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  • Cronista per vari giornali locali e articolista on line da diversi anni in svariati argomenti.
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"...E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai,

di giocatori tristi che non hanno vinto mai,

ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro

e adesso ridono dentro a un bar;

E sono innamorati da dieci anni,

con una donna che non hanno amato mai;

Chissà quanti ne hai veduti, chissà quanti ne vedrai..."

 

Francesco De Gregori - La leva calcistica della classe '68

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5 luglio 2018 4 05 /07 /luglio /2018 23:01

"'A storia 'e nisciuno" ovvero "La storia di nessuno" è un brano scritto e cantato da  Nino D'Angelo, Gaetano all'anagrafe, nel 2003. Il brano viene presentato al 53° Festival di Sanremo e proprio per la sua particolarità era stato ideato inizialmente come duetto. Infatti, la canzone che vede il supporto autoriale di Carmine Tortora, prevede una riflessione di un uomo che nella vita ha commesso tanti errori con la propria coscienza che, nell'ultima fase vita, gli viene a chiedere conto. Proprio questo doppio aspetto D'Angelo è intenzionato a sottolinearlo con due voci differenti, la prima melodica dell'uomo che rievoca le immagini della propria vita tra cui quella del mare dove cercava e trovava sollievo e quella roca e dura che rappresenta la coscienza del camorrista. Infatti gli errori a cui si fa riferimento nella canzone sono riconducibili ad una vita passata nel malaffare che non è stato altro che l'unica conseguenza di una adolescenza vissuta tra miseria ed ignoranza che lo ha portato a compiere gesti più grandi di lui che quasi inaspettatamente lo hanno portato a ricoprire un ruolo di rilievo nella malavita e, allo stesso tempo, a distruggere pian piano la sua vera vita. Dopo alcuni tentativi che non convincevano l'artista, Nino D'Angelo decide di interpretare da solo questa canzone interpretando lui stesso entrambe le voci ed il risultato è sorprendente: il teatro Artiston rimane stupito da questa esecuzione che raddoppia la difficoltà della performance ma regala alla stessa una magia ed una atmosfera unica. Nonostante l'undicesimo posto nella manifestazione, il riscontro ottentuto dal pubblico confermò la sensazione di D'Angelo che fosse proprio quella la scelta da perseguire abbandonando definitivamente l'idea del duetto se non per un'occasione speciale. Proprio questa occasione speciale si presenta in uno spettacolo tributo per la televisione trasmesso da Canale 5 intitolato "Io non ti ho mai chiesto niente" e registrato al "PalaCasoria", a due passi dai luoghi che hanno dato i natali allo stesso artista. In tale occasione si ripercorre un po' tutta la storia artistica di D'Angelo fino ai giorni nostri e passando, quindi, anche per "'A storie 'e nisciuno" che viene eseguita eccezzionalmente in duetto con Massimo Ranieri, altro artista completo, che avendo grandi doti da attore oltre che da cantante riesce ad interpretare al meglio il brano accompagnandosi con abito da gangster con tanto di cappello e sigaro per completare la performace teatrale. Questa ulteriore esibizione ridà nuova luce ad un brano che ha segnato la strada del cantautore napoletano e che ha ottenuto grandi consensi già dalla pubblicazione dell'album che lo conteneva dal titolo "'O schiavo e 'o rre" ovvero "Lo schiavo ed il re". Un brano originale e particolare, quindi, che conferma tutto il talento autoriale espresso da D'Angelo soprattutto nella sua seconda fase della lunghissima e gloriosa carriera artistica che lo accompagna da oltre trent'anni. 

 

 

 


 

 

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Massimo Ranieri

Nino D'Angelo

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4 luglio 2018 3 04 /07 /luglio /2018 23:01

"Anime salve" è un disco del 1996 e sarà anche l'ultimo inciso in uno studio di registrazione per  Fabrizio De Andrè che morirà nel 1999. Ad accompagnare Faber in questo progetto c'è  Ivano Fossati, già collaboratore occasionale per De Andrè in passato. I due geni del cantautorato italiano, quindi, uniscono le loro competenze e le loro espressioni musicali per tirar fuori quell'elogio alla solitudine che è "Anime salve". Una solitudine ottenuta per scelta o per tenersi alla larga dalla maggioranza. De Andrè, come in tutta la sua storia musicale, non dimentica mai gli ultimi, i dimenticati dalla società, i liberi per convizione o dignità ed anche in questo disco sono loro i protagonisti eroi delle canzoni scritte. L'album ottenne un grande successo posizionandosi sin da subito al primo posto delle classifiche italiane ed ottenendo il triplo disco di platino oltre che due Targhe Tenco per il miglior album e per la miglior canzone , "Princesa" in questo caso, e Premio Italiano della Musica come miglior album. "Anime salve" è considerato come una sorta di testamento musicale e spirituale di Fabrizio De Andrè soprattutto per il brano che chiude il disco e che rappresenta sia il sunto di questo album che di buona parte della discografia dell'artista genovese. "Smisurata preghiera", infatti, è una invocazione ad una entità più grande di noi, affinchè si accorga delle sofferenze che le minoranze subiscono. Un atto d'amore, un messaggio ancora una volta rivolto a favore dei disadattati e degli emarginati come successo in tutta la sua carriera. Come detto, però, "Smisurata preghiera" è un po' la somma dei pensieri espressi negli altri brani del disco che hanno come tema centrale la solitudine, appunto. Il brano che da il titolo al disco "Anime salve" si rifà all'etimologia delle parole "Anime" e "Salve" che significa "Spiriti solitari" e proprio a questi ultimi, solitari per scelta, liberi e diversi è dedicata la canzone. "Anime salve" inoltre è uno dei due brani insieme a "A' cùmba" dove canta anche lo stesso Ivano Fossati che, invece, ha collaborato in tutti i brani del disco in quanto a musiche e testi. Nei live di De Andrè, la parte di Fossati, viene interpretata da Cristiano De Andrè, figlio del cantautore. "A' cùmba" ovvero "La colomba" in genovese parla di una ragazza che sposandosi cambia nido e che parla dell'opera di convincimento del pretendente verso il padre per ottenere con fiducia la mano della figlia, fiducia che sarà disattesa una volta sposati perchè De Andrè ci racconta di una donna trascurata e del marito in giro a divertirsi. Oltre all'uso del dialetto genovese, usato anche nei cori di "Dolcenera", brano che parla della solitudine dell'innamorato non corrisposto e dell'alluvione che ha sommerso Genova negli anni '70, in  questo disco gli autori utilizzano il portoghese brasiliano per i cori in "Princesa", la lingua rom per il finale di "Khorakhanè" ed il dialetto sardo per il titolo di "Disamistade" che significa inimicizia. Come sempre, quindi, sono diverse le contaminazioni culturali e musicali utilizzate da De Andrè a cui non va dimenticato il bagaglio artistico apportato da Fossati che fa riferimento soprattutto ad una certa musicalità sudamericana e tropicale. Tornado ai testi, "Princesa" parla della solitudine di una transessuale brasiliana, nata maschio che abbandona la sua realtà contadina per approdare in città e correggere chirurgicamente l'errore della natura. "Korakhanè (A forza di essere vento)" parla, invece, dell'assoluta libertà del popolo rom e del loro stile di vita. "Sarebbe un popolo da insignire con il Nobel per la pace - dichiarò De Andrè in merito ai rom -  per il solo fatto di girare il mondo senza armi da oltre 2000 anni". Come detto, il finale del brano è in romanì, lingua madre del popolo nomade ed è stato scritto in collabrazione con un amico rom di De Andrè. A cantare questo finale è Dori Ghezzi nella versione incisa su disco mentre dal vivo è interpretato dalla figlia Luvi De Andrè, Luisa Vittoria all'anagrafe. Poi c'è "Le acciughe fanno il pallone" che è un modo di dire ligure per spiegare la fuga verso la superficie delle acciughe inseguite dall'alalunga, grande pesce azzurro, e nelle giornate senza vento è, quindi, possibile ammirare queste semisfere formate dalle acciughe che saltano in prossimità della riva. Una ulteriore rappresentazione della libertà e della fuga degli ultimi dalla prepotente maggioranza. "Disamistade" come detto faida in sardo, rappresenta una lotta tra famiglie per motivi d'onore che seguivano un codice non scritto e che imponeva il diritto alla vendetta in seguito ad un torto subito. C'è poi "Ho visto Nina volare" che si rifà all'adolescenza di De Andrè ed alle giornate di gioco passate con questa bambina, realmente esistita, dal nome Nina che rappresenta anche il primo amore d'infanzia del cantautore. Si parla, quindi, della solitudine del ragazzo che deve disobbedire al padre, non trovando il coraggio di informarlo del suo amore per Nina al punto di sentirsi costretto a scappare di casa per crearsi altrove un futuro. La ribellione, quindi, all'autorità paterna e la fuga verso una nuova vita. Un disco di rara bellezza, dunque, che racchiude un po' l'essere e la grandezza artistica di Fabrizio De Andrè sprigionata in tutta la sua carriera e che si prende il lusso, in questa ultima grande avventura, di farsi accompagnare da un altro grande mostro della cultura musicale italiana quale Ivano Fossati. Il risultato non poteva essere che un grande successo ed un album prezioso che rimarrà tra le pagine d'oro della nostra storia musicale.

 

 

 


 

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Cristiano De Andrè

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2 luglio 2018 1 02 /07 /luglio /2018 23:01

"Samarcanda" è un brano molto noto della discografia di  Roberto Vecchioni e risale al 1977, quando è stato pubblicato nell'omonimo album del cantautore brianzolo. Il ritmo coinvolgente del brano, nonostante un testo abbastanza triste ed una tematica impegnativa quale la morte, è quello che aiuta la canzone a diffondersi rapidamente ed ad entrare nella testa dei giovani di allora anche se, la stessa trascinante melodia, fa storcere il naso ad un certo tipo di pubblico politicizzato che seguiva il cantautorato di quegli anni con un certo snobbismo e stando alla larga da ciò che poteva essere visto come un prodotto di massa o commericale. Questa canzone, quindi, venne presa quasi come un tradimento al cantautorato di un certo tipo da parte di Vecchioni che, tra l'altro, intendeva solo far musica attraverso messaggi poetici e riflessivi. A parte l'aspetto musicale, infatti, Vecchioni anche in questo caso aveva badato soprattutto al testo toccando con maestria e fascino la tematica della fatalità della morte ispirandosi ad una favola orientale presente nell'incipit del romanzo "Appuntamento a Samarra" di John Henry O'Hara. Una storia simile a quella della canzone è narrata anche nel "Talmud", uno dei testi sacri dell'ebraismo. Il testo del brano parla, infatti, di un soldato sopravvissuto ad una guerra appena finita che festeggia tra canti, balli e vino lo scampato pericolo quando vede tra la gente festante una strana figura femminile vestita di nero: la personificazione della morte. Credendo che sia lì per lui, il protagonista scappa in un paese lontano, Samarcanda appunto, ma proprio lì trova la morte ad attenderlo. Il destino, quindi, ha voluto che il soldato, per paura della morte, sia scappato proprio dove la morte lo aspettava. Il fato, dunque, al centro di questa storia che Vecchioni ha reso parte fondamentale dell'antologia della musica italiana. Samarcanda, per la cronaca, è un'antica città dell'Uzbekistan capoluogo dell'omonima regione e nota per essere nel mezzo della "Via della Seta" tra la Cina e l'Occidente. Dal 2001 la città di Samarcanda è anche patrimonio dell'UNESCO. Tornando a Vecchioni, nel suddetto brano, prendono parte anche due musicisti particolari quali Toni Esposito con le sue percussioni ed il grande cantautore Angelo Branduardi al violino. Visto il successo il brano sarà oggetto di diverse cover come quella de "I Nuovi Angeli" del 1987 o quella di Petr Rezek, in lingua ceca, dal titolo "Kapelo, hraj!". Come detto il brano otterrà un grosso successo che sovrasterà ogni tipo di polemica permettendo a Vecchioni di aprire definitivamente le porte verso il grande pubblico e consacrandolo tra gli autori migliori di quegli anni. Il cantautore milanese confermerà poi il successo anno dopo anno e non deluderà mai le aspettative di un pubblico sempre più vasto che lo seguiva fino ai giorni nostri quando il nome Vecchioni è ancora una garanzia di assoluta qualità e lo sarà per sempre.

 

 

 


 

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1 luglio 2018 7 01 /07 /luglio /2018 23:01

"Lettera da lontano" è un brano scritto da Enzo Jannacci con la collaborazione sul piano musicale del figlio Paolo nel 2001. Il celebre cardiologo milanese, artista per diletto, inerisce questo pezzo nell'album "Come gli aeroplani" che dedica al padre. Come sempre acuto e intelligente, anche questa volta Jannacci non mette da parte la vena ironica anche se è molto più marcata, in questo caso, quella malinconica e drammatica che accompagna il libero pensiero dell'autore che vola su doversi aspetti in questa particolare missiva. La lettera, infatti, è un elenco, in pieno stile Jannacci, di riflessioni su possibili destinatari di varia natura e, soprattutto, su di alcuni aspetti del proprio personale come il rapporto con i figli o con la moglie. L'autore, però, non dimentica neanche l'aspetto sociale e politico: nel brano infatti, tra le altre cose, c'è anche un riferimento all'attivista italiana Silvia Baraldini, nella versione originale poi modificata con il nome della vittima del G8 di Genova del 2001 Carlo Giuliani successivamente. Il brano ottiene un grosso successo da parte della critica e nel 2002 vince anche il Premio Tenco, prestigiosa targa assegnata al brano d'autore più bello dell'anno. Jannacci vincerà questo premio anche nel 2003 con il brano "L'uomo a metà". "Lettera da lontano", inoltre, è stata reinterpretata anche da Francesco Baccini in coppia con Davide Van De Sfroos nel 2006 ed incisa all'interno dell'album "Fra..gi..le" del cantautore genovese. Anche questa versione viene molto apprezzata dal pubblico che concede nuova linfa al progetto originale. Di sicuro "Lettera da lontano" è tra i brani più belli di questo eclettico e particolarissimo artista che risponde al nome di Enzo Jannacci. L'originale ed ironico medico lombardo di "Vengo anch'io" e di "Quelli che...", ha sempre spiazzato il suo pubblico passando con disivolura da autore serio a cabarettista e viceversa accompagnandosi sempre con amici artisti molto particolari e diversi tra loro come Giorgio Gaber, Dario Fò o Cochi e Renato, ovvero, Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto. Naturalmente, dal punto di vista musicale, Jannacci ha scritto canzoni per vari grandi artisti del panorama musicale italiano come Mina e Milva. Un artista completo, quindi, che a causa di qualche problemino di salute relativi alla schiena limita di molto le sue apparizioni dal vivo negli ultimi tempi come dichiarato dallo stesso figlio Paolo in una recente intervista. Proprio Paolo ha dedicato al padre un libro nel 2011 dal titolo "Aspettando al semaforo. L'unica biografia di Enzo Jannacci che racconti qualcosa di vero" mentre proprio in questi giorni lo stesso Enzo ha pubblicato "Enzo Jannacci. Vita di un saltimbanco". Pare, quindi, rivolto all'editoria più che alla musica il futuro prossimo di Jannacci ma si spera che, di tanto in tanto, trovi il tempo di scrivere nuove perle come "Lettera da lontano".

 

 

 


 

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Giorgio Gaber

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Paolo Jannacci 

 

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30 giugno 2018 6 30 /06 /giugno /2018 23:01
Sondaggi: La sfida dei 100 - 1°Fase-2°Sfida
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29 giugno 2018 5 29 /06 /giugno /2018 23:01
Sondaggi: Risultati Giugno 2018

 

X La sfida dei 100 - 1°Fase-1°Sfida: Adriano Celentano 25% Aleandro Baldi 25% Andrea Bocelli 25% Antonello Venditti 17% Amedeo Minghi 8%

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28 giugno 2018 4 28 /06 /giugno /2018 23:01

Siamo nel 1964 quando  Fabrizio De Andrè pubblica "La guerra di Piero" all'interno di un 45 giri che contiene anche una seconda versione di "La ballata dell'eroe", già edita nel 1962. Entrambe le canzoni hanno per tema la guerra e Fabrizio De Andrè ha più volte dichiarato che questi brani erano ispirati alla figura di suo zio Francesco che di ritorno da un campo di concentramento aveva passato il resto della sua vita alla deriva e che con i suoi racconti aveva segnato profondamente la sensibilità del cantautore genovese. "Io della guerra ne ho parlato molto, ne ho parlato soprattutto ne "La guerra di Piero" - dichiarò De Andrè - attraverso i racconti che me ne faceva mio zio, il fratello di mia mamma, che si fece tutta la campagnia di Albania". Mentre il testo della canzone appartiene unicamente a Fabrizio De Andrè, la musica venne composta in collaborazione con il chitarrista Vittorio Centanaro che, però, non essendo all'epoca iscritto alla Siae non compare tra gli autori ufficiali. Quando venne pubblicata, la canzone, non ebbe molta visibilità ma fu con la rivolta del '68 che trovò la sua dimensione entrando nel repertorio militante degli studenti di sinistra e in quello dei cattolici. Grazie a queste lotte sociali, il brano, venne divulgato ed ottenne quel ruolo importante nella nostra cultura e nella nostra storia che ancora oggi mantiene. Lo stesso De Andrè dichiarò: "Quando è uscita, "La guerra di Piero" rimase praticamente invenduta. Divenne un successo solo cinque anni dopo, con il boom della protesta, con Dylan, Donovan e compagnia. Penso che finirò per scrivere una canzone in favore della guerra, che naturalmente venderò nel 1980 quando ci sarà qualche "guerra sacra" in nome di qualche non meglio identificato ideale". Per ciò che riguarda il brano in se, i critici, hanno notato dei riferimenti e delle somiglianze più o meno volute all'interno della composizione. Pare ci siano, infatti, richiami ad una celebre poesia del 1870 di Arthur Rimbaud, "Le dormeur du val" ovvero "L'addormentato nella valle", musicata e cantata da Leo Ferrè nel 1955. Inoltre si possono notare corrispondenze, probabilmente casuali, con la canzone "Le soldat de Marsala" di Gustave Nadaud ispirata alla spedizione dei mille guidata da Garibaldi. Altro richiamo, verosimilmente voluto, è quello al brano "Dove vola l'avvoltoio" scritta da Italo Calvino nel 1958 e musicata da Sergio Liberovici. De "La ballata di Piero" esiste una seconda versione pubblicata da De Andrè nel 1968 in "Volume III" che varia nella velocità della esecuzione rispetto all'originale che ha un ritmo lento. Nel 1979, inoltre, arriva la versione live con gli arrangiamenti curati dalla PFM  in "Fabrizio De Andrè in concerto". Il brano, come tutti i grandi classici, è stato oggetto anche di diverse cover come quella di Adriano Celentano del 2003 e quella dei Modena City Ramblers in duetto con  Piero Pelù. Un pezzo di storia, quindi, della musica italiana ed ennesima prova della grandezza assoluta del maestro del cantautorato italiano.

 

 

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27 giugno 2018 3 27 /06 /giugno /2018 23:01

"Dio è morto" è un brano scritto da Francesco Guccini nel 1965 e portata al successo dai Nomadi che la pubblicarono nel 1967 nell'album "Per quando noi non ci saremo" oltre a proporla al Cantagiro. "Dio è morto" è la prima canzone depositata alla Siae a nome di Francesco Guccini che, nel frattempo, aveva superato i due esami come autore di testi e come musicista non trascrittore. Infatti, il cantautore modenese, scrisse sia il testo che la musica anche se non ha mai inciso in studio questa canzone in tutta la sua lunga carriera ma è stata inserita in diversi dischi nelle solo versioni live che Guccini ha interpretato durante i suoi concerti. "Dio è morto", nonostante questo, è ancora oggi tra i grandi classici della discografia di Guccini pur restando un cavallo di battaglia anche dei Nomadi che ebbero il merito di lanciarla sul mercato discografico. Il titolo del brano riprende un celebre aforisma di Friedrich Nietzsche, ma da dichiarazioni dello stesso autore, la canzone prende spunto dal poema "Urlo" di Allen Ginsberg, almeno per quello che riguarda l'incipit. Nella versione dei Nomadi, il brano subì delle piccole modifiche ad opera del tasterista dello storico gruppo, Beppe Carletti mentre l'originale venne proposta una sola volta da Caterina Caselli che la pubblicò a pochi mesi di distanza nell'album "Diamoci del tu". La canzone ebbe anche problemi di censura: venne ritenuta blasfema dalla Rai ma, nel contempo, venne proposta da "Radio Vaticana" e pare che anche il Papa Paolo VI apprezzasse questo brano, il quale non presenta alcun elemento antireligioso bensì richiama a sani principi morali. Gli stessi Nomadi, all'epoca, si recarono in Vaticano con l'intenzione di regalare una copia del disco al Santo Padre. Tra le tante cover registrate negli anni sono da segnalare quelle di Luciano Ligabue nell'album "Tributo ad Augusto" del 1995 in omaggio ad Augusto Daolio, prima storica voce dei Nomadi, quella di Ornella Vanoni del 2001 nell'album "Un panino una birra e poi...", quella rock della band "L'invasione degli Omini Verdi" del 2003 per il disco "Non è un gioco" e quella di Fiorella Mannoia in "Canzoni nel tempo" del 2007. Un pezzo storico, quindi, della discografia italiana che, ancora oggi, dopo tanti anni rimane ancora tra le performance più attese nei concerti sia dei Nomadi sia in quelli dell'autore Francesco Guccini. 

 

 

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21 giugno 2018 4 21 /06 /giugno /2018 23:01

"Bandiera bianca" è brano di  Franco Battiato del 1981 e pubblicato nell'album "La voce del padrone" giudicato come secondo album di sempre tra quelli italiani nella classifica stilata dalla celebre rivista del settore "Rolling Stone" ed anche dal referendum proposto da "Musica e dischi" dove viene preceduto solo da  "Creuza de ma" di Fabrizio De Andrè. "Bandiera bianca" è una delle canzoni trainanti del disco insieme a  "Centro di gravità permanente" che è stato prodotto anche in spagnolo col titolo "La voz de su amo" oltre ad essere diffuso attravero sette singoli in Spagna, Francia e Germania. Inoltre, "La voce del padrone" fu il primo lp italiano a superare il milione di copie vendute. Un successo straordinario che già dai numeri rende l'idea dell'importanza storica che questo disco rappresenta per Battiato e per tutta la musica italiana in generale. Per questo album Battiato abbandona quel rock progressivo che aveva contraddistinto i primi anni della sua carriera e propone un lavoro più accessibile al popolo che, come detto, otterrà un grosso riscontro commerciale. Non per questo, però, Battiato tralascia la qualità e la profondità dei testi e dei messaggi da lanciare. Infatti, a contrario della musica commerciale e spesso banale studiata a tavolino con il solo scopo di vendere, Battiato in "Bandiera bianca" per esempio offre molti spunti di riflessioni ponendo molte citazioni e riferimenti a persone ed avvenimenti dell'epoca che non soddisfa l'immagine di civiltà immaginata dall'autore. Per tale motivo, appunto, l'autore sventola bandiera bianca ovvero si arrenda alla mediocrità ed alla bassezza di determinate situazioni o personaggi che hanno contraddistino quell'epoca. Si parte con "Mr. Tamburino" riferimento al mito di quella generazione Bob Dylan che cantava "Mr. Tambourine Man" e che ricita con il verso: "i tempi stanno per cambiare..." per il brano "The times they are a-changing", invitandolo a mettere la maglia perchè con il passare del tempo si invecchia. Si continua in campo musicale con il riferimento ad Alan Sorrenti, passato da cantautore sperimentale a brani prettamente commerciali come "Figli delle stelle" e, quindi, alla musica vista come sola fonte di guadagno sottolineando la capacità del danaro nell'influenzare le scelte artistiche nel verso: "Siamo figli delle stelle e pronipoti di sua maetà il denaro...". Ma Battiato non risparmia la televisione, la politica, il cinema e la pubblicità dell'epoca. Cita, infatti le "demenziali" tribune elettorali condotte da Ugo Zatterin negli anni '70, le rissose rivolte studentesche, la miseria della vita negli abusi di potere, l'ascesa del cinema horror (erano gli anni dei successi di Dario Argento "Profondo rosso" e "Suspiria") e l'ossessiva attenzione all'apparire invocata dalla pubblicità facendo anche un ironico riferimento a se stesso ed al nuovo look sfoggiato a quei tempi nel verso: "C'è chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero". Inseguito troviamo altri riferimenti alla musica come quello per la canzone "Tutte le mamme del mondo" di Gino Latilla del 1954 nel verso: "Uh com'è difficile restare padre quando i figli invecchiano e le mamme imbiancano..." sottolineando come, in quell'epoca, un uomo avrebbe potuto meschinamente risentirsi del progressivo invecchiamento della moglie. Sempre in tema musicale Beethoven, Sinatra e Vivaldi ovvero i simboli della musica classica, leggera e barocca per poi citare la chiassosa musica disco in voga in quell'epoca ed a tutta quella musica di scarsa qualità proposta in quegli anni nel verso: "...e sommersi soprattutto da immondizie musicali...". Anche il ritornello: "Su ponte sventola bandiera bianca..." è un chiaro riferimento alla poesia "L'ultima ora di Venezia" di Arnaldo Fusinato dell'800 in cui veniva ripresa la resa della città all'Impero Austriaco. Nel finale appaiono altre due citazioni, la prima verso il filosofo Theodor Adorno e la sua opera "Minima Moralia" a cui dedica il coro ironico: "minima immoralia...minima immoralia..." e l'altra al brano "The end" di Jim Morrison con il verso conclusivo: "The end...my only friend this is the end..." ovvero "La fine...il mio unico amico questa è la fine...". Un brano, qundi tutt'altro che banale o commerciale bensì ricco di riferimenti e messaggi più o meno nascostri velati ad una realtà che stava vivendo un epoca effettivamente mediocre se ci si basa sulle osservazioni sottolineate da Battiato. Proprio questa perfetta ed accurata analisi dell'epoca, probabilmente, è stata la chiave per il clamoroso successo di questo brano e dell'intero album vero e proprio capolavoro della nostra storia musicale e culturale composta da un genio assoluto del nostro tempo quale il maestro Franco Battiato.

 

 

 


 

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Fabrizio De Andrè

Franco Battiato

 

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15 giugno 2018 5 15 /06 /giugno /2018 23:01

"Pensiero" è uno dei brani classici dello storico gruppo dei Pooh fondato negli anni '60. Il brano, scritto per il testo da Valerio Negrini e per la musica da Camillo Ferdinando "Roby" Facchinetti, è stato pubblicato nel 1971 prima in un 45 giri insieme a "A un minuto dall'amore" e poi nell'album "Opera prima" che, in realtà, sarebbe il quarto disco dei Pooh ma il primo con una nuova casa discografica ovvero la "CBS". Del gruppo all'epoca faceva ancora parte anche Riccardo Fogli che è l'interprete canoro principale di "Pensiero" mentre sarebbe giunto in seguito a questo album Stefano D'Orazio che entrerà in formazione al posto di Valerio Negrini, il quale rimarrà comunque paroliere e componente occulto della band. Il singolo, che venne prodotto anche in castigliano con il titolo "Pensamiento/A un minuto del amor", ottenne un grandissimo successo e, se vogliamo, anche superiore al precedente brano estratto dallo stesso album, ovvero l'intramontabile "Tanta voglia di lei". Oltre che sul mercato italiano, dove superò il milione di copie, "Pensiero" ebbe un grosso riscontro, mai ripetutosi per un brano italiano, in Sud America dove arrivò ad oltre 1.200.000 copie vendute. Ad accompagnare i Pooh in questo progetto con gli arrangiamenti ci fu l'orchestra diretta da Gianfranco Monaldi. Il testo parla di un carcerato, tra l'altro innocente, che prova a raggiungere la propria amata nell'unico modo possibile trovandosi rinchiuso in una cella e cioè col pensiero. Al pensiero, l'uomo, chiede di portare alla donna la propria verità sull'accaduto che lo costringe ingiustamente a stare in prigione oltre a chiedergli di portargli in dono il suo sorriso. L'uomo, ormai stanco, cerca quindi di trasmettere il proprio pensiero all'unica persona che gli è rimasta nell'anima e che ben conosce la sua sincerità. Un brano, quindi, molto particolare che ha fatto la storia della musica italiana e che rappresenta uno dei maggiori successi dell'infinita discografia dei Pooh che, ancora oggi, continuano a sfornare brani di qualità.

 

 

 

  

 

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Pooh

Riccardo Fogli

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