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Citazione del mese

"...E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai,

di giocatori tristi che non hanno vinto mai,

ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro

e adesso ridono dentro a un bar;

E sono innamorati da dieci anni,

con una donna che non hanno amato mai;

Chissà quanti ne hai veduti, chissà quanti ne vedrai..."

 

Francesco De Gregori - La leva calcistica della classe '68

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11 dicembre 2020 5 11 /12 /dicembre /2020 00:01

Nel 1993 Francesco De Gregori pubblica "Il bandito e il campione" un album live lanciato dall'omonimo singolo. Il brano scritto dal fratello dell'artista Luigi Grechi, ovviamente De Gregori all'anagrafe, doveva essere un favore del fratello famoso per agevolare la carriera di quello meno noto invece, il brano, divenne un ulteriore lancio per la storia musicale di Francesco. La canzone nasce da una vicenda che ha per protagonisti il ciclista Costante Girardengo ed il bandito anarchico Sante Pollastri. I due concittadini di Novi Ligure, si conoscevano fin da piccoli ma non è dato sapere se fossero realmente amici di infanzia ma è certo che avevano in comune la passione per la bicicletta. Le strade dei due si separarono presto poichè Girardengo iniziò la sua carriera sportiva che lo portò a diventare il più grande ciclista italiano dagli anni '20 in poi mentre Pollastre intraprese la tortuosa strada del crimine. Ciò che portò Pollastre ad essere definito "Nemico pubblico numero uno" era il suo spirito anarchico ed il suo odio verso i Carabinieri che pare sia nato a causa di uno stupro ai danni della sorella Carmelina da parte di milite dell'Arma. Tutto ciò non è certificato e potrebbe essere anche frutto della leggenda che si sarebbe creata intorno a questa storia negli anni successivi. Anche per ciò che riguarda l'anarchia di Sante esistono due versioni e cioè quella di uno sputo caduto per errore ai piedi di due fascisti o quella di una rissa con gli stessi a seguito di ripetuti isulti verso Sante. Quel che è certo è che in quegli anni iniziò una latitanza di Pollastre che durò per diverso tempo e dove l'uomo commise diversi omicidi verso gli uomini dell'Arma: a suo dire ben sette. Proprio in questo periodo avviene l'incontro con il campione, infatti, vista l'amicizia dei due con il massaggiatore Biagio Cavanna, i protagonisti della vicenda si incontrarono durante una gara che Girardengo stava svolgendo a Parigi: la "Sei giorni". In seguito a questo incontro avvenne l'arresto di Pollastre e si diffuse la voce di una soffiata da parte del ciclista. L'incontro tra i due antecedente all'arresto fu anche oggetto di una testimonianza che lo stesso Girardengo rilasciò al processo verso il suo concittadino. Era il 1927 e Sante venne condannato all'ergastolo da scontare sull'Isola di Santo Stefano salvo poi essere graziato dal presidente Giovanni Gronchi nel 1959. Pollastre visse gli ultimi 19 anni della sua vita come commerciante ambulante di stoffe nella sua Novi Ligure. Girardengo, invece, terminata l'attività agonistica sponsorizzò una marca di biciclette e fu commissario tecnico della nazionale portando Gino Bartali alla vittoria del Tour de France nel 1938 prima di spegnersi nel 1978, un anno prima del presunto amico Pollastre. Questa storia, quindi, al centro della celebre canzone portata al successo da Francesco De Gregori e ripresa anche da Marco Ventura per il libro "Il campione e il bandito" e dalla fiction televisiva "La leggenda del bandito e del campione" interpretata da Beppe Fiorello e Simone Gandolfo. Se sia solo una leggenda o sia tutta verità il presunto tradimento di Girardengo ha fatto discutere e continua a farlo forse perchè al centro di questa storia non ci sono soldi o favori ma solo valori importanti, la pulizia nello sport ed un senso di giustizia che non ammette omertà: "Una storia d'altri tempi...di prima del motore...quando si correva per rabbia o per amore...ma fra rabbia ed amore il distacco già cresce...e chi sarà il campione già si capisce...".    

 

 

 


 

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Francesco De Gregori

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10 dicembre 2020 4 10 /12 /dicembre /2020 00:01

"Aida" è una delle più belle canzoni realizzate dal compianto Rino Gaetano. Già dal titolo, l'autore, racchiude con dono di sintesi la sua rappresentazione del nostro Paese. Aida, logico e voluto richiamo all'opera di Giuseppe Verdi, è l'Italia per Gaetano ma è anche la rappresentazione della figura femminile italica che, ormai avanti con l'età, sfoglia le sue memorie per riprercorrere in maniera affascinante e graffiante le peripezie affrontate dal nostro popolo tra guerre, fascismo, povertà, disordini, scandali politici e quant'altro. Muovendosi, quindi, nel limbo dei suoi ricordi, l'anziana protagonista rivede nelle immagini della propria memoria quegli episodi ricci di difficoltà, di contraddizioni e conditi dai tabù e dalle ipocrisie di un popolo dalla matrice cattolica. Tra le retoriche "madonne" delle popolane e i "mille mari" solcati dai navigatori italici sotto il vessillo delle Repubbliche Marinare, quindi, Gaetano, attraversa quell'Italia bigotta e, se vogliamo, ingenua che dopo la prima guerra mondiale arriva impreparata ai "Tempi moderni", con citazione all'opera sarcastica di Charlot sul capitalismo di quegli anni. Si arriva poi alla campagna d'Egitto,  all'avvento di Benito Mussolini ed è ancora guerra: marce e svastiche sono il nuovo ordine. Il potere punta all'uniformità del essere umano. Razze, religioni e scuole di pensiero differenti da quelle imposte sono oppresse e combattute senza tregue. Lo stivale italiano si ritrova ancora divisa: fascisti e partigiani rievocano i più tristi ricordi di una delle pagine più brutte della storia d'Italia. Eppure, nonostante tutto, attraverso il sogno utopico di salvezza e di speranza si riesce ancora ad essere fieri della bellezza della nostra Italia tra retorica ed illusione. Passata la guerra, non termina i tormenti: è l'ora della povertà, degli avvoltoi, della borsa nera, delle lotte interne vissute con lo spettro del comunismo russo a cui si contrappone il potere ecclesiastico. Si giunge poi alle battaglie politiche e ad una paventata democrazia che stenta a concretizzarsi anche dopo la stesura della Costituzione e l'istutizione della Repubblica Italiana. Oggi come allora persiste la contrapposizione tra il potere ed il popolo, tra ricchezza e povertà, storia che ancora oggi accompagna il nostro quotidiano. Al termine, quindi, di questo viaggio non rimane che affidarsi, secondo l'autore, alla consolatoria, sarcastica quanto ipocrita affermazione: "Aida come sei bella!". Un brano, quindi, che va oltre la solita e comunque graffiante ironia del cantautore calabrese e che anche musicalmente prevede delle varianti, in parte anche dovute all'evocazione dell'Aida di Verdi, del suo solito reggae. Un pezzo unico e particolare per la discografia di Gaetano ma dove viene espressa una tematica, quella dell'Italia e le sue contraddizioni, da sempre vicina all'artista e presente in buona parte della sua storia musicale. Il brano, pubblicato nell'omonimo album del 1977, fu anche oggetto di una cover realizzata da Riccardo Cocciante per l'album "QConcert", disco live registrato insieme allo stesso Gaetano e al gruppo New Perigeo nel 1981. Un grande pezzo, dunque, che aiuta a conoscere ancor più a fondo la grandezza di cantautore spesso dimenticato o sottovalutato attraverso l'enfatizzazione della sua leggerezza e della sua ironia che, sebbene sia una dote, può finire per screditare in maniera disonesta le capacità autoriali ed intellettuali di un artista che in pochi anni è riuscito a lasciare un segno indelebile nella storia della nostra musica e l'attualità dei versi di questo brano, dopo quasi quarant'anni, ne sono una ulteriore conferma.       

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9 dicembre 2020 3 09 /12 /dicembre /2020 00:01

"Una notte in Italia" è uno dei manifesti della discografia di Ivano Fossati. Una delle penne più illuminate della cultura italiana del '900 incide questo brano nel 1986 nell'album "700 giorni" ed in un momento storico per l'Italia non particolarmente diverso da quello attuale. Come sempre, Fossati, quindi si mostra osservatore e fotografo profondo della realtà mettendo nero su bianco le sensazioni e le immagini che possono raccontare al meglio una determinato periodo. Magicamente, però, anche se precisamente contestualizzate, le canzoni di Fossati restano eternamente attuali. "Una notte in Italia", ad esempio, sembra scritta ieri pur avendo quasi trent'anni. Sarà che la realtà italiana non è cambiata di molto ma è sicuramente anche la dimostrazione di un poeta che riesce a raggiungere il fulcro del pensiero e dei comportamenti che sono poi dei riflessi condizionati della realtà in cui si vive e che, tranne stravolgimenti eclatanti, rimangono pressochè inalterati. L'indole italiana di oggi è, quindi, praticamente simile a quella degli anni '80 e non resta difficile per un artista come Fossati immortalarla in tutti i suoi aspetti attraverso un percorso musicale che fa parte ormai della nostra storia culturale. In questo testo, che insieme agli altri brani presenti in questo album, porterà al cantautore la sua prima Targa Tenco, Fossati canta la bellezza del vivere in Italia anche nei periodi sbandati. L'artista dichiarerà più volte l'amore per questo testo che pur palesando le problematiche italiche offre comunque la strada per un futuro diverso attraverso l'accettazione delle difficoltà e la volontà di non restare fermi. Come in altri famosi testi, Fossati, utilizza anche qui la metafora musicale parlando di una musica troppo leggera che, però, può diventare un traino per sognare. L'artista, infatti, invita al confronto ed alla determinazione di cambiare le cose ma senza mai stare ad aspettare che qualcosa cambi da solo e, quindi, muoversi, agire, cantare, anche solo canzonette, ma mai stare zitti, mai rassegnarsi al peggio. Una presa di posizione, dunque, contro l'immobilismo e la depressione che sono le armi meno idonee per combattere un momento di difficoltà. Ancora una volta, quindi, Fossati ci lascia un grande insegnamento dimostrando come la musica può essere un immenso viatico per la riflessione e per la crescita culturale di un popolo palesando indirettamente l'infinita povertà dell'attuale offerta discografica attuale.      

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8 dicembre 2020 2 08 /12 /dicembre /2020 00:01

"Vita d'artista" è un brano molto particolare di Enzo Ghinazzi, in arte Pupo, ed anche uno di quelli che avrebbe meritato maggior fortuna. La canzone, infatti, incisa nell'album "Change generation" del 1985 e scritta con il compositore Gilberto Borri non rientra tra i grandi successi popolari dell'artista toscano ma è sicuramente tra più apprezzate dai fans del cantautore. Nel testo, Pupo, ci parla di questo magico mondo dello spettacolo, che poi tanto magico non è, e lo fa con gli occhi e l'anima dell'artista attraverso le sensazioni e le emozioni che lo stesso prova in un sistema, in fondo, ipocrita e spesso fasullo. Pupo toglie, quindi, la maschera e mostra le insicurezze di un uomo comune obbligato, in qualche modo, a tanti piccoli trucchi per servire il pubblico e dare loro quel sogno che si aspettano. Una illusione che si avvera ogni qual volta si apre un sipario e che svanisce quando si esce dalla scena. L'artista, dunque, interpreta un ruolo e lo fa utilizzando tanti piccoli trucchi del mestiere che non lasciano spazio all'uomo. Anche alla fine di questa confessione, l'artista, ci lascia col dubbio sulla veridicità di ciò che ha appena cantato palesando, quindi, l'enventualità che anche queste parole sono parte della finzione scenica non riuscendo più, forse nemmeno lui in prima persona, a capire se a cantare è stato l'uomo o l'artista. Le due figure, infatti, tendono a confondersi creando quasi un annullamento della propria personalità al punto che, il protagonista, arriva a dire che se tornasse indietro non rifarebbe la stessa scelta. Ma, intanto, il suo percorso è questo e continua, come ogni artista, a dipingere emozioni attraverso le canzoni, creare mistero con uno sguardo perso nel vuoto ed a sembrare sempre un po' matto perché la gente non lo vuole un'artista normale. Un gran bel pezzo che dimostra le capacità autoriali di un cantautore spesso sottovalutato soprattutto dai media italiani dove ormai la sua presenza è limitata al ricordo di pochi pezzi commerciali o alla conduzione di programmi di intrattenimento mentre all'estero la sua musica viene ancora valorizzata ed il suo nome rimane legato alla storia della musica italiana. Questa, però, è la situazione di molti artisti italiani della generazione di Pupo che, magari non saranno di primissimo livello, ma hanno nella loro lunga carriera molte perle nascoste come la suddetta che meriterebbero visibilità molto di più di tanti prodotti banali diffusi a dismisura dai maggiori media nazionali per puri interessi di mercato finendo per svilire la nostra tradizione musicale che ancora gira il mondo con successo.           

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7 dicembre 2020 1 07 /12 /dicembre /2020 00:01

"Piccola Katy" è uno dei brani più famosi e più rappresentativi dei Pooh. La storica band italiana, infatti, incide questo brano nel lato B di un 45 giri del 1968 insieme a "In silenzio" che sarebbe dovuto essere il pezzo forte del progetto. Nonostante la bontà del lato A, ad emergere fin da subito, è proprio quella "Piccola Katy", brano orecchiabile dal testo semplice che colpisce il pubblico e permette ai Pooh di entrare per la prima volta nei primi 15 posti delle classifiche italiane. Scritta da Valerio Negrini per il testo e da Roby Facchinetti per la musica, la canzone ottiene quel successo anche grazie all'interpretazione dell'allora frontman del gruppo Riccardo Fogli. Con Fogli, Facchinetti e Negrini, allora batterista e poi autore nascosto in seguito, c'è il chitarrista Mario Goretti che lascerà il posto proprio nell'estate del 1968 a Dodi Battaglia. Riccardo Fogli, invece, lascerà il gruppo nel 1973 e reinciderà il pezzo anche da solista. Anche i Pooh, nella formazione attuale, fatta eccezione per la presenza di Stefano D'Orazio, hanno rielaborato il brano in una versione più recente nel 1990. Una delle differenze tra la prima incisione e le successive è la sostituzione con un assolo di chitarra della parte parlata tra la seconda e la terza strofa dove Fogli interpreta con tanto di accento un inglese che tenta di parlare in italiano. La curiosità più significativa, però, legata a questo brano è sicuramente la genesi dello stesso: nel 1967, un anno prima dell'incisione, Valerio Negrini, compianto "quinto elemento" della band, aveva composto il testo, che rappresenta una sedicenne che tenta una fuga da casa durante la notte per le prime delusioni sentimentali per poi tornare indietro senza che la famiglia si sia accorta della cosa, e lo aveva consegnato a Facchinetti per farlo musicare. Roby, però, non trovava la veste musicale ideale per quei versi e così passò del tempo senza che la canzone trovasse una sua realizzazione. Qualche tempo dopo, Negrini e Facchinetti, in una notte di sbronza inziano a cantare in un furgoncino insieme ad alcuni amici quello che poi sarebbe diventato il motivo sonoro del brano dove, gli "oh oh", restano un chiaro segnale della condizione etilica di quella serata. Il giorno successivo, Facchinetti, memore di quella goliardica nottata, scriverà quella che diventerà un classico senza tempo per i Pooh e per l'intera musica italiana che però verrà firmata da Pantros, alias Armando Sciascia, e Selmoco, ovvero Francesco Anselmo, perché Negrini e Facchinetti non erano ancora iscritti alla Siae. Tra l'altro, nel riff iniziale di chitarra elettrica, c'è anche un chiaro riferimento al brano "Got to get you into my life" dei Beatles, gruppo al quale i Pooh si sono da sempre ispirati e che oggi rappresentano un po' il loro corrispettivo italiano. Un successo, quindi, che però negli anni '70 è stato messo da parte dal gruppo salvo poi riprenderlo e rilanciarlo insieme ad altre canzoni degli anni '60 dal tour "Buona fortuna" del 1981. Per la cronaca, il brano, venne pubblicato nel secondo album della band "Contrasto" nel 1968 ma non è mai stato riconosciuto ed inserito nella discografia ufficiale dal gruppo perché nato da una serie di provini messi insieme dalla casa discografica Vedette mentre i Pooh erano in concerto per sfruttare la popolarità del momento. La band, infatti, appena ne venne a conoscenza chiese ed ottenne il ritirato dal mercato di quel migliaio di copie allora stampate. Per tale motivo, oggi, quel vinile rappresenta un prezioso pezzo da collezione dal valore di circa 1800 euro. I Pooh, quindi, tornano in sala di registrazione ed incidono l'album "Memorie" pubblicato nel 1969 iniziando una controversia con la Vedette fino alla rottura del loro rapporto lavorativo nel 1970. Un altra curiosità legata al brano è, infine, la prima esecuzione televisiva realizzata in playback nella trasmissione "Sette voci" di Pippo Baudo dove però furono invitati solo Riccardo Fogli e Roby Facchinetti. Un pezzo storico, quindi, che pur non essendo in termini autoriali il meglio che i Pooh ci hanno regalato in cinquant'anni di storia ha rappresentato comunque un momento decisivo per la loro carriera permettendo alla band di ottenere in brave tempo una popolarità che poi hanno saputo sfruttare grazie al loro indiscusso talento di veri professionisti della musica italiana. Non a caso, dopo cinquant'anni, sono ancora uno dei gruppi italiani più amati di sempre e continuano, ancora oggi, a conquistare nuove generazioni con la loro arte.         

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6 dicembre 2020 7 06 /12 /dicembre /2020 00:01

"Il nostro concerto" è un brano che ha segnato la storia della musica italiana e che ancora oggi, a più di cinquant'anni dalla sua incisione rimane uno dei pezzi più rappresentativi della musica italiana ed, in particolare, del suo raffintato interprete e compositore: Umberto Bindi. Esponente di spicco della grande scuola cantautorale genevose, Bindi, nonostante il suo indiscusso talento non ha avuto vita facile in un mondo discografico e mediatico cinico e sempre pronto a colpire le anime più sensibili. La sua dichiarata omosessualità, infatti, ebbe fin da subito, per i detrattori, molto più peso della sua arte a partire da quando, nel 1961, in seguito alla sua partecipazione al Festival di Sanremo, i giornali misero in risalto l'anello che l'artista portava al dito trascurando quasi del tutto il brano, "Non mi dire chi sei" proposto alla kermesse insieme a Miranda Martino. Da quel momento in poi, nonostante la stima dei colleghi ed i tanti successi scritti per i più grandi artisti dell'epoca, Bindi, subì una ostruzione indegna che ne colpirono l'artista e soprattutto l'uomo. La sua spiccata sensibilità, infatti, non gli consentì di reagire nella maniera giusta e, tra l'indifferenza di un settore a cui aveva dato tanto, trascorse gli ultimi anni di vita in povertà prima che il sopraggiungere di problemi di salute lo portassero alla morte nel 2002. In pochi, nel mondo musicale e mediatico, gli rimasero vicino in quegli ultimi anni cercando di aiutarlo moralemente oltre che economicamente. Fra questi ci fu sicuramente Gino Paoli che si fece promotore di una campagna mediatica che permise a Bindi di ricevere, per pochi mesi prima della morte, i benefici della legge Bacchelli, destinata agli artisti in difficoltà. L'appello di Paoli venne, quindi, diffuso e accolto da molti esponenti dello spettacolo ma per troppi anni, gli stessi elementi, avevano praticamente dimenticato Bindi e le sue opere. Non fu così per Renato Zero, che lo riportò al Festival di Sanremo nel 1996 donandogli "Letti", un capolavoro che aveva nel cassetto e producendo un nuovo disco per l'artista ligure e, allo stesso modo, lo stesso Pippo Baudo che lo volle in quella edizione restituendogli con quell'ultima ovazione popolare, almeno in parte, quello che per tanti anni gli era stato negato. Una vita artistica, oltre che umana, completamente ostacolata, quindi, che non ha permesso però che il suo nome venisse cancellato dalla storia della grande musica italiana. Di questa storia, infatti, Umberto Bindi ne è parte integrante grazie a perle di pura poesia che ha lasciato lungo il suo percorso impreziosendo la discografia e la carriera di tanti grandi nomi della nostra musica che anche a lui devono la loro fortuna. Alcune di queste perle, però, Bindi le ha tenute per se ed il caso, appunto di "Il nostro concerto" scritta con il fidato paroliere Giorgio Calabrese nel 1960 e pubblicata perima in un 45 giri e poi nell'album "Umberto Bindi" del 1961. Il brano, dalla struttura sinfonica e dalla durata di oltre cinque minuti, non era in linea con i successi dell'epoca ma ebbe fin da subito un grande riscontro popolare diventanto presto un classico della nostra musica. Negli anni, la canzone, è stata oggetto di diverse riproposizioni da parte di artisti come Peppino Di Capri, Jimmy Fontana, Franco Simone, Massimo Ranieri e tanti altri fino alle più recenti reinterpretazioni regalate da Claudio Baglioni, Morgan e da Renato Zero. Un brano, quindi, che non avrà mai fine e che resterà sempre un indelebile segno del passaggio, in un questo cinico mondo dello spettacolo, di un artista unico e di un anima buona e sensibile come quella di Umberto Bindi.       

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5 dicembre 2020 6 05 /12 /dicembre /2020 00:01

"Mediterraneo" è una delle tante perle lasciate nella storia della musica italiana da Giuseppe Mango, artista recentemente scomparso che di questo mare e di questo mondo "mediterraneo" ne è stato un eccellente cantore. Il Mediterraneo, Pino, lo sentiva dentro anche per il legame forte con le sue origini meridionali e per quella sua terra, la Basilicata, che ha portato sempre nel cuore. Anche quella tragica sera in cui è stato colpito da un infarto letale mentre era sul palco lui era lì, nella sua terra e proprio da lì ha regalato al pubblico le ultime emozioni della sua lunga e ricca carriera da artista. La grande sensibilità autoriale ed interpretativa viene, nel suddetto pezzo, enfatizzata dall'apporto di uno dei parolieri più importanti del panorama italiano e cioè Giulio Rapetti, in arte Mogol. Il brano viene lanciato come singolo dell'album "Come l'acqua" del 1992 ed ottiene subito un grande successo di pubblico e critica. Il disco venderà oltre 400 mila copie e "Mediterraneo", in particolare, sarà proposta da Mango in alcune delle trasmissioni musicali più importanti e seguite del tempo come il Festivalbar, Azzurro e Vota la voce. "Mediterraneo" ripercorre nel testo le sensazioni e le emozione che quei luoghi tanto cari all'artista regalano anche solo con uno sguardo, una passeggiata, un attimo di riflessione. Proprio quest'ultimo punto sta al centro di questo brano che, in qualche modo, invita a soffermarsi un momento in queste terre affinchè la propria anima possa essere avvolta da quelle immagini e quei profumi che solo qui è possibile riscontrare. Perdersi tra gli ulivi, i pini, le arance, osservare il mare, i gabbiani, le montagne e lasciarsi cullare da quel sole che illumina e scalda i cuori di un popolo e di una terra che non ha eguali. Mango e Mogol, quindi, si fanno ambasciatori di questo universo e lo porgono agli utenti con la solita poesia e la solita raffinatezza che ha contraddistinto i loro percorsi artistici. Mango, quindi, ci regala con questa interpretazione un affascinante affresco dei suoi luoghi del cuore e mette a disposizione del ricco patrimonio musicale italiano una ulteriore perla che non smetterà mai di brillare e che continuerà a scaldare i cuori della "sua" gente mediterranea. 

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4 dicembre 2020 5 04 /12 /dicembre /2020 00:01

"Un'estate fa" è un celebre brano italiano, interpretato negli anni da diversi artisti ma che deve il suo successo nel nostro Paese a Franco Califano, autore del testo in italiano. Il brano, infatti, nasce in francese con il titolo di "Une belle histoire" e viene lanciata da Michel Fugain nel 1972 per l'album "Fais comme l'oiseau" realizzato con i Big Bazar. Lo stesso Fugain è l'autore delle musiche mentre il testo è di Pierre Delanoe. Sempre nel '72 la canzone viene incisa in Italia, con testo di Califano, dal gruppo degli Homo Sapiens in un 45 giri insieme a "Il sogno di Laura". La canzone, però, non ottiene fin da subito il clamoroso successo che poi otterrà negli anni successivi. Nel 1990, il brano, viene inciso da Mina per l'album "Ti conosco mascherina" ed inizia ad essere riscoperto fino agli anni 2000, quando il brano viene consacrato grazie ad una serie di cover realizzate da vari artisti. Nel 2001, infatti, i Delta V con la voce di Gi Kalweit realizzano una versione del brano che li porterà al Festivalbar ed a segnare un'estate con questo brano lanciato come singolo del loro album "Monaco '74". Lo stesso gruppo ne realizza anche una versione in inglese dal titolo "Summer ending". Rivalutata la canzone, lo stesso Franco Califano, dopo tante versioni live, la incide nella raccolta "Stasera canto io" del 2001 e nell'album "Le luci della notte" del 2003. Anche gli Homo Sapiens, a metà degli anni 2000, decidono quindi di riproporre il brano con un arrangiamento moderno e nel 2009 è la volta di Pago, nome d'arte di Pacifico Settembre, che ne incide una versione in duetto con Califano per l'album "Aria di settembre". Il testo parla di un amore estivo ormai concluso è che ha portato al protagonista un autunno malinconico fatto di ricordi e di sensazioni di una favola durata troppo poco. La magia di quell'amore strappata via dalla fine di una estate breve ma intensa rimane solo un ricordo lontano che ne enfatizzerà per la vita quella fugace storia tra due ragazzi. Un bellissimo concetto espresso in maniera poetica e affascinante che porterà al brano successo senza fine che, di volta in volta, è stato rispolverato mantenendo intatta la sua forza dal 1972 ad oggi. Tutto ciò è merito sicuramente degli autori originali del brano ma è notevole il contributo per il successo di questa canzone, soprattutto in Italia, di Franco Califano che ha saputo impreziosire quelle note con la sua solita sensibilità e con quell'animo di poeta di strada che lo ha reso, senza esagerare, uno dei più grandi autori italiani del '900. 

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3 dicembre 2020 4 03 /12 /dicembre /2020 14:15
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3 dicembre 2020 4 03 /12 /dicembre /2020 14:08
Sondaggi: Note d'oro 2020, Miglior Album
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