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  • Cronista per vari giornali locali e articolista on line da diversi anni in svariati argomenti.
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"...Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto;

Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono;

Supererò le correnti gravitazionali,

lo spazio e la luce per non farti invecchiare;

Ti salverò da ogni malinconia,

perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te,

io sì, che avrò cura di te..."

 

Franco Battiato - La cura

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29 novembre 2020 7 29 /11 /novembre /2020 00:01

Nel 2010 la cantante itola-marocchina  Malika Ayane incide il successo di  Nicola Di Bari del 1970 "La prima cosa bella" per l'omonimo film di Paolo Virzì. La canzone, scritta dall'artista pugliese in collaborazione con Giulio Rapetti, in arte Mogol, ottiene una nuova linfa dalla nuova versione di una delle interpreti più promettenti del panorama musicale attuale. All'epoca della prima pubblicazione, il brano, prese parte alla ventesima edizione del Festival di Sanremo dove venne cantata da Di Bari insieme ai Ricchi e Poveri, dopo la rinuncia di Gianni Morandi prescelto dalla casa discografica RCA Italiana per accompagnare Di Bari, ed ottenne il secondo posto in classifica dietro solo a "Chi non lavora non fa l'amore" della coppia Celentano-Mori. "La prima cosa bella" è un elogio verso una donna, la madre nel caso del film, che viene definita come un dono divino e che da, al protagonista, la forza di suonare e cantare per lei pur non sapendo farlo. Una serenata, quindi, che gli autori scrivono per questa figura femminile che si è palesata nella vita di quest'uomo ed è risultata, appunto, "La prima cosa bella". Un classico della musica italiana che Malika Ayane ha saputo rielaborare a suo modo rispolverando la sua grande forza. Il 2010, per l'Ayane, è l'anno della consacrazione grazie alla partecipazione al Festival di Sanremo, al quale aveva preso parte tra i giovani anche nel 2009, con la canzone "Ricomincio da qui" scritta insieme a Luigi De Crescenzo, in arte Pacifico, per quanto riguarda il testo mentre la musica è ad opera di Ferdinando Arnò. Questo brano riscuote apprezzamenti positivi vincendo il Premio della Critica "Mia Martini" e provoca malumori, anche fra gli orchestrali dell'Ariston, per la sua esclusione dal podio. Pubblicherà nello stesso anno l'album "Grovigli" dove spiccano le collaborazioni con Paolo Conte e Cesare Cremonini, con il quale è stata fidanzata per circa un anno prima del matrimonio con Federico Brugia avvenuto nel dicembre del 2011. Attualmente, invece, è in programmazione il duetto con Pacifico "L'unica cosa che resta", canzone che esprime l'amore come unica ragione di vita, per il nuovo album del cantautore milanese "Una voce non basta" che uscirà il prossimo 27 marzo e che sarà composto da ben 14 duetti tra cui quelli con Samuele Bersani, Raiz, Cristina Donà, Ana Moura e Cristina Marocco.   

 

 

 

 
 

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28 novembre 2020 6 28 /11 /novembre /2020 00:01

"I bambini fanno 'ooh...'" è un brano scritto da  Giuseppe Povia ed inizialmente ammesso nella categoria giovani del Festival di Sanremo del 2005. Prima ancora della gara, però, la commissione della manifestazione canora nota che il brano è già stato eseguito in pubblico precedentemente e, quindi, taglia la canzone dalla competizione. La forza e la bellezza della stessa, però, spingono Paolo Bonolis, direttore artistico di quell'edizione, a trovare una soluzione per permettere comunque a Povia di esibirsi e fare ascoltare la sua canzone al vasto pubblico del Festival. Così, il conduttore, fa di questo brano la colonna sonora della campagna benefica a favore dei bambini del Darfur "Avamposto 55" promossa lungo tutte le cinque serate. Povia ottiene grande visibilità ed il brano un grandissimo successo tanto da apparire come vincitore morale della kermesse che, invece, fu vinta da Francesco Renga con "Angelo" tra i big e da Laura Bono con "Non credo nei miracoli" tra i giovani, categoria alla quale avrebbe dovuto prendere parte lo stesso Povia. "I bambini fanno 'ooh...'" rimane prima per ben 20 settimane in hit parade tra cui 19 consecutive e risulterà il singolo più ascoltato dell'anno vincendo 7 dischi di platino con oltre 180.000 copie vendute. La canzone ottiene anche riconoscimenti da BMG Sony come singolo più scaricato attraverso download digitali (350.000) e da cellulari (500.000). Inoltre la canzone fu tradotta anche in spagnolo e venne usata per accompagnare una campagna televisiva a difesa dei diritti dei bambini. In seguito a questo enorme successo fu pubblicato l'album "Evviva i pazzi... che hanno capito cos'è l'amore" che segna il debutto discografico del cantautore milanese. Anche il disco ottenne ottimi risultati essendo esportato anche sul mercato tedesco e vincendo il disco d'oro con oltre 60.000 copie vendute. Tutti questi successi, però, non nascono dal caso e non si tratta di fortuna bensì di talento perchè Povia, scoperto dal grande talent scout  Giancarlo Bigazzi, è riuscito a scrivere un testo che non poteva passare inosservato. Un delicato ed affascinante disegno del mondo dei bambini e del loro rapporto con gli adulti. I loro segnali spontanei, le loro ingenue espressioni e la ricerca costante di quella mano, necessario appoggio dei grandi, per la loro crescita fanno di questo brano uno di più belli degli ultimi dieci anni ed il successo ottenuto ne è una prova tangibile. Povia poi otterrà una sorta di rimborso a Sanremo vincendo l'anno seguente con "Vorrei avere il becco" e, negli anni, porterà sul palco dell'Ariston altri temi importanti come l'omossessualità con "Luca era gay" e l'eutanasia con "La verità". L'artista, infatti, si ispira ai grandi del cantautorato italiano e cerca sempre di lanciare messaggi significativi nelle sue canzoni lasciando all'ascoltatore ciò che di più importante può dare un testo e cioè la riflessione. Più volte è stato a centro di polemiche accusato di strumentalizzare questi argomenti ma fino a quando i suoi lavori susciteranno dibattito significherà che quel messaggio sarà arrivato e lo scopo sarà stato raggiunto. La ricerca di queste tematiche, in fondo, dichiarano la natura di un'artista che ha qualcosa da dire e non intende cadere nella banalità di una musica di massa che lascia il tempo che trova.  

 

 

 


 

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27 novembre 2020 5 27 /11 /novembre /2020 00:01

"Una ragione di più" è uno dei brani più rappresentativi della discografia di Ornella Vanoni. Inciso nel 1969 su 45 giri inisieme a "Quando arrivi tu", il brano, è stato scritto Franco Califano, Mino Reitano, Franco Reitano, Luciano Beretta e dalla stessa Ornella Vanoni. Negli anni, la canzone, è stata incisa diverse volte e pubblicate in varie raccolte e live tra cui l'esecuzione in duetto con Giusy Ferreri e quella live con Gino Paoli. All'epoca dell'uscita, la canzone, venne presentata nella trasmissione "Senza rete" conquistando subito il gradimento del pubblico. Ancora oggi, infatti, "Una ragione di più" rimane uno di quei brani senza tempo della musica italiana oltre ad essere uno dei cavalli di battaglia della Vanoni. Il brano, poi, è stato più volte interpretato anche dagli autori Califano e Reitano e più recentemente, invece, è stato oggetto anche dell'interpretazione di Emma Marrone oltre che quella di Valerio Scanu, nei panni della stessa Vanoni, per "Tale e quale show". Il testo parla di una donna stanca del proprio rapporto sentimentale che decide di andare via dal suo partner. Nel contempo, però, il distacco non sembra così facile perchè l'amore è ancora vivo ed immagina momenti di sofferenza e di forte malinconia lontano da lui. La donna, infatti, è ancora combattuta e non sa come regirebbe il proprio cuore ad una richiesta dell'uomo di non lasciarlo solo. Una sorta di prova di coraggio di una donna che prova a riprendersi la sua vita ormai svuotata da un rapporto complicato ma retto da un sentimento, forse più d'affetto che d'amore, che gli rende questa scelta ancor più dura. Il testo di Califano, quindi, rappresenta ancora una volta una immagine interiore di un sentimento, di sensazioni che appaiono dipinte su tela, chiare, limpide, come solo un grande autore riesce a trasmettere attraverso le parole e la poesia. La musica di Reitano e il contributo degli altri autori fanno il resto fino all'interpretazione della Vanoni che consegna questa canzone alla storia e non poteva essere altrimenti.

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26 novembre 2020 4 26 /11 /novembre /2020 00:01

"Azzurro" è un vero e proprio evergreen della musica italiana ed è anche uno dei cavalli di battaglia di Adriano Celentano. Il brano inciso prima nel 45 giri con "Una carezza in un pungo" nel 1968 e poi nell'album intitolato sempre "Azzurro/Una carezza in un pungo" del maggio dello stesso anno. Il doppio titolo per un album è un qualcosa di molto raro ma, la forza dei due brani principali del lavoro discografico di Celentano, obbligano, in qualche modo, questa decisione. Saranno, infatti, due dei più grandi successi dell'intera discografica dell'artista milanese. A scrivere la musica del brano è un giovane musicista entrato come autore nel Clan Celentano: l'avvocato astigiano Paolo Conte. Conte, scrive la musica con Michele Virano mentre il testo è di Vito Pallavicini che intenzionato a rendere il brano perfetto per Celentano affronta tematiche molto sentite dal molleggiato come l'ecologia, l'amore e la religione. Il testo, infatti, parla dell'insoffernza di un uomo in cui pensieri e desideri vanno all'incontrario e della sua voglia di evadere da una città che non lo rappresenta. Queste tematiche, però, che ricordano tratti di diversi altri brani di Celentano come, ad esempio, "Il ragazzo della via Gluck", non vengono affrontati in maniera malinconica o intimista ma, la musica realizzata da Conte, spinge il brano verso una esecuzione del tutto origianale e particolare. Un mix di generi non perfettamente riconoscibili fanno di questa canzone un pezzo unico nella discografica di Celentano ed in tutto il panorama italiano. Proprio per questo, il brano, ottiene un grande successo fin da subito e, negli anni, diventerà un successo internazionale poiché, come succede spesso per alcuni fenomeni pop, questa trascinante sonorità può vivere anche senza testo. Al di là, infatti, delle parole che per chi padroneggia la lingua italiana ha sicuramente il suo peso, la musica di Conte e l'interpretazione di Celentano abbattono con questa canzone ogni tipo di frontiera geografica. In Italia, come detto, la canzone e l'album ottengono subito un riscontro positivo e la cosa è da evidenziare se si pensa che non ci fu, praticamente, alcuna promozione all'uscita del progetto poiché Celentano era impegnato nelle riprese del film "Serafino". Dopo, quindi, una lunga assenza promozionale, lo stesso Celentano si sorprese delle vendite dell'album e notò con piacere che, con il passare del tempo, i consensi aumentavano. La popolarità di "Azzurro", poi, in Italia come all'estero, con il passare degli anni è storia nota. Tante, inoltre, sono state le cover e le interpretazioni del brano: dalle più fantasiose  come quella eseguita con pernacchi da Renzo Arbore nel film "Il Pap'occhio" del 1980 o quella in versione punk dei tedeschi Die Toten Hosen del 1990 a quelle più tradizionali di Mina con il jazzista Giorgio Gaslini o di Gianni Morandi fino a quelle del suo autore Paolo Conte che solo nel 1985 decise di eseguire il brano per la prima volta. Conte, infatti, non ha mai sentito il brano nelle sue corde e quando lo ha inciso, nel 1998, lo ha fatto con una versione essenziale al pianoforte trovando più adatta la vocalità di Celentano per la versione originale. In ogni caso, resta il fatto che "Azzurro" ancora oggi è uno dei brani italiani più noti ed amati all'estero ed ha rappresentato una tappa fondamentale sia per Celentano che per Conte, due nomi che ieri come oggi rappresentano la nostra musica nel mondo.      

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25 novembre 2020 3 25 /11 /novembre /2020 00:01

"Born to be Abramo" è uno dei brani che meglio rappresenta l'essenza e lo spirito che da sempre contraddistingue la proposta musicale della band Elio e le Storie Tese. Gli "Elii", come vengono chiamati, fanno della anormalità, della creatività e dell'ironia le loro armi migliori e proprio attraverso queste caratteristiche, affiancate comunque ad una grande conoscenza del mondo musicale ed un ottima confidenza con gli strumenti, hanno conquistato un loro posto nella musica che conta. Il suddetto brano, dunque, è uno di quei pezzi dove è possibile riscontrare sia tanta fantasia ma anche una grande capacità strumentale oltre ad una genialità umoristica che nasce principalmente dal leader Elio, ovvero Stefano Belisari, che da Rocco Tanica, Sergio Conforti all'anagrafe, oltre che dagli altri componenti del gruppo. Stefano e Sergio sono un po' il nucleo della band e sono anche gli autori della maggior parte delle proposte del gruppo. "Born to be Abramo" viene pubblicato come singolo nel 1990 per poi essere ritirato dal mercato dopo pochi giorni. Il ritiro è dovuto al contenuto del brano e a delle mancate autorizzazioni. Il pezzo, infatti, non è altro che un collage di cover trasformate e riadattate in pieno stile della band milanese. A partire dall'intro che si rifa al brano "Triangolo" di Renato Zero, passando per "Resta cu'mme" di Domenico Modugno, "Born to be alive" di Patrick Hernandez a cui si rifà evidentemente anche il titolo, "You make me feel (Mighty real)" di Sylvester fino a due canti liturgici come "Resta con noi Signore la sera" di Domenico Machetta e "Esci dalla tua terra" di Gigi Cocquio. A far saltare tutto furono sia i coautori del brano di Patrick Hernandez a cui non erano stati chiesti i diritti ma, soprattutto, la copertina dell'album che recitava un ironico "Sveliatevi!", chiaro riferimento alla rivista "Svegliatevi!" distribuita dai Testimoni di Geoa. Fu, quindi, la Società Torre di Guardia, principale organo giuridico dei Testimoni di Genoa, a chiedere il ritiro dal mercato. Il brano, intervallato, da tratti recitati da un Rocco Tanica in versione sacerdote, fu poi riproposto in versione remix con il sottotitolo "Saturday Night Strage" nell'album "The los Sri Lanka Parakramabahu Brothers featuring Elio e le Storie Tese" sempre nel 1990 dove il duo dello Sri Lanka non era altro che una coppia di ragazzi addetti alla pulizia nel loro studio di registrazione. Anche in questo caso, anche se invertita, la copertina resta simile alla precedente ed anche in questa occasione vi è il ritiro dal mercato. Si deve, quindi, arrivare al 1997 per avere una pubblicazione ufficiale contenuta nella raccolta "Del meglio del nostro meglio vol.1" dove vi è anche la partecipazione dello stesso Hernandez, maggiore "vittima" del brano a partire dal titolo fino all'intera seconda parte del testo che rimane, in pratica, una totale parodia del suo "Born to be alive". In questa versione, però, non compaiono più gli intermezzi recitati di Rocco Tanica. Sempre del 1997 è anche il videoclip del brano dove partecipano simpaticamente diversi personaggi dello spettacolo oltre allo stesso Hernandez e cioè Fabrizio Frizzi, Guido Meda e la squadra di "Striscia la notizia" tra cui Enzo Iacchetti ed Alessia Mancini. Oltre a Patrick Hernandez che, partecipando alla nuova versione del brano ed al videoclip, si mostrò simpaticamente compiaciuto della cover degli Elii anche Gigi Cocquio, missionario italiano e autore di "Esci dalla tua terra", apprezzò la cosa mentre Dino Verde, alias Michele Bovi, autore del testo di "Resta cu'mme" si irritò dell'utilizzo ironico dei suoi versi e lamentò anche il fatto che la band non gli avesse chiesto il permesso rubando, in pratica, la sua composizione. In ogni caso, tra mille controversie, ritiri dal mercato, censure, mancate autorizzazioni e quant'altro, "Born to be Abramo" ha mantenuto nel tempo la sua sarcastica incisività rimanendo ancora oggi tra i brani più amati dal pubblico degli Elii oltre ad essere tra le canzoni più rappresentative della loro vastissima offerta musicale.      

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24 novembre 2020 2 24 /11 /novembre /2020 00:01

"Bisogno d'amore" è una delle canzoni più note del cantautore astigiano Danilo Amerio. L'artista cresciuto professionalmente nella scuderia fiorentina di Giancarlo Bigazzi si fa subito notare per le sue grandi doti autoriali iniziando la sua storia proprio come autore. Tra i primi successi confenzionati per altri artisti c'è, ad esempio, "Donna con te", diventato un vero cavallo di battaglia di Anna Oxa che lo propose a Sanremo nel 1990. Ma il suo talento gli permette di trovare conferme già da ragazzino: a 14 anni, infatti, scrive per Nicola Di Bari "Chi ha visto Elena" ed a 15 vince il disco d'oro in Inghilterra con il brano "I look at the sun" cantanto da Morris Albert. Un inizio entusiasmante per un cantautore che metterà la firma su molti brani per artisti come Fausto Leali, Fiordaliso, Little Tony e tanti altri oltre ad iniziare un proprio percorso anche da interprete a metà degli anni '90. Sono proprio quelli gli anni del suo boom prima con un terzo posto tra le Nuove Proposte a Sanremo 1994 con "Quelli come noi" e poi con il sesto posto tra i Big nel 1995 proprio con "Bisogno d'amore". Il brano verrà pubblicato nell'omonimo album ed otterrà un grande successo di pubblico e critica oltrepassando anche i confini italiani grazie alla versione tradotta in spagnolo con il titolo "Necesitan amor" ed interpretato da Cristian Castro. Nei paesi latini, il brano, venderà oltre 800 mila copie. Nel testo, Amerio, esprime il disagio di un uomo abbandonato da quella donna che amava ma che scopre fredda e priva di sentimenti. Il protagonista, quindi, prende coscenza del suo bisogno d'amore ma, allo stesso tempo, si promette di non ricascare più in simili disperate situazioni per parsone incapaci di dare e ricevere amore. Proprio questo secondo punto, infatti, enfatizza in qualche modo il dolore del protoganista che si accorge che quella donna che sta scappando dalla sua vita per inseguire un altro uomo, sta trascurando un reale e forte sentimento, utile forse più a lei che a lui, per un qualcosa di incerto. L'uomo, quindi, soffre anche per l'incapacità della donna nel non saper riconoscere ciò che potrebbe soddisfare anche il bisogno d'amore che risiede in lei e che, da donna smarrita e superficiale, non riesce nemmeno a percepire. Questa donna, in pratica senza anima, getta al vento l'opportunità di completare due esistenze attraverso un profondo sentimento buttando nello sconforto la parte più sensibile della coppia e cioè l'uomo: l'unico, tra i due, che riesce ancora ad ascoltare il cuore. Un bellissimo messaggio scritto da un autore capacissimo e sempre poco sponsorizzato dai media come Danilo Amerio che impreziosisce il prodotto con il suo particolare e graffiante timbro vocale che risulta perfetto per questa tipologia di brani che puntano diretti all'anima di chi li ascolta.       

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23 novembre 2020 1 23 /11 /novembre /2020 00:01

"Cogli la prima mela" è uno dei successi più noti, dal punto di vista commericale, di Angelo Branduardi. Il menestrello di Cuggiono, sempre aperto a sperimentazioni e ad influssi sonori di qualsiasi cultura, nel 1979, con questo brano che da anche il titolo all'album, riesce nell'impresa di rendere popolare e commercialmente competitivo una melodia medievale ungherese. Il brano, infatti, è una rielaborazione di una antica musica magiara dal titolo "U naseho Barty". Branduardi realizza il testo con la collaborazione della fidata e fedele Luisa Zappa, parte fondamentale della discografia dell'artista, riuscendo a conquistare pubblico e critica. Nella storia musicale del cantautore, tale tipo successo popolare, non avverrà molto di frequente e nemmeno pare essere un obiettivo fondamentale per Branduardi. Infatti, nella sua carriera, l'artista lombardo di nascita ma cresciuto a Genova, non ha mai inteso la musica come un strumento di facile guadagno e non ha mai cercato di "costruire" brani a tavolino per ottenere consensi di massa. Branduardi ha sempre fatto un certo tipo di musica per passione pur sapendo di rivolgersi prevalentemente ad un pubblico di nicchia. La sua qualità, però, gli ha permesso in diversi casi di raggiungere anche quel pubblico che solitamente non si avvicina a queste sonorità. Si può dire, infatti, che Branduardi è uno dei precursori della world music prima ancora che la stessa fosse realmente certificata come genere musicale. Le sue mille diramazioni culturali e strumentali gli hanno permesso di contagiare le sue capacità ed il suo modo di esprimere musica con elementi sonori e letterali di ogni parte del mondo ed, in particolare, con le diverse culture europee. Tali influenze hanno portato l'artista a variare la propria offerta musicale a seconda del momento e ad ottenere sempre proposte innovative capaci di affascinare e sorprendere sempre il suo pubblico. "Cogli la prima mela", quindi, è uno di quegli esperimenti che ha portato Branduardi ad abbracciare anche un pubblico più commericiale in Italia come in Europa. Questo album, tra l'altro, è stato tradotto sia in francese con il titolo di "Va où le vent te mène" e con l'apporto di Etienne Roda-Gil che inglese col titolo "Life is the only teacher" con l'aiuto per i testi di Keith Christmas. Le sue musiche, infatti, hanno girato il mondo e, in alcuni Paesi europei Branduardi gode, probabilmente, di una stima maggiore di quella che gli riserva il pubblico italico spesso poco avvezzo al suo stile musicale. Non fu così, però, per il suddetto brano che abbinava alla leggiadria della musica un testo affascinante quanto di facile accesso. Gli autori, infatti, invitano a non lasciarsi scappare le occasioni che la vita ci offre e di coglierle con fierezza senza dar troppo peso alle eventuali conseguenze ma vivendo la propria esistenza in allegria rinnegando ogni qual forma di pentimento o di rimpianto. Un bel messaggio che viene espresso in una forma poetica tipica dell'artista: una sorta di soave filastrocca che, come in tanti altri casi, ha contribuito a rappresentare nell'immaginario collettivo Branduardi con il suo immancabile violino e la folta capigliatura come un vero e proprio menestrello dei nostri tempi.            

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22 novembre 2020 7 22 /11 /novembre /2020 00:01

"Lontano dagli occhi" è un'altra di quelle canzoni senza tempo nè confini che ancora oggi, dopo oltre quarant'anni, rappresenta la nostra musica nel mondo. Scritta per la musica da Sergio Endrigo e per il testo da Sergio Bardotti, la canzone, venne presentata al Festival di Sanremo del 1969 dallo stesso Endrigo in accoppiata con Mary Hopkin per poi essere pubblicata in un 45 giri insieme a "San Firmino". Al Festival, il brano, si classificò secondo dietro a "Zingara" proposta dalla coppia Iva Zanicchi-Bobby Solo ma col passare del tempo si impose tra i classici della musica italiana nel mondo anche grazie alla versione della Hopkin. In origine, però, ad accompagnare Endrigo a Sanremo, dovevano essere gli Aphrodite's Child ma, il trio greco, all'ultimo momento decisero di non prendervi parte per ragioni ancora non chiare. Le ipotesi più concrete sono due: un poco gradimento dell'accoppiamento con Endrigo o il rifiuto a partecipare al meccanismo del concorso. In ogni caso, però, il gruppo decise comunque di incidere una cover del brano come poi, negli anni, hanno fatto tanti artisti italiani ed internazionali. A prestare la voce al successo di Endrigo sono stati, fra gli altri, Petula Clark, Paul Mauriat, Rudy Rickson, Bob Farina, Andrea Mirò, I Panda, Morgan e recentemente Gianna Nannini che l'ha proposta in chiave rock. Tanti altri artisti poi l'hanno proposta dal vivo senza, però, inciderla. Grazie alle molteplici versioni il brano è stato tradotto ed esportato sui mercati dell'intero pianeta: dal Brasile al Giappone passando per Spagna, Francia, Gran Bretagnia, Grecia, Russia, Portogallo, Romania, Norvegia, Danimarca, ex Jugoslavia, Argentina, USA, Canada fino in Singapore, Hong Kong e Taiwan. In pratica, come detto, questo brano che parla della sofferenza dell'avere persone care lontante rischiando, in molti casi, di essere del tutto dimenticati, ha fatto davvero il giro del mondo e da quel 1969 non si è ancora fermato. Un successo che premia le doti di un cantautore elegante e discreto come Sergio Endrigo troppo spesso dimenticato da un mondo mediatico a cui non è stato mai particolarmente affine e che, forse, lo ha valorizzato solo dopo la morte. Oltre il confine terreste, però, a rendere omaggio all'infinito al suo grande talento ci penserà, senza alcuna difficoltà, la sua musica che continua imperterrita a girare per il mondo anche attraverso le voci delle nuove generazioni di artisti.  

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21 novembre 2020 6 21 /11 /novembre /2020 00:01

"Io ci sarò" è il brano che segna il debutto da solista di Piero Pelù dopo vent'anni di storia musicale realizzata con il gruppo dei Litfiba dal 1980 ed in particolar modo con l'amico e socio di sempre Ghigo Renzulli. Il brano del 2000, sarà inciso nell'album "Né buoni né cattivi" dello stesso anno non prima però di aver lanciato un libro autobiografico dal titolo "Perfetto difettoso". In realtà, Pelù, già nel 1999 aveva avuto una esperienza senza i Litfiba per il singolo "Il mio nome è mai più" cantato con Lorenzo Jovanotti e Luciano Ligabue anche se, nello stesso anno, aveva pubblicato con il suo gruppo storico l'album "Infinito": forse il successo dal punto di vista commericale più forte della band. Ma proprio quel disco trainato da "Il mio corpo che cambia", canzone che poi si scoprirà creata a tavolino proprio per ottenere un riscontro positivo dalla vendite, sarà la ragione principale dell'abbandono di Pelù. Lo spirito rock e crudo della loro anima musicale si era persa per quelle logiche di mercato che il leader firentino non ha mai messo in primo piano nella sua attività. I contrasti, già presenti per altre ragioni, trovano in questa ultima situazione la definitiva, poi divenuta momentanea, rottura. Proprio con "Io ci sarò", Pelù, sottolinea la volontà di farsi rispettare, senza abbassare lo sguardo con nessuno e di essere pronto a vivere un'altra storia con entusiasmo e con le proprie idee. L'artista, nel brano, si definisce "assassino del suo passato" ed è, quindi, palese il collegamento tra le parole della canzone e la sua vicenda professionale. Questa durezza espressa da un artista che aveva solo voglia di portare in scena il suo pensiero si è poi attenuata col tempo fino al ritorno, nel 2009, con i Litfiba senza però abbandonare la sua attività da solista. Vent'anni di musica ed emozioni non si possono cancellare e nonostante le incomprensioni Pelù ha giustamente scelto di vivere parallelamente le due realtà dividendosi tra le proprie personali "creature" musicali e ciò che, invece, ha rappresentato l'inizio e la storia della sua attività discografica.    

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