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"...Ricorda Signore questi servi disobbedienti

alle leggi del branco,

non dimenticare il loro volto,

che dopo tanto sbandare,

è appena giusto che la fortuna li aiuti,

come una svista, come un'anomalia, come una distrazione,

come un dovere..."

Fabrizio De André & Ivano Fossati - Smisurata preghiera

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28 settembre 2020 1 28 /09 /settembre /2020 23:01

"Nel bene e nel male" è uno dei pezzi più significativi del repertorio di Cristiano De André, figlio di Fabrizio e di Enrica "Puny" Rignon. Pubblicata nell'albul "Sul confine" del 1995, la canzone, è stata scritta insieme a Daniele Fossati, figlio del più celebre Ivano. I due figli d'arte, quindi, hanno provato a ripetere, con le giuste proporzioni, quella magia unica espressa nello storico album che vide protagonisti i due genitori  "Anime salve" pubblicato nel 1996. I due progetti, quindi, sono nati nello stesso periodo e probabilmente, i due ragazzi, approfittando dei numerosi incontri lavorativi tra quei due geni della nostra musica, hanno ben pensato di provare una inedita collaborazione. Dopo la pubblicazione dei due album, Cristiano accompagnò il padre in quello che fu l'ultimo grande tour dell'artista per i teatri italiani e, proprio in quei concerti oltre a suonare diversi strumenti, fare da controcanto in "Anime salve" sostituendosi a Fossati, il giovane De André propone, per consentire una pausa al padre, il suddetto brano ottenendo un favorevole riscontro dalle platee italiane. Il brano, infatti, è ben scritto e possiede un messaggio di speranza quanto di angoscia ponendo al centro della nostra esistenza terrestre il fattore del tempo. Ogni cosa, quindi, nel bene e nel male, passerà e poco conta la volontà di un uomo dinnanzi all'inesorabile scorrere del tempo con tutte le variazioni storiche, sociali e geologiche che esso comporta inevitabilmente. Un concetto chiaro che viene espresso con un linguaggio ed uno stile molto vicino al marchio originale di casa De André. Cristiano, però, non ha mai voluto essere una imitazione del padre e proprio i paragoni e gli impietosi confronti che risulterebbero tali per ogni cantautore, hanno spesso condizionato la carriera ed anche la vita privata di questo artista che ha sempre sentito forte il peso di quel cognome e tutto ciò che esso rappresenta nella musica italiana. Non bisogna cadere, quindi, nell'errore di considerare Cristiano un plagio o una imitazione del padre ne bisogna aspettarsi da lui chissà cosa bensì è doveroso valutare le sue composizioni come si fa per un qualsiasi cantautore senza pensare che è il figlio di Faber e farsi, quindi, condizionare da un confronto che nessuno, nella musica di oggi, potrebbe sostenere. Probabilmente, con un altro nome, Cristiano sarebbe considerato molto di più nel nostro panorama musicale ma va sempre ricordato che, nonostante le difficoltà, portare quel cognome per uomo e, ancor di più, per un cantautore non può che essere motivo di grande orgoglio. Lo scorso aprile Cristiano ha pubblicato, inoltre, il nuovo album di inediti "Come in cielo così in guerra" dove sono presenti diversi pezzi di spessore e con il quale, si spera, possa ritrovare quella serenità che gli consenta di continuare a fare buona musica affinchè, un domani, possa essere ricordato come il cantautore Cristiano De André e non solo come il figlio di Fabrizio De André. 

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27 settembre 2020 7 27 /09 /settembre /2020 23:01

"La dura legge del gol" è un successo degli 883, scritto da Max Pezzali, al suo secondo album senza Mauro Repetto, con Claudio Cecchetto, Marco Guarnerio, Pier Paolo Peroni e contenuto nell'album "La dura legge del gol!" del 1997. Nel testo Pezzali paragona la vita al gioco del calcio e invita a non dar peso alla vittoria ma allo spettacolo ed al gioco di squadra facendo riferimento alle tante delusioni avute nella vita da presunti amici e falsi amori. L'unione di intenti, la passione, la bellezza seppur talvolta effimera contano più del risultato finale poichè può riservare soddisfazioni ed emozioni molto più importanti e vere di una vittoria fine a se stessa. L'amicizia, la sincerità, la determinazione e la passione sono valori che nel calcio come nella vita possono portare lontano più di un gioco losco che può portare ad una singola vittoria e che, alla lunga, non può che portare alla rovina ed al fallimento sia dal punto di vista sportivo che umano. E' sempre utile, quindi, avere alta la guardia nel rapporto con persone che, alla prima opportunità, riescono a tradire senza dar peso alle conseguenze ed al rapporto finora stabilito sui valori della vera amicizia o del più sincero amore. Un messaggio importante, quindi, trasmesso in chiave semplice attraverso il solito stile di Max Pezzali e della sua mitica band, vero simbolo generazionale degli anni '90. L'album ha venduto oltre 800 mila copie e presenta un Pezzali più maturo che alterna pezzi diretti e leggeri ad altri più intensi ed impegnati. D'ora in poi, la carriera di Max, continuerà proprio in questo senso e non perderà mai il suo inconfondibile marchio sia nelle musiche che nei testi riscuotendo sempre l'apprezzamento di un pubblico in continua evoluzione. Max,  infatti, oltre a mantenere solido il legame con il pubblico degli anni '90 ha saputo conquistare anche le nuove generazioni attraverso il suo modo del tutto personale di fare musica.

 

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26 settembre 2020 6 26 /09 /settembre /2020 23:01

"Gente della notte" è un brano inciso da Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, nel 1990 all'interno dell'album "Giovani Jovanotti". Scritta dallo stesso Lorenzo insieme a Claudio Cecchetto e Michele Centonze, la canzone, inizia a mostrare delle qualità autoriali finora celate dietro una immagine leggera legata al "personaggio" lanciato da Cecchetto. Jovanotti, all'epoca ancora dj e promotore di un certo tipo di rap all'italiana, sembra non brillare ancora di luce propria ma appare in quegli anni come un prodotto creato a tavolino per attirare i giovani e la sua strada nel mondo della musica sembra non aver grande futuro. Con i primi album, infatti, Lorenzo, aveva fatto colpo sul pubblico giovanile portando una ventata di freschezza nella musica italiana ma quell'effetto stava svanedo e bisognava tirar fuori la qualità per non cadere nella banalità. E nel suo terzo album, appunto, si inizia ad intravedere soprattutto con la suddetta canzone ciò che Lorenzo è davvero in grado di fare e che solo negli anni successivi svilupperà al meglio e con costanza. "Gente della notte", infatti, è solo una anticipazione di quella che sarà la stada di Jovanotti nel mondo del cantautorato in album che presenta ancora brani leggeri e di massa essendo ancora una fase intermedia della carriera dell'artista. Con i lavori successivi, Lorenzo, darà sempre più peso alle parole ed alla qualità dei testi fino ad arrivare a quella maturità dei giorni nostri che lo ha reso tra gli esponenti di spicco del nostro cantautorato. In "Gente della notte", Jovanotti, racconta con spensierata malinconia quel mondo della notte che è ancora il suo e ne esprime le sensazioni e i comportamenti che accompagnano quell'universo totalmente diverso dal contesto diurno. Lorenzo si trova perfettamente a suo agio in quel mondo composto da baristi, spacciatori, pauttane, ladri, giornalisti, camionisti, fornai, spogliarelliste e così via, elementi così diversi che trovano nella notte la loro giusta dimensione e che in questa scanzonata disamina vengono descritti senza alcuna forma di pregiudizio ma semplicemente come parti integranti di quel particolare microcosmo. Un bel pezzo, quindi, ma soprattutto un primo importante passo verso una evoluzione artistica che ha portato, negli anni, Lorenzo Jovanotti tra i grandi autori della nostra migliore musica italiana.

 

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Lorenzo Jovanotti  

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25 settembre 2020 5 25 /09 /settembre /2020 23:01

"Nanì" è un brano scritto da Pierdavide Carone con la collaborazione di Lucio Dalla che accompagnerà il giovane artista durante il  Festival di Sanremo del 2012. In quella occasione, Dalla, ha fatto da direttore d'orchestra nelle esibizioni di Carone oltre ad inserirsi col controcanto quando il brano lo richideva. In quel Festival, il brano, si classifica quarto dietro le proposte di Emma Marrone, Arisa e Noemi ma avrebbe meritato molto di più. La canzone, infatti, appare fin da subito come una delle più profonde di quell'edizione ed è sicuramente tra le poche prove di buon cantautorato italiano delle ultime edizioni della kermesse canora. Per la cronaca, nella serata dei duetti, il brano viene eseguito con Gianluca Grignani. Il fato, poi, vorrà che questa canzone acquisisca un ulteriore valore artisitco ed emotivo a circa due settimane della conclusione del Festival e, più precisamente, il 1° marzo, quando all'hotel Ritz di Montreaux in Svizzera, dove si era esibito la sera precedente, Lucio Dalla viene stroncato da un infarto a tre giorni dal suo sessantanovesimo compleanno. Il tragico avvenimento, quindi, rende la performance sanremese, l'ultima grande esibizione di Dalla e l'ultimo abbraccio con il pubblico italiano che lo ha sempre sostenuto ed ammirato. Tra l'altro, la canzone, tratta un tema delicato ed è trascinato da un contorno musicale coinvolgente ed emozionante che sottolinea la profondità delle parole e quel modo crudo e vero con il quale, i due autori, hanno deciso di presentare il brano. La storia parla di un adolescente ancora vergine che s'innamora di una prostituta e non riesce ad accettare che la donna rifiuti il suo invito d'amore per continuare a stare in strada. Ovviamente gli interessi, per lo più di tipo economici, della donna non coincidono con quelli di un ragazzino che vive ancora una fase confusa della sua vita e che inizia a conoscere il sesso e l'amore non riuscendo ancora a distinguere nel modo giusto le due cose. Una storia che, per il testo, può ricordare vagamente la celebre "Via del Campo" di Fabrizio De André mentre per l'atmosfera e per la musicalità può essere associata ad uno dei brani più belli dello stesso Dalla e cioè "4/3/1943". Un mix, quindi, che offre un ottimo risultato e che consegna al libro della storia della musica italiana una nuova, e purtroppo ultima, pagina firmata Lucio Dalla.

 

 

 

 

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24 settembre 2020 4 24 /09 /settembre /2020 23:01

"Il mio corpo che cambia" è uno dei brani più noti della discografia dei  Litfiba e del suo leader Piero Pelù. La canzone è il primo singolo di un album molto fortunato del gruppo e cioè "Infinito" del 1999 che risulterà anche essere l'ultimo disco prima del provvisorio divorzio tra Pelù e l'altro storico componente della band Federico "Ghigo" Renzulli durato dieci anni prima del nuovo sodalizio artistico. Dietro questo disco, però, c'è tutta una operazione commerciale che darà i frutti sperati in termini di vendite: sarà l'album più venduto della loro storia musicale ma alimenterà dissapori sia tra i fans che fra gli stessi componenti del gruppo fino ad arrivare all'addio di Pelù dopo 19 anni. Prima di tutto, per questo disco, i Litfiba cambiano il loro stile per seguire un percorso pop molto più facile da diffondere alla massa abbandonando le loro tipiche sonorità aggressive e sostituendole con musiche nettamente più morbide e melodiche. Lo stesso Pelù, in questo album, trasforma il suo modo di cantare proponendo un canto molto meno duro e più vicino al falsetto che infastidisce non poco gli appassionati storici della band. Questi cambiamenti, decisi a tavolino come dichiarato dagli stessi artisti per inseguire un pubblico più ampio, ottengono i riscontri voluti ma, alla lunga, non appagano del tutto la loro indole artistica non rispettando i propri canoni musicali. Pelù e Ghigo ammettono di aver incluso nel disco diversi brani che, realizzati per precedenti lavori, erano state precedentemente scartate. Anche il doppio album live "Cento giorni verso est" registrato durante il tour del 1999 ma pubblicato solo nel 2005 ottiene un grande successo risultando il quarto album più venduto dell'anno. Tutti i testi di questo fortunato ma controverso album sono di Pelù mentre le musiche sono di Renzulli. Come detto, però, i risultati esaltanti dal punto di vista commerciale non appagano i due che, infatti, nel momento migliore del loro sodalizio per ciò che riguarda le vendite decidono di dividere le loro strade per una evidente insoddisfazione di fondo sulle loro prospettive musicali. Mettere da parte il proprio istinto e la propria scuola di pensiero per ragioni di mercato non è mai una buona scelta e questa vicenda lo dimostra pienamente: nonostante, infatti, il successo, forse il più grande della loro carriera, gli artisti sentono probabilmente di aver deluso la loro stessa anima da musicisti liberi ed originali oltre che il loro pubblico storico affezionato ad un certo tipo di musica per inseguire un successo fasullo costruito a tavolino. Quando si perde la propria essenza per avere maggiori introiti econimici e maggiore popolarità si commette un grave errore che rischia di compromettere tutto un percorso nato dall'amore verso un arte che merita di essere trattata e vissuta con rispetto affichè possa essere rispettata anche l'anima e la dignità dell'artista e dell'uomo che la propone. Una operazione prevalentemente commerciale la si può accettare da un esordiente che, per farsi strada in un mondo difficile come quello discografico, inizia con un qualcosa che gli consenta di conquistare una certa notorietà prima di dar sfogo al proprio essere e di affermarsi con il proprio stile ma, la stessa cosa, non può essere accettata da artisti che ormai hanno un loro pubblico e che hanno vent'anni di musica alle spalle. Dopo quella esperienza, i due, sono tornati a lavorare insieme ed è certo che non ripeteranno ciò che è accaduto nel 1999 continuando onestamente a proporre il proprio stile musicale per rispettare loro stessi e soprattutto quel pubblico che, anche fosse di nicchia, li segue con affetto dal 1980.    

 

 

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Litfiba

Piero Pelù

   

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23 settembre 2020 3 23 /09 /settembre /2020 23:01

"L'amore rubato" è un brano molto crudo sul tema della violenza sessuale scritto e presentato al Festival di Sanremo del 1988 da Luca Barbarossa in un periodo storico dove i cantautori mostravano più coraggio nell'esporre temi difficili vista anche una società ancora poco aperta a parlare liberamente di certi temi che rappresentavano ancora un tabù. L'arte e la musica, però, possono arrivare lontano e anche una semplice canzone può avere una importanza fondamentale nella testa di un popolo di massa guidato alla conoscenza, talvolta, più dalla tv e dalla musica che dai canonici percorsi scolastici. Barbarossa, come altri importanti cantautori italiani, mostra coraggio nel portare un tema così delicato nella trasmissione più importante e seguita della televisione italiana e ottiene un ottimo riscontro sia dalla critica che dal pubblico. In classifica arriva terzo dietro l'eterno secondo Toto Cutugno che canta "Emozioni" e dietro l'inevitabile trionfo della sempre verde "Perdere l'amore" di Massimo Ranieri ma, al terzo anno consecutivo a Sanremo, Barbarossa ottiene la sua vittoria con la sola consapevolezza di aver sensibilizzato l'opinione pubblica su di un tema così importante. Ancora oggi, infatti, la violenza sulle donne, è all'ordine del giorno e tv e giornali non fanno che denunciare orribili avvenimenti giorno dopo giorno ma, come hanno insegnato Barbarossa e i suoi colleghi, almeno se ne parla e non si finge che questa piaga non esista. La società si evolve ma, taluni problemi, restano ed è sempre importante dar spazio e merito a chi ha il coraggio di parlarne e denunciare. Inoltre, durante la serata finale dello stesso Festival, Barbarossa riceve i complimenti in diretta, tramite un telegramma, da parte di Dario Fo e Franca Rame. Il brano è arrangiato dal maestro Pinuccio Pirazzoli e verrà pubblicato su 45 giri insieme a "Vivo" con la quale, tra l'altro, partecipa all'Eurovision Song Contest cambiandone il titolo i "Ti scrivo", oltre che nel terzo album dell'artista "Non tutti gli uomini" sempre del 1988. Il testo del brano, come detto, è molto crudo perchè parla di un atto di violenza subito da una ragazza a cui viene spezzato il sogno di vivere lo stesso atto solo per grande amore. "La ragazza non immaginava che anche quello fosse amore..." o "...La ragazza non immaginava che così forte fosse il dolore..." sono alcuni tratti molto significativi delle sensazioni immaginate dalla sensibilità del cantautore per questo tragico contesto in cui "...come un fiore che è stato spezzato così l'amore le avevan rubato...". Un testo profondo, quindi, che va riascoltato spesso per capire fino in fondo cosa una donna può provare in queste situazioni e per denunciare sempre ogni simile comportamento fin dalla prima, talvolta apparentemente insignificante, avvisaglia affinchè questa piaga possa essere definitivamente debellata in una società che si considera civile.

 

 

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22 settembre 2020 2 22 /09 /settembre /2020 23:01

"Senza voce" è uno dei brani più belli della ricca discografia di Enzo Gragnaniello, uno dei pochi artisti che riesce a mantenere viva la canzone napoletana classica. "Senza voce" è una canzone del 1991 pubblicato nell'album "Veleno, mare e ammore" e parla di un uomo che ha ancora voglia di vivere quei momenti di intimità con la sua donna in cui le parole non servono ma basta la voce dell'amore. L'uomo desidera di riassaporare quelle sensazioni e chiede alla compagna di "lasciare a terra la croce" e cioè di mettere da parte quei problemi e quelle incomprensioni che stanno creando presumibilmente delle difficoltà nella loro vita di coppia e che li hanno portati a non vivere più in armonia. Il protagonista, infatti, ha voglia di tornare a ridere con lei senza più tormenti aspettando che il tempo li aiuti a dimenticare completamente i loro problemi. L'uomo, quindi, chiede alla donna di accantonare l'orgoglio e con esso tutte quelle parole che, in momenti di nervosisimo, fanno solo male al cuore lasciando, invece, campo libero all'amore ed alla sua silente ma penetrante voce. Un capolavoro assoluto, quindi, sia per il testo in cui Gragnaniello rappresenta ancora una volta la sua innata sensibilità e la sua immensa bravura nell'esprimere al meglio le sensazioni dell'animo umano che per l'interpretazione con la quale l'artista riesce a trasmettere il messaggio del brano con grande maestria grazie al suo inconfondibile stile viscerale che penetra con garbo e passionalità nella mente e nel cuore di chi ascolta. Un artista vero, dunque, che ha dato tanto alla musica italiana ed a quella napoletana di qualità senza ricevere, spesso, l'adeguato appoggio dei maggiori media nazionali.

 

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Enzo Gragnaniello

 

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21 settembre 2020 1 21 /09 /settembre /2020 23:01

"L'appuntamento" è un classico della musica italiana che nasca dalla traduzione in italiano di un brano di musica brasiliana dal titolo "Sentado à Beira do Caminho" scritta da Roberto Carlos Braga, in arte Roberto Carlos e da Erasmo Carlos, all'anagrafe Erasmo Esteves, ritenuti in Italia erroneamente fratelli, e pubblicata per la prima volta nel 1969 ed a sua volta ispirata al brano "Honey (I miss you)" scritta da Bobby Russell e interpretata da Bobby Goldsboro nel 1968. Il brano arriva presto in Italia nella versione brasiliana interpreta da Mina nel 1970 per l'album "Mina canta o Brasil" per poi essere adattata all'italiano da Bruno Lauzi. Il brano in italiano è snobbato da Mina che lo interpreterà solo successivamente mentre viene accolto da Ornella Vanoni che ne farà il suo cavallo di battaglia fin dal 1970 dove lo presenta alla Mostra Internazionale di Musica Leggera di Venezia vincendo la "Gondola d'oro" e pubblicandolo come inedito nella raccolta "Appuntamento con Ornella Vanoni" sempre nel 1970. La canzone poi farà da sigla alla trasmissione "Gran Varietà" e verrà utilizzata dalla Vanoni per la gara di "Canzonissima" ottenendo, quindi, subito una gran popolarità. Il testo del brano, in italiano come nella versione originale, parla di una vana attesa di una donna che accetta un appuntamento di uomo che, però, non arriverà mai. La protagonista giudica, fin dall'inizio del brano, un errore aver accettato quell'invito ma è convinta allo stesso tempo che, in una vita sentimentale non molto fortunata, un errore in più non conterà più di tanto nella sua vita. La donna è tanto presa dal desiderio di rivedere quell'uomo che già lo chiama amore e lo attende con ansia tra le lacrime di una, ormai palese, nuova delusione e la speranza di vederlo, da un momento all'altro, spuntare in lontananza. Dopo la lunga attesa, la donna, arriva persino a chiedere perdono per non aver resistito ancora del tempo ad aspettare e se ne torna nella sua triste vita resa ancor più inutile e inesistente dal mancato arrivo di quell'uomo che forse rappresentava la sua ultima speranza di rivalsa. La conclusione, inoltre, del brano: "...Adesso per sempre non esisto, non esisto..." paventa anche l'idea di un finale ulteriormente tragico. Non un brano allegro, quindi, in pieno stile brasiliano dell'epoca ma che risulta, anche nella versione di Lauzi, una canzone molto significativa ed emozionante che rispecchia l'anima di tante donne abbandonate e prive di speranza nel campo sentimentale. Proprio questo aspetto, oltre alla raffinata interpretazione regalata dalla Vanoni, sta alla base di questo successo immortale che ha fatto la fortuna dell'artista e forse ha portato qualche piccolo rimpianto anche a Mina per averla inzialmente snobbata pur essendo la prima ad averla proposta in Italia. Nel 2006, inoltre, il brano è stato riproposto da uno degli autori originali, ovvero, Roberto Carlos accompagnato da Andrea Bocelli mantre la stessa Vanoni lo ha ricantato in spagnolo nel 1972 con il titolo "Sentado a la vera del camino" per la raccolta destinata al mercato iberico "Lo mejor de Ornella Vanoni". Nel corso degli anni, però, sono state tante le versioni prodotte del brano in diverse lingue e con vari arrangiamenti musicali confermando la forza di un successo senza tempo che, almeno in Italia, rimarrà per sempre il fiore all'occhiello della lunga e ricca storia discografica di Ornella Vanoni. 

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20 settembre 2020 7 20 /09 /settembre /2020 23:01

"La lontananza" è uno dei classici della musica italiana ed è anche stato uno dei più grandi successi di Domenico Modugno. Pubblicata nel 1970 in un 45 giri insieme a "Ti amo, amo te" la canzone è stata scritta, per il testo, da Enrica Bonaccorti che Modugno conobbe durante lo spettacolo teatrale "Mi è caduta una ragazza nel piatto". La Bonaccorti ricevette una lettera dal suo ragazzo e leggendola a Modugno, l'artista, carpì subito la forza di quel messaggio e la trasformò in una canzone che sarebbe passata alla storia. Non tutti, però, la pensavano così: due anni prima, infatti, nel 1968 il brano venne proposto per il Festival di Sanremo ma la commissione preposta alla selezione lo bocciò. A capo di quella commissione c'era Renzo Arbore che, resosi conto, del grande errore, invitò Modugno alla sua trasmissione "Speciale per voi". La canzone venne così presentata al Cantagiro del 1970 ed ebbe subito un forte impatto sul pubblico e sulla critica permettendo a Modugno di tornare in cima alle classifiche, cosa che non accadeva dal 1966. Il brano venne anche inserito nella colonna sonora del film "Il maschio ruspante" del 1972 dove era presente anche la Bonaccorti. Il testo che, in uno dei versi più celebri e centrali, paragona la lontananza al vento poichè spegne i fuochi piccoli ed accende quelli grandi, parla di un amore tormentato dalla distanza e del logoramento del protagonista che si rende conto di non aver compreso l'importanza di quella storia e promette di tornare da quella donna che solo la lontananza gli ha fatto apprezzare. Un bel testo enfatizzato dalla solita grande personalità e cifra interpretativa di Modugno che esalta la canzone in ogni suo aspetto rendendola immortale. Negli anni, poi, si faranno tante cover di questo brano in diverse lingue e si cimenteranno nell'esecuzione anche Mina, nel 2001 per l'album omaggio a Modugno "Sconcerto", utilizzando la bossa nova per la sua rilettura ed Emma Marrone, più recentemente, nel 2010 per l'album "A me piace così". Un grande successo, quindi, che nonostante l'iniziale bocciatura è diventato un evergreen della musica sia in Italia che all'estero.

 

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