata gravidanza al segreto mantenuto fino al possibile quando la cosa stava per realizzarsi. Notti insonni con una madre che non perdeva la speranza e continuava cure mediche per compiere il miracolo ed un padre, ateo, che si chiedeva se magari quella fosse stata una punizione divina, il prezzo che doveva pagare visto che un figlio si considera un dono di Dio. Poi alla fine tutto si è sciolto con la grande emozione della nascita di Nicolas e J-Ax ha potuto scrivere questa dedica particolare dal grande valore morale: rivolta si al figlio ma, soprattutto, al dramma vissuto ed a tutte quelle coppie che soffrono in silenzio spesso per tutta la vita. Per tali ragioni, l'artista, si esposto a favore della fecondazione assistita mettendo di fronte a chi ha il potere e la responsabilità di decidere, tramite le pagine di Vanity Fair una domanda molto eloquente quanto forte: "Come vi sentireste se, da un momento all'altro, il rumore del respiro e le risate del vostro bambino sparissero? Quel vuoto è quello che vivono tanti italiani come voi." - Si è risposto l'autore continuando - "Quel vuoto tanti non desiderano altro che colmarlo con l'amore. E, l'amore, voi, o chiunque altro non avete il diritto di fermarlo.". Parole certamente condivisibili e comprensibili, se si pensa che arrivano da chi quel dramma l'ha vissuto ma, d'altro canto, è giusto anche fare attenzione su come queste pratiche devono essere attuate mettendo sempre in primo piano la vita che dovrà nascere ed il suo eventuale futuro. E' sicuramente giusto che se ne parli e che si arrivi presto ad una normativa chiara e definitiva che offra queste opportunità alle coppie ma che non diventi una pratica in cui anche l'illegalità, ed i suoi loschi figuri, possa trovare terreno fertile per commercializzare anche il miracolo della vita.     

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10 luglio 2020 5 10 /07 /luglio /2020 23:01

"Contessa" è un brano molto importante per la carriera di Enrico Ruggeri che presenta il brano ancora come leader dei Decibel al Festival di Sanremo 1980. Lo stravagante look biondo ossigenato con tanto di celebri occhiali bianco-neri di Ruggeri non passa inosservato ed anche la musica espressa da quel gruppo punk milanese composto anche da Fulvio Muzio, Silvio Capeccia e Mino Riboni, non è certo da sottovalutare. Infatti, "Contessa", è solo l'inizio di un percorso che poi vedrà Ruggeri, da solista, protagonista della scena musicale fino ai giorni nostri. Quell'aria innovativa e quel modo di intendere e proporre musica tutto loro fa dei Decibel e, soprattutto, del loro frontman un vero fenomeno musicale che però, come detto, non sarà limitato a quegli anni. Ruggeri, infatti, nel tempo ha saputo trovare sempre nuove forme per proporre la sua musica senza dimenticare la grande capacità autoriale che sta alla base del suo successo e l'inconfondibile marchio di fabbrica espresso dal suo unico timbro vocale. "Contessa", scritta dallo stesso Ruggeri insieme a Fulvio Muzio arriverà in finale in quel Festival e, nonostante non sia arrivata al podio rimarrà comunque uno dei brani caratterizzanti di quell'epoca musicale oltre che di quella determianta edizione del Festival. Inoltre, intorno alla canzone, iniziò a circolare una voce che Ruggeri e company, da grandi esperti di marketing, non fecero nulla per smentirla. La voce, venuta fuori dall'ambito musicale, era che la "Contessa" del brano fosse in realtà Renato Zero e che la canzone, quindi, fosse dedicata all'artista romano. Ovviamente, la cosa, non corrispondeva alla realtà ma era solo una delle tante trovate, probabilmente partite dallo stesso entourage dei Decibel, per far parlare la stampa di questo brano e, quindi, della band. Siccome non ci furono smentite, il popolo di Renato, i "sorcini", non persero occasione per manifestare il proprio malcontento ai Decibel facendosi vivi con minacce postali e telefoniche. Il brano, incluso poi nell'album "Vivo da re" del 1980, parlava infatti di una femme fatale dallo stile di vita stravagante e l'accostamento al Renato dell'epoca non appariva molto azzardato. Nonostante queste voci, Renato Zero, probabilmente al corrente della situazione, non ha mai dato peso a quelle voci che, tra l'altro, rappresentavano fonte di pubblicità anche per lui. L'aspetto mediatico, infatti, ha sempre avuto la sua importanza nel mondo dello spettacolo italiano anche se artisti del calibro di Zero e Ruggeri non avevano certo bisogno di questi mezzi: era evidente che il loro grande talento li avrebbe portati lontano. Nonostante la consapevolezza delle proprie capacità, i Decibel, scelsero di cavalcare quell'onda non confermando e non smentendo quella voce che comunque portava il loro nome sui giornali italiani e sempre più persone, anche se indirettamente, venivano a conoscenza della loro musica. In ogni caso, tutto è stato utile affinchè emergesse il talento di quello che oggi è giustamente considerato uno dei grandi esponenti della nostra musica come Enrico Ruggeri.

 

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