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"Non so se sono stato mai poeta

e non mi importa niente di saperlo,

riempirò i bicchieri del mio vino,

non so com'è, però vi invito a berlo..."

Pierangelo Bertoli - A muso duro

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31 ottobre 2021 7 31 /10 /ottobre /2021 00:01
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X La Sfida dei 100, 7°Fase-2°Sfida: Lucio Dalla 60%

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29 ottobre 2021 5 29 /10 /ottobre /2021 23:01

"Piccola Katy" è uno dei brani più famosi e più rappresentativi dei Pooh. La storica band italiana, infatti, incide questo brano nel lato B di un 45 giri del 1968 insieme a "In silenzio" che sarebbe dovuto essere il pezzo forte del progetto. Nonostante la bontà del lato A, ad emergere fin da subito, è proprio quella "Piccola Katy", brano orecchiabile dal testo semplice che colpisce il pubblico e permette ai Pooh di entrare per la prima volta nei primi 15 posti delle classifiche italiane. Scritta da Valerio Negrini per il testo e da Roby Facchinetti per la musica, la canzone ottiene quel successo anche grazie all'interpretazione dell'allora frontman del gruppo Riccardo Fogli. Con Fogli, Facchinetti e Negrini, allora batterista e poi autore nascosto in seguito, c'è il chitarrista Mario Goretti che lascerà il posto proprio nell'estate del 1968 a Dodi Battaglia. Riccardo Fogli, invece, lascerà il gruppo nel 1973 e reinciderà il pezzo anche da solista. Anche i Pooh, nella formazione attuale, fatta eccezione per la presenza di Stefano D'Orazio, hanno rielaborato il brano in una versione più recente nel 1990. Una delle differenze tra la prima incisione e le successive è la sostituzione con un assolo di chitarra della parte parlata tra la seconda e la terza strofa dove Fogli interpreta con tanto di accento un inglese che tenta di parlare in italiano. La curiosità più significativa, però, legata a questo brano è sicuramente la genesi dello stesso: nel 1967, un anno prima dell'incisione, Valerio Negrini, compianto "quinto elemento" della band, aveva composto il testo, che rappresenta una sedicenne che tenta una fuga da casa durante la notte per le prime delusioni sentimentali per poi tornare indietro senza che la famiglia si sia accorta della cosa, e lo aveva consegnato a Facchinetti per farlo musicare. Roby, però, non trovava la veste musicale ideale per quei versi e così passò del tempo senza che la canzone trovasse una sua realizzazione. Qualche tempo dopo, Negrini e Facchinetti, in una notte di sbronza inziano a cantare in un furgoncino insieme ad alcuni amici quello che poi sarebbe diventato il motivo sonoro del brano dove, gli "oh oh", restano un chiaro segnale della condizione etilica di quella serata. Il giorno successivo, Facchinetti, memore di quella goliardica nottata, scriverà quella che diventerà un classico senza tempo per i Pooh e per l'intera musica italiana che però verrà firmata da Pantros, alias Armando Sciascia, e Selmoco, ovvero Francesco Anselmo, perché Negrini e Facchinetti non erano ancora iscritti alla Siae. Tra l'altro, nel riff iniziale di chitarra elettrica, c'è anche un chiaro riferimento al brano "Got to get you into my life" dei Beatles, gruppo al quale i Pooh si sono da sempre ispirati e che oggi rappresentano un po' il loro corrispettivo italiano. Un successo, quindi, che però negli anni '70 è stato messo da parte dal gruppo salvo poi riprenderlo e rilanciarlo insieme ad altre canzoni degli anni '60 dal tour "Buona fortuna" del 1981. Per la cronaca, il brano, venne pubblicato nel secondo album della band "Contrasto" nel 1968 ma non è mai stato riconosciuto ed inserito nella discografia ufficiale dal gruppo perché nato da una serie di provini messi insieme dalla casa discografica Vedette mentre i Pooh erano in concerto per sfruttare la popolarità del momento. La band, infatti, appena ne venne a conoscenza chiese ed ottenne il ritirato dal mercato di quel migliaio di copie allora stampate. Per tale motivo, oggi, quel vinile rappresenta un prezioso pezzo da collezione dal valore di circa 1800 euro. I Pooh, quindi, tornano in sala di registrazione ed incidono l'album "Memorie" pubblicato nel 1969 iniziando una controversia con la Vedette fino alla rottura del loro rapporto lavorativo nel 1970. Un altra curiosità legata al brano è, infine, la prima esecuzione televisiva realizzata in playback nella trasmissione "Sette voci" di Pippo Baudo dove però furono invitati solo Riccardo Fogli e Roby Facchinetti. Un pezzo storico, quindi, che pur non essendo in termini autoriali il meglio che i Pooh ci hanno regalato in cinquant'anni di storia ha rappresentato comunque un momento decisivo per la loro carriera permettendo alla band di ottenere in brave tempo una popolarità che poi hanno saputo sfruttare grazie al loro indiscusso talento di veri professionisti della musica italiana. Non a caso, dopo cinquant'anni, sono ancora uno dei gruppi italiani più amati di sempre e continuano, ancora oggi, a conquistare nuove generazioni con la loro arte.         

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28 ottobre 2021 4 28 /10 /ottobre /2021 23:01

"Vita d'artista" è un brano molto particolare di Enzo Ghinazzi, in arte Pupo, ed anche uno di quelli che avrebbe meritato maggior fortuna. La canzone, infatti, incisa nell'album "Change generation" del 1985 e scritta con il compositore Gilberto Borri non rientra tra i grandi successi popolari dell'artista toscano ma è sicuramente tra più apprezzate dai fans del cantautore. Nel testo, Pupo, ci parla di questo magico mondo dello spettacolo, che poi tanto magico non è, e lo fa con gli occhi e l'anima dell'artista attraverso le sensazioni e le emozioni che lo stesso prova in un sistema, in fondo, ipocrita e spesso fasullo. Pupo toglie, quindi, la maschera e mostra le insicurezze di un uomo comune obbligato, in qualche modo, a tanti piccoli trucchi per servire il pubblico e dare loro quel sogno che si aspettano. Una illusione che si avvera ogni qual volta si apre un sipario e che svanisce quando si esce dalla scena. L'artista, dunque, interpreta un ruolo e lo fa utilizzando tanti piccoli trucchi del mestiere che non lasciano spazio all'uomo. Anche alla fine di questa confessione, l'artista, ci lascia col dubbio sulla veridicità di ciò che ha appena cantato palesando, quindi, l'enventualità che anche queste parole sono parte della finzione scenica non riuscendo più, forse nemmeno lui in prima persona, a capire se a cantare è stato l'uomo o l'artista. Le due figure, infatti, tendono a confondersi creando quasi un annullamento della propria personalità al punto che, il protagonista, arriva a dire che se tornasse indietro non rifarebbe la stessa scelta. Ma, intanto, il suo percorso è questo e continua, come ogni artista, a dipingere emozioni attraverso le canzoni, creare mistero con uno sguardo perso nel vuoto ed a sembrare sempre un po' matto perché la gente non lo vuole un'artista normale. Un gran bel pezzo che dimostra le capacità autoriali di un cantautore spesso sottovalutato soprattutto dai media italiani dove ormai la sua presenza è limitata al ricordo di pochi pezzi commerciali o alla conduzione di programmi di intrattenimento mentre all'estero la sua musica viene ancora valorizzata ed il suo nome rimane legato alla storia della musica italiana. Questa, però, è la situazione di molti artisti italiani della generazione di Pupo che, magari non saranno di primissimo livello, ma hanno nella loro lunga carriera molte perle nascoste come la suddetta che meriterebbero visibilità molto di più di tanti prodotti banali diffusi a dismisura dai maggiori media nazionali per puri interessi di mercato finendo per svilire la nostra tradizione musicale che ancora gira il mondo con successo.           

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27 ottobre 2021 3 27 /10 /ottobre /2021 23:01

"Una notte in Italia" è uno dei manifesti della discografia di Ivano Fossati. Una delle penne più illuminate della cultura italiana del '900 incide questo brano nel 1986 nell'album "700 giorni" ed in un momento storico per l'Italia non particolarmente diverso da quello attuale. Come sempre, Fossati, quindi si mostra osservatore e fotografo profondo della realtà mettendo nero su bianco le sensazioni e le immagini che possono raccontare al meglio una determinato periodo. Magicamente, però, anche se precisamente contestualizzate, le canzoni di Fossati restano eternamente attuali. "Una notte in Italia", ad esempio, sembra scritta ieri pur avendo quasi trent'anni. Sarà che la realtà italiana non è cambiata di molto ma è sicuramente anche la dimostrazione di un poeta che riesce a raggiungere il fulcro del pensiero e dei comportamenti che sono poi dei riflessi condizionati della realtà in cui si vive e che, tranne stravolgimenti eclatanti, rimangono pressochè inalterati. L'indole italiana di oggi è, quindi, praticamente simile a quella degli anni '80 e non resta difficile per un artista come Fossati immortalarla in tutti i suoi aspetti attraverso un percorso musicale che fa parte ormai della nostra storia culturale. In questo testo, che insieme agli altri brani presenti in questo album, porterà al cantautore la sua prima Targa Tenco, Fossati canta la bellezza del vivere in Italia anche nei periodi sbandati. L'artista dichiarerà più volte l'amore per questo testo che pur palesando le problematiche italiche offre comunque la strada per un futuro diverso attraverso l'accettazione delle difficoltà e la volontà di non restare fermi. Come in altri famosi testi, Fossati, utilizza anche qui la metafora musicale parlando di una musica troppo leggera che, però, può diventare un traino per sognare. L'artista, infatti, invita al confronto ed alla determinazione di cambiare le cose ma senza mai stare ad aspettare che qualcosa cambi da solo e, quindi, muoversi, agire, cantare, anche solo canzonette, ma mai stare zitti, mai rassegnarsi al peggio. Una presa di posizione, dunque, contro l'immobilismo e la depressione che sono le armi meno idonee per combattere un momento di difficoltà. Ancora una volta, quindi, Fossati ci lascia un grande insegnamento dimostrando come la musica può essere un immenso viatico per la riflessione e per la crescita culturale di un popolo palesando indirettamente l'infinita povertà dell'attuale offerta discografica attuale.      

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26 ottobre 2021 2 26 /10 /ottobre /2021 23:01

"Aida" è una delle più belle canzoni realizzate dal compianto Rino Gaetano. Già dal titolo, l'autore, racchiude con dono di sintesi la sua rappresentazione del nostro Paese. Aida, logico e voluto richiamo all'opera di Giuseppe Verdi, è l'Italia per Gaetano ma è anche la rappresentazione della figura femminile italica che, ormai avanti con l'età, sfoglia le sue memorie per riprercorrere in maniera affascinante e graffiante le peripezie affrontate dal nostro popolo tra guerre, fascismo, povertà, disordini, scandali politici e quant'altro. Muovendosi, quindi, nel limbo dei suoi ricordi, l'anziana protagonista rivede nelle immagini della propria memoria quegli episodi ricci di difficoltà, di contraddizioni e conditi dai tabù e dalle ipocrisie di un popolo dalla matrice cattolica. Tra le retoriche "madonne" delle popolane e i "mille mari" solcati dai navigatori italici sotto il vessillo delle Repubbliche Marinare, quindi, Gaetano, attraversa quell'Italia bigotta e, se vogliamo, ingenua che dopo la prima guerra mondiale arriva impreparata ai "Tempi moderni", con citazione all'opera sarcastica di Charlot sul capitalismo di quegli anni. Si arriva poi alla campagna d'Egitto,  all'avvento di Benito Mussolini ed è ancora guerra: marce e svastiche sono il nuovo ordine. Il potere punta all'uniformità del essere umano. Razze, religioni e scuole di pensiero differenti da quelle imposte sono oppresse e combattute senza tregue. Lo stivale italiano si ritrova ancora divisa: fascisti e partigiani rievocano i più tristi ricordi di una delle pagine più brutte della storia d'Italia. Eppure, nonostante tutto, attraverso il sogno utopico di salvezza e di speranza si riesce ancora ad essere fieri della bellezza della nostra Italia tra retorica ed illusione. Passata la guerra, non termina i tormenti: è l'ora della povertà, degli avvoltoi, della borsa nera, delle lotte interne vissute con lo spettro del comunismo russo a cui si contrappone il potere ecclesiastico. Si giunge poi alle battaglie politiche e ad una paventata democrazia che stenta a concretizzarsi anche dopo la stesura della Costituzione e l'istutizione della Repubblica Italiana. Oggi come allora persiste la contrapposizione tra il potere ed il popolo, tra ricchezza e povertà, storia che ancora oggi accompagna il nostro quotidiano. Al termine, quindi, di questo viaggio non rimane che affidarsi, secondo l'autore, alla consolatoria, sarcastica quanto ipocrita affermazione: "Aida come sei bella!". Un brano, quindi, che va oltre la solita e comunque graffiante ironia del cantautore calabrese e che anche musicalmente prevede delle varianti, in parte anche dovute all'evocazione dell'Aida di Verdi, del suo solito reggae. Un pezzo unico e particolare per la discografia di Gaetano ma dove viene espressa una tematica, quella dell'Italia e le sue contraddizioni, da sempre vicina all'artista e presente in buona parte della sua storia musicale. Il brano, pubblicato nell'omonimo album del 1977, fu anche oggetto di una cover realizzata da Riccardo Cocciante per l'album "QConcert", disco live registrato insieme allo stesso Gaetano e al gruppo New Perigeo nel 1981. Un grande pezzo, dunque, che aiuta a conoscere ancor più a fondo la grandezza di cantautore spesso dimenticato o sottovalutato attraverso l'enfatizzazione della sua leggerezza e della sua ironia che, sebbene sia una dote, può finire per screditare in maniera disonesta le capacità autoriali ed intellettuali di un artista che in pochi anni è riuscito a lasciare un segno indelebile nella storia della nostra musica e l'attualità dei versi di questo brano, dopo quasi quarant'anni, ne sono una ulteriore conferma.       

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25 ottobre 2021 1 25 /10 /ottobre /2021 23:01

Nel 1993 Francesco De Gregori pubblica "Il bandito e il campione" un album live lanciato dall'omonimo singolo. Il brano scritto dal fratello dell'artista Luigi Grechi, ovviamente De Gregori all'anagrafe, doveva essere un favore del fratello famoso per agevolare la carriera di quello meno noto invece, il brano, divenne un ulteriore lancio per la storia musicale di Francesco. La canzone nasce da una vicenda che ha per protagonisti il ciclista Costante Girardengo ed il bandito anarchico Sante Pollastri. I due concittadini di Novi Ligure, si conoscevano fin da piccoli ma non è dato sapere se fossero realmente amici di infanzia ma è certo che avevano in comune la passione per la bicicletta. Le strade dei due si separarono presto poichè Girardengo iniziò la sua carriera sportiva che lo portò a diventare il più grande ciclista italiano dagli anni '20 in poi mentre Pollastre intraprese la tortuosa strada del crimine. Ciò che portò Pollastre ad essere definito "Nemico pubblico numero uno" era il suo spirito anarchico ed il suo odio verso i Carabinieri che pare sia nato a causa di uno stupro ai danni della sorella Carmelina da parte di milite dell'Arma. Tutto ciò non è certificato e potrebbe essere anche frutto della leggenda che si sarebbe creata intorno a questa storia negli anni successivi. Anche per ciò che riguarda l'anarchia di Sante esistono due versioni e cioè quella di uno sputo caduto per errore ai piedi di due fascisti o quella di una rissa con gli stessi a seguito di ripetuti isulti verso Sante. Quel che è certo è che in quegli anni iniziò una latitanza di Pollastre che durò per diverso tempo e dove l'uomo commise diversi omicidi verso gli uomini dell'Arma: a suo dire ben sette. Proprio in questo periodo avviene l'incontro con il campione, infatti, vista l'amicizia dei due con il massaggiatore Biagio Cavanna, i protagonisti della vicenda si incontrarono durante una gara che Girardengo stava svolgendo a Parigi: la "Sei giorni". In seguito a questo incontro avvenne l'arresto di Pollastre e si diffuse la voce di una soffiata da parte del ciclista. L'incontro tra i due antecedente all'arresto fu anche oggetto di una testimonianza che lo stesso Girardengo rilasciò al processo verso il suo concittadino. Era il 1927 e Sante venne condannato all'ergastolo da scontare sull'Isola di Santo Stefano salvo poi essere graziato dal presidente Giovanni Gronchi nel 1959. Pollastre visse gli ultimi 19 anni della sua vita come commerciante ambulante di stoffe nella sua Novi Ligure. Girardengo, invece, terminata l'attività agonistica sponsorizzò una marca di biciclette e fu commissario tecnico della nazionale portando Gino Bartali alla vittoria del Tour de France nel 1938 prima di spegnersi nel 1978, un anno prima del presunto amico Pollastre. Questa storia, quindi, al centro della celebre canzone portata al successo da Francesco De Gregori e ripresa anche da Marco Ventura per il libro "Il campione e il bandito" e dalla fiction televisiva "La leggenda del bandito e del campione" interpretata da Beppe Fiorello e Simone Gandolfo. Se sia solo una leggenda o sia tutta verità il presunto tradimento di Girardengo ha fatto discutere e continua a farlo forse perchè al centro di questa storia non ci sono soldi o favori ma solo valori importanti, la pulizia nello sport ed un senso di giustizia che non ammette omertà: "Una storia d'altri tempi...di prima del motore...quando si correva per rabbia o per amore...ma fra rabbia ed amore il distacco già cresce...e chi sarà il campione già si capisce...".    

 

 

 


 

Altro su:

Francesco De Gregori

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24 ottobre 2021 7 24 /10 /ottobre /2021 23:01

"Voglio vederti danzare" è uno dei successi più noti di Franco Battiato. Pubblicato nell'album "L'arca di Noè" del 1982, il brano, mette in contrasto le differenze musicali e, quindi, culturali tra il mondo occidentale e quello orientale promuovendo, quindi, la difesa delle stesse e delle diversità. Battiato, quindi, con questo brano intende valorizzare queste differenti tradizioni affinchè siano valorizzate e mantenute nel tempo evitando una omologazione che farebbe scomparire l'identità di questi popoli. Basato su sonorità elettroniche, il brano, poi sfocia in un valzer viennese dove c'è l'apporto del violinista Giusto Pio. A marcare queste differenze vi sono, quindi, immagini che riportono le visioni differenti di proporre e vivere la musica e le danze. Tradizioni a confronto che comportano anche citazioni esoteriche che rappresentano parte integrante di alcune culture. L'album arrivò a vendere oltre 550 mila copie restando in classifica per diversi mesi e toccando anche il primo posto. La canzone venne, poi, tradotta anche in inglese ed in spagnolo con i titoli "I want to see as a dancer" e "Yo quiero verte danzar" che saranno proposti sui mercati esteri attraverso delle raccolte nei differenti idiomi. Inoltre, nel 1989, Battiato la pubblica anche nel suo primo album live "Giubbe Rosse" girato durante un tour effettuato tra Italia, Francia e Spagna. Nel 2003, invece, i dj Giorgio e Andrea Prezioso insieme al cantante Marvin, Alessandro Moschini all'anagrafe, ne hanno proposto una versione dance-remix presentandola al Festivalbar. Nel 2006, quindi, è la volta della folk band Folkabbestia che ne fa una cover per l'album "25-60-38. Breve saggio sulla canzone italiana". Sono gli anni del grande successo di Battiato in una carriera che ha conosciuto diverse fasi artistiche ma che mai ha messo in dubbio la capacità autoriale e la grande conoscenza musicale di un artista unico che ha condizionato la storia della musica e della cultura italiana. Una colonna della nostra epoca che ha saputo sempre anticipare le epoche e che ancora oggi continua a cercare nuove strade musicali attraverso una qualità che da sempre fa da filo conduttore della sua produzione musicale. D'altro canto, le sue conoscenze e la sua arte si è sviluppata negli anni anche in altre forme come la pittura, il cinema, il teatro e quant'altro ottenendo sempre ottimi riscontri di pubblico e critica pur non essendo mai stato un amante della promozione. In televisone, ad esempio, Battiato si vede, per sua scelta, raramente ma ciò non ha mai penalizzato il suo cammino artistico e questa è una chiara prova di quanto la qualità e la cultura possano abbattare ogni tipo di barriera. L'unico prezzo di questa poca esposizione mediatica, l'artista, forse la paga con le nuove generazioni che non hanno molte possibilità di venire a conoscenza del patrimonio artistico che Battiato ha costruito nella sua carriera ed è proprio per i giovani che ciò, insieme all'arte di altri grandi cantautori, dovrebbe essere divulgato anche in ambito scolastico affinchè tutto ciò non venga smarrito nel tempo e che, invece, serva a formare le nuove utenze musicali inondate da prodotti commericali sempre più banali che lasciano il tempo che trovano e che possono produrre solo una società poco avvezza al pensiero, alla riflessione ed alla cultura in generale.  

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23 ottobre 2021 6 23 /10 /ottobre /2021 23:01

E' il 2001 quando Mina, Mina Anna Mazzini all'anagrafe, decide di incidere una sua versione di "Oggi sono io" brano con il quale Alex Britti si è fatto conoscere al grande pubblico partecipando e vincendo, nella sezione giovani, al Festival di Sanremo del 1999. L'artista lombarda colpita dalla bellezza di questo brano e dalla profondità del testo chiede al cantautore romano il permesso di poterne fare una sua versione. Britti, ovviamente, accetta onorato e Mina incide il brano registrandolo alla prima ed unica prova. Il riscontro del pubblico non delude ed il brano pubblicato prima come singolo e poi successivamente inserito nel best of "Platinum Collection 2" del 2006 ottiene un successo in linea con la prima esecuzione di Britti. Naturalmente l'interpretazione di Mina regala a questo brano nuova vita oltre ad una effettiva consacrazione tra più belle canzoni della nostra musica. Il testo tratta di una presa di coscenza del protagonista deciso a rispettare le richieste di attesa di quello che crede il vero amore pur di ottenere un rapporto che possa durare nel tempo. L'autore, quindi, rifiuta l'idea di un banale rapporto che potrebbe minare un eventuale futuro di vita congiunta. Si impone, dunque, un'attesa che risulta piacevole pensando i benefici che tale sacrificio potrebbe favorire. La rinuncia diventa, quindi, una prova di fiducia, d'amore e di assoluto rispetto del partner e delle sue esigenze. Questa presa di posizione arriva, al protagonista, solo dopo una riflessione col proprio io che gli fa capire l'importanza di questo rapporto per la sua esistenza e, allo stesso tempo, riscopre una maturità e una coscenza di se che aveva smarrito tra i ritmi freneteci ed i falsi miti di un quotidiano fatto di futilità e di apparenza. "Oggi sono io" è l'affermazione che il protagonista deduce da questa introspezione ed è il punto da cui partire per continuare la propria vita e per condurre al meglio i rapporti interpersonali più importanti come, appunto, quello con il proprio partner. Un testo, quindi, che non passa inosservato e che Mina, da grande artista, non si è fatta sfuggire per arricchire un già strordianario repertorio. D'altro canto, questo brano, rappresenta anche la miglior prestazione autoriale di Alex Britti, il quale, da ottimo musicista, spesso cura più l'aspetto strumentale e sonoro delle sue canzoni che quello del testo. Infatti, Britti, nel proseguio della sua carriera si è rilevato piuttosto altalenante passando a buone canzoni corredate da bei testi come "Lo zingaro felice" o "Una su un milione" ad altre musicalmente ben fatte ma banali nello scritto come "Mi piaci" o "La vasca". In ogni caso, "Oggi sono io", è una prova lampante che il talento c'è ed è giusto, quindi, dargli fiducia con la speranza che si ripeti al più presto su questi livelli.   

 

 

 


 
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22 ottobre 2021 5 22 /10 /ottobre /2021 23:01

"Ultrà" è uno degli inediti del cofanetto "Nino D'Angelo 6.0", contenente il dvd del concerto registrato allo stadio San Paolo per i 60 anni dell'artista, un album con i suoi migliori "insuccessi" o, per meglio dire, canzoni, talvolta capolavori, che avrebbero meritato maggior fortuna e, appunto, un cd di nove inediti. Tra questi vi sono diverse perle come "Tu si 'a vita mia", "Sott' all'azzurro 'e l'azzurro" che potrebbe diventare il nuovo inno dei tifosi del Napoli e, come detto, "Ultrà". Il brano è dedicato alla tragica scomparsa di Ciro Esposito, tifoso partenopeo ucciso prima della finale di Coppa Italia Roma-Napoli nel maggio 2014. D'Angelo venne colpito da questa vicenda come tutta Napoli e come tutti gli amanti del calcio che non concepiscono come si possa morire per assistere ad una partita. Fin dalle ore di angoscia in ospedale, dove si attese invano il miracolo, l'artista fu vicino alla famiglia del ragazzo ed ancora oggi, con questa canzone, continua a tener vivo il ricordo di Ciro e della sua passione affinché ciò non avvenga mai più e soprattutto che, passato il momento mediatico, non si lasci cadere questa tragedia nel dimenticatoio. Nino ha dichiarato che da quel giorno il suo rapporto con il calcio è cambiato: non ha perso l'affetto per la squadra per cui tiferà sempre ma ha visto affievolirsi la sua fede sportiva sentendosi, in qualche modo, tradito da quella passione. "Non si può morire per una partita di calcio" è una frase che abbiamo sentito tante volte eppure ciò continua purtroppo ad accadere. In questo delicatissimo brano, inoltre, troviamo l'apporto musicale di un altro grande artista del sud e cioè Franco Battiato che con le sue tastiere ha arricchito l'arrangiamento ed il peso emotivo della composizione. In realtà, Nino, avrebbe voluto comporre l'intero album con Battiato ma, la cosa, non è stata possibile per impegni artistici e così si è preferito concentrare il tutto in questo struggente omaggio alla memoria di Ciro che resterà per sempre, come canta Nino, "'Nu ciore (fiore) 'e maggio a Scampia".      

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