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"...E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai,

di giocatori tristi che non hanno vinto mai,

ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro

e adesso ridono dentro a un bar;

E sono innamorati da dieci anni,

con una donna che non hanno amato mai;

Chissà quanti ne hai veduti, chissà quanti ne vedrai..."

 

Francesco De Gregori - La leva calcistica della classe '68

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24 novembre 2020 2 24 /11 /novembre /2020 00:01

"Bisogno d'amore" è una delle canzoni più note del cantautore astigiano Danilo Amerio. L'artista cresciuto professionalmente nella scuderia fiorentina di Giancarlo Bigazzi si fa subito notare per le sue grandi doti autoriali iniziando la sua storia proprio come autore. Tra i primi successi confenzionati per altri artisti c'è, ad esempio, "Donna con te", diventato un vero cavallo di battaglia di Anna Oxa che lo propose a Sanremo nel 1990. Ma il suo talento gli permette di trovare conferme già da ragazzino: a 14 anni, infatti, scrive per Nicola Di Bari "Chi ha visto Elena" ed a 15 vince il disco d'oro in Inghilterra con il brano "I look at the sun" cantanto da Morris Albert. Un inizio entusiasmante per un cantautore che metterà la firma su molti brani per artisti come Fausto Leali, Fiordaliso, Little Tony e tanti altri oltre ad iniziare un proprio percorso anche da interprete a metà degli anni '90. Sono proprio quelli gli anni del suo boom prima con un terzo posto tra le Nuove Proposte a Sanremo 1994 con "Quelli come noi" e poi con il sesto posto tra i Big nel 1995 proprio con "Bisogno d'amore". Il brano verrà pubblicato nell'omonimo album ed otterrà un grande successo di pubblico e critica oltrepassando anche i confini italiani grazie alla versione tradotta in spagnolo con il titolo "Necesitan amor" ed interpretato da Cristian Castro. Nei paesi latini, il brano, venderà oltre 800 mila copie. Nel testo, Amerio, esprime il disagio di un uomo abbandonato da quella donna che amava ma che scopre fredda e priva di sentimenti. Il protagonista, quindi, prende coscenza del suo bisogno d'amore ma, allo stesso tempo, si promette di non ricascare più in simili disperate situazioni per parsone incapaci di dare e ricevere amore. Proprio questo secondo punto, infatti, enfatizza in qualche modo il dolore del protoganista che si accorge che quella donna che sta scappando dalla sua vita per inseguire un altro uomo, sta trascurando un reale e forte sentimento, utile forse più a lei che a lui, per un qualcosa di incerto. L'uomo, quindi, soffre anche per l'incapacità della donna nel non saper riconoscere ciò che potrebbe soddisfare anche il bisogno d'amore che risiede in lei e che, da donna smarrita e superficiale, non riesce nemmeno a percepire. Questa donna, in pratica senza anima, getta al vento l'opportunità di completare due esistenze attraverso un profondo sentimento buttando nello sconforto la parte più sensibile della coppia e cioè l'uomo: l'unico, tra i due, che riesce ancora ad ascoltare il cuore. Un bellissimo messaggio scritto da un autore capacissimo e sempre poco sponsorizzato dai media come Danilo Amerio che impreziosisce il prodotto con il suo particolare e graffiante timbro vocale che risulta perfetto per questa tipologia di brani che puntano diretti all'anima di chi li ascolta.       

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23 novembre 2020 1 23 /11 /novembre /2020 00:01

"Cogli la prima mela" è uno dei successi più noti, dal punto di vista commericale, di Angelo Branduardi. Il menestrello di Cuggiono, sempre aperto a sperimentazioni e ad influssi sonori di qualsiasi cultura, nel 1979, con questo brano che da anche il titolo all'album, riesce nell'impresa di rendere popolare e commercialmente competitivo una melodia medievale ungherese. Il brano, infatti, è una rielaborazione di una antica musica magiara dal titolo "U naseho Barty". Branduardi realizza il testo con la collaborazione della fidata e fedele Luisa Zappa, parte fondamentale della discografia dell'artista, riuscendo a conquistare pubblico e critica. Nella storia musicale del cantautore, tale tipo successo popolare, non avverrà molto di frequente e nemmeno pare essere un obiettivo fondamentale per Branduardi. Infatti, nella sua carriera, l'artista lombardo di nascita ma cresciuto a Genova, non ha mai inteso la musica come un strumento di facile guadagno e non ha mai cercato di "costruire" brani a tavolino per ottenere consensi di massa. Branduardi ha sempre fatto un certo tipo di musica per passione pur sapendo di rivolgersi prevalentemente ad un pubblico di nicchia. La sua qualità, però, gli ha permesso in diversi casi di raggiungere anche quel pubblico che solitamente non si avvicina a queste sonorità. Si può dire, infatti, che Branduardi è uno dei precursori della world music prima ancora che la stessa fosse realmente certificata come genere musicale. Le sue mille diramazioni culturali e strumentali gli hanno permesso di contagiare le sue capacità ed il suo modo di esprimere musica con elementi sonori e letterali di ogni parte del mondo ed, in particolare, con le diverse culture europee. Tali influenze hanno portato l'artista a variare la propria offerta musicale a seconda del momento e ad ottenere sempre proposte innovative capaci di affascinare e sorprendere sempre il suo pubblico. "Cogli la prima mela", quindi, è uno di quegli esperimenti che ha portato Branduardi ad abbracciare anche un pubblico più commericiale in Italia come in Europa. Questo album, tra l'altro, è stato tradotto sia in francese con il titolo di "Va où le vent te mène" e con l'apporto di Etienne Roda-Gil che inglese col titolo "Life is the only teacher" con l'aiuto per i testi di Keith Christmas. Le sue musiche, infatti, hanno girato il mondo e, in alcuni Paesi europei Branduardi gode, probabilmente, di una stima maggiore di quella che gli riserva il pubblico italico spesso poco avvezzo al suo stile musicale. Non fu così, però, per il suddetto brano che abbinava alla leggiadria della musica un testo affascinante quanto di facile accesso. Gli autori, infatti, invitano a non lasciarsi scappare le occasioni che la vita ci offre e di coglierle con fierezza senza dar troppo peso alle eventuali conseguenze ma vivendo la propria esistenza in allegria rinnegando ogni qual forma di pentimento o di rimpianto. Un bel messaggio che viene espresso in una forma poetica tipica dell'artista: una sorta di soave filastrocca che, come in tanti altri casi, ha contribuito a rappresentare nell'immaginario collettivo Branduardi con il suo immancabile violino e la folta capigliatura come un vero e proprio menestrello dei nostri tempi.            

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22 novembre 2020 7 22 /11 /novembre /2020 00:01

"Lontano dagli occhi" è un'altra di quelle canzoni senza tempo nè confini che ancora oggi, dopo oltre quarant'anni, rappresenta la nostra musica nel mondo. Scritta per la musica da Sergio Endrigo e per il testo da Sergio Bardotti, la canzone, venne presentata al Festival di Sanremo del 1969 dallo stesso Endrigo in accoppiata con Mary Hopkin per poi essere pubblicata in un 45 giri insieme a "San Firmino". Al Festival, il brano, si classificò secondo dietro a "Zingara" proposta dalla coppia Iva Zanicchi-Bobby Solo ma col passare del tempo si impose tra i classici della musica italiana nel mondo anche grazie alla versione della Hopkin. In origine, però, ad accompagnare Endrigo a Sanremo, dovevano essere gli Aphrodite's Child ma, il trio greco, all'ultimo momento decisero di non prendervi parte per ragioni ancora non chiare. Le ipotesi più concrete sono due: un poco gradimento dell'accoppiamento con Endrigo o il rifiuto a partecipare al meccanismo del concorso. In ogni caso, però, il gruppo decise comunque di incidere una cover del brano come poi, negli anni, hanno fatto tanti artisti italiani ed internazionali. A prestare la voce al successo di Endrigo sono stati, fra gli altri, Petula Clark, Paul Mauriat, Rudy Rickson, Bob Farina, Andrea Mirò, I Panda, Morgan e recentemente Gianna Nannini che l'ha proposta in chiave rock. Tanti altri artisti poi l'hanno proposta dal vivo senza, però, inciderla. Grazie alle molteplici versioni il brano è stato tradotto ed esportato sui mercati dell'intero pianeta: dal Brasile al Giappone passando per Spagna, Francia, Gran Bretagnia, Grecia, Russia, Portogallo, Romania, Norvegia, Danimarca, ex Jugoslavia, Argentina, USA, Canada fino in Singapore, Hong Kong e Taiwan. In pratica, come detto, questo brano che parla della sofferenza dell'avere persone care lontante rischiando, in molti casi, di essere del tutto dimenticati, ha fatto davvero il giro del mondo e da quel 1969 non si è ancora fermato. Un successo che premia le doti di un cantautore elegante e discreto come Sergio Endrigo troppo spesso dimenticato da un mondo mediatico a cui non è stato mai particolarmente affine e che, forse, lo ha valorizzato solo dopo la morte. Oltre il confine terreste, però, a rendere omaggio all'infinito al suo grande talento ci penserà, senza alcuna difficoltà, la sua musica che continua imperterrita a girare per il mondo anche attraverso le voci delle nuove generazioni di artisti.  

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21 novembre 2020 6 21 /11 /novembre /2020 00:01

"Io ci sarò" è il brano che segna il debutto da solista di Piero Pelù dopo vent'anni di storia musicale realizzata con il gruppo dei Litfiba dal 1980 ed in particolar modo con l'amico e socio di sempre Ghigo Renzulli. Il brano del 2000, sarà inciso nell'album "Né buoni né cattivi" dello stesso anno non prima però di aver lanciato un libro autobiografico dal titolo "Perfetto difettoso". In realtà, Pelù, già nel 1999 aveva avuto una esperienza senza i Litfiba per il singolo "Il mio nome è mai più" cantato con Lorenzo Jovanotti e Luciano Ligabue anche se, nello stesso anno, aveva pubblicato con il suo gruppo storico l'album "Infinito": forse il successo dal punto di vista commericale più forte della band. Ma proprio quel disco trainato da "Il mio corpo che cambia", canzone che poi si scoprirà creata a tavolino proprio per ottenere un riscontro positivo dalla vendite, sarà la ragione principale dell'abbandono di Pelù. Lo spirito rock e crudo della loro anima musicale si era persa per quelle logiche di mercato che il leader firentino non ha mai messo in primo piano nella sua attività. I contrasti, già presenti per altre ragioni, trovano in questa ultima situazione la definitiva, poi divenuta momentanea, rottura. Proprio con "Io ci sarò", Pelù, sottolinea la volontà di farsi rispettare, senza abbassare lo sguardo con nessuno e di essere pronto a vivere un'altra storia con entusiasmo e con le proprie idee. L'artista, nel brano, si definisce "assassino del suo passato" ed è, quindi, palese il collegamento tra le parole della canzone e la sua vicenda professionale. Questa durezza espressa da un artista che aveva solo voglia di portare in scena il suo pensiero si è poi attenuata col tempo fino al ritorno, nel 2009, con i Litfiba senza però abbandonare la sua attività da solista. Vent'anni di musica ed emozioni non si possono cancellare e nonostante le incomprensioni Pelù ha giustamente scelto di vivere parallelamente le due realtà dividendosi tra le proprie personali "creature" musicali e ciò che, invece, ha rappresentato l'inizio e la storia della sua attività discografica.    

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20 novembre 2020 5 20 /11 /novembre /2020 00:01

"Ritornerai" è uno dei brani più rappresentativi di Bruno Lauzi, cantautore e poeta nato ad Asmara in Eritrea (allora suolo italiano), ma cresciuto e vissuto in quel di Genova ed appartenente, quindi, a quella grande scuola musicale ligure che ha messo le basi del più grande movimento cantautore italiano. Lauzi è ricordato soprattutto per la sua poliedricità: da interprete raffinato ad autore profondo e poetico ma anche spirito ironico e sarcastico di natura che lo ha portato ad essere anche un cabarettista. Le sue maggiori perle, nel campo musicale, Lauzi le ha regalate soprattutto alle più belle voci femminile della musica italiana come Mia Martini e Ornella Vanoni ma anche per artisti allora alle prime armi come Edoardo Bennato o Roberto Vecchioni riuscendo anche in imprese artistiche in cui in molti avevano fallito. Una su tutte "Almeno tu nell'universo" per Mimì: furono in tanti a provare a scrivere un testo su quella musica fantastica quanto ardua ma solo lui riuscì a realizzarlo componendo uno dei brani più belli della nostra storia musicale. Da artista controcorrente, Lauzi, non ha mai avuto un grande impatto mediatico ed il suo successo sarà dovuto solo al suo immenso talento. Tanti sono stati i successi che ha fornito alla nostra musica e, in molti di questi casi, è spesso dimenticato il suo apporto autoriale. Di frequente, infatti, viene ricordato l'interprete o colui che ha portato un determinato brano al successo tralasciando erroneamente chi quel brano l'ha scritto permettendo a chi l'ha inciso di ottenere la gloria ed il successo. Il successo, quello mediatico ed economico, forse Lauzi non l'ha vissuto o, almeno, non nella misura in cui lo meritasse ma ha sempre avuto quello popolare. La sua simpatia e l'empatica con il pubblico gli hanno permesso di ottenere un riscontro da parte del popolo forse più forte di quello ottenuto realmente attraverso la musica cha ha regalato, per lo più dietro i riflettori, in tanti anni di carriera. Il suo brano più noto, di quelli realizzati personalmente anche come interprete oltre quelli del suo avvocato Paolo Conte di cui è stato "ambasciatore" e maggiore interprete per diversi anni, è sicuramente "Ritornerai", una canzone che parla di un amore finito in cui, però, il protagonista non perde la speranza di un riavvicinamento. Sulle note di un bolero, Lauzi, propone un testo semplice ma non per questo privo di forza, poesia e profondità. Un brano che sarà inciso prima in un 45 giri del 1963 e poi nell'album "Ti ruberò" nel 1965 con arrangiamento di Angel "Pocho" Gatti, maestro di origini argentine. La canzone non ebbe subito un ottimo riscontro di vendite ma conquisterà negli anni la sua immortalità anche grazie alle tante cover offerte da artisti come Ornella Vanoni, Franco Battiato, Delta V, Carmen ConsoliMorgan e più recentemente dal giovane Michele Bravi. Un pezzo di storia, quindi, della musica italiana che è diventato, anno dopo anno, il ricordo più rappresentativo di un buffo e simpatico "Piccolo uomo" (altro grande brano scritto per Mia Martini) che nascondeva una immensa anima artistica.   

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19 novembre 2020 4 19 /11 /novembre /2020 00:01

"Quelli come noi" è una delle più belle canzoni di Danilo Amerio, autore validissimo ed ottimo interprete raramente supportato mediaticamente per il suo valore artistico. Il brano viene presentato al Festival di Sanremo del 1994 tra le Nuove Proposte per poi essere pubblicato nel secondo album del cantautore "Danilo Amerio". La canzone si classificherà terza nella categoria in un Festival dove Amerio collabora anche per il brano "Signor Tenente", brano che porterà il secondo posto tra i Big a Giorgio Faletti. Inoltre, l'artista, firma anche l'intero album di Valeria Visconti, anch'essa in gara tra le Nuove Proposte di quell'anno. Una presenza forte, quindi, in un Festival dove Amerio già era stato presente nel 1993 al fianco di Mietta e i Ragazzi di via Meda ottenendo un quarto posto con il brano "Figli di chi". Danilo, poi, tornerà al Festival nel 1995 con "Bisogno d'amore" classifandosi sesto tra i Big e nel 2008 come autore del brano "Non finisce qui" presentato da Little Tony e giunto nono. Oltre Sanremo, però, la storia di Amerio inizia proprio come autore e collaboratore per diversi artisti del calibro di Umberto Tozzi, Raf, Marco Masini, Anna Oxa, Mia Martini, Aleandro Baldi, Paolo Vallesi, Morris Albert, Nicola Di Bari, Fiordaliso, Fausto Leali e altri collezionando successi e stima tra gli addetti ai lavori. "Quelli come noi", invece, rappresenta un po' il primo passo verso la grande notorietà personale come interprete delle proprie canzoni. Dopo, infatti, il secondo posto al Cantagiro nel 1992 con "Buttami via", Sanremo, apre le porte del grande pubblico all'artista e Danilo coglie al meglio quell'occasione per mostrare tutto il suo talento. Il testo parla della gente comune, persone semplici sempre in lotta con le problematiche del quotidiano ed i soprusi dei potenti. Un po' come gli ultimi e gli antieroi cantanti da Fabrizio De André, Amerio, dà voce a queste persone che, tra sacrifici e delusioni, sono sempre in cerca di un futuro migliore in una vita che non li soddisfa ma che continuano ad onorare, giorno per giorno, con umiltà, onestà e dignità non perdendo mai la speranza che qualcosa cambi. Ma, in un mondo di avvoltoi, la vittoria per questa gente diventa una utopica illusione che può servire solo ad aiutarli ad andare avanti continuando sempre a subire passivamente un sistema diretto dai potenti e dagli eroi di turno. Un sistema, allora come oggi, in cui viene premiata la furbizia e la prepotenza a discapito dell'onestà e dell'umiltà della gente semplice. Un discorso, quindi, ancora attualissimo che conferma le doti autoriali, oltre che interpretative, di un artista che avrebbe meritato maggiore visibilità e che ancora oggi, nell'indifferenza dei principali media, continua con difficoltà e senza alcuna promozione, a proporre la propria arte e in contesto musicale italiano come quello attuale così povero di penne pensanti è davvero un peccato trascurare un artista di tali capacità.     

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18 novembre 2020 3 18 /11 /novembre /2020 00:01

"Avevo un cuore (che ti amava tanto)" è stato uno dei cavalli di battaglia di Mino Reitano. Un successo che ha rappresentato l'apertura totale della discografia italiana verso un artista sensibile e capace di interpretare e scrivere, anche per altri artisti, nel corso degli anni diversi successi che fanno parte della storia della musica italiana. Il suddetto brano viene pubblicato in un 45 giri insieme a "Liverpool addio" nel 1967 per poi essere riportato nel primo album dell'artista "Mino canta Reitano" del 1969. Sono i primi anni artistici di Reitano che porta il brano a Castrocaro dove, però, c'era già stato due anni prima cantando in inglese ed arrivando in finale con "It's over" di Roy Orbison che poi pubblicherà l'anno successivo in italiano con il titolo "La fine di tutto". Nel 1967 approda a Sanremo con "Non prego per me", un brano scritto da Battisti e Mogol che credono molto in lui, e in estate dello stesso anno torna al Cantagiro con "Quando cerco una donna". Il 1968 è l'anno della consacrazione, entra in classifica con "Avevo un cuore (che ti amava tanto)", incisa a fine '67, e con "Una chitarra, cento illusioni" che conquista il disco di d'argento con oltre 500 mila copie vendute. Questi successi consentono a Reitano l'acquisto di un terreno ad Agrate Brianza che diventerà il "Villaggio Reitano" ospitando per generazioni la famiglia dell'artista. Come detto, quindi, sono questi primi successi ad aprire a Mino le porte della grande musica italiana dalla quale uscirà solo il 27 gennaio 2009 quando un cancro all'intestino se lo porta via prematuramente. Per commemorare l'artista, inoltre, il 25 ottobre del 2009 l'Italia emette un francobollo da 1€ dedicato a lui nell'ambito di una serie di valori a favore della musica italiana che comprende gli omaggi per Luciano Pavarotti e Nino Rota con francobolli del valore rispettivamente di 0,65€ e 1,50€. Tornando al brano che ha favorito questo glorioso percorso culminato con la sfortunata scomparsa tra l'affetto di un pubblico che lo ha sempre amato, c'è da dire che tra gli autori vi sono Nicola Salerno, in arte Nisa, il figlio Alberto e il fratello di Mino, Franco Reitano. Il testo rappresenta la disperazione di un ventenne lasciato da quella donna che gli ha rubato il cuore. L'uomo, deluso da questa esperienza, vive ancora nella speranza di un ritorno che chiede a gran voce non trovando la forza di andare avanti senza di lei. Una linea melodica tipica di quegli anni, quindi, accompagna la sentita interpretazione di un Reitano in grande forma che conquisterà la critica ed il pubblico dell'epoca e che ancora oggi è ricordata tra le sue migliori performance. Un successo che preparerà la strada a tanti altri prodotti di ottima fattura e che resterà un simbolo per la tutta la sua carriera e la sua vita caratterizzata, in tutti gli aspetti, da un grande cuore che ha amato tanto la musica, la famiglia, la patria e la gente comune e che da tutti è stato sempre ripagato con la stessa moneta.   

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17 novembre 2020 2 17 /11 /novembre /2020 00:01

"Miserere" è un brano del 1992 pubblicato nell'omonimo album di  Zucchero Fornaciari, Adelmo  all'anagrafe. Scritta dallo stesso artista emiliano insiema a Bono Vox degli U2, questa canzone, vede la partecipazione interpretativa di un vero e proprio simbolo dell'arte del nostro Paese e cioè il tenore  Luciano Pavarotti. Fu quello il primo duetto, di un certo livello, eseguito tra un tenore ed un cantante di musica leggera. Il brano fu lanciato in tutto il mondo ed ebbe un discreto successo anche se, come pare, "Big Luciano", era contrario a questa operazione e si convinse solo dopo aver ascoltato un'incisione di prova eseguita da, un allora sconosciuto,  Andrea Bocelli che prenderà parte anche al "Miserere Tour" nel 1993 sostituendo, nell'esecuzione del suddetto brano, lo stesso Pavarotti. Il testo esprime la volontà di apprezzare il dono della vita anche nelle situazioni umanamente più misere. Si parla, quindi, di peccatori persi nel vivere che brindano alla vita e non perdono, dinnanzi al sole che comunque splende, la speranza di ritrovare quella gioia interna e quella serenità smarrita nel loro percorso terreno. Magari, ritrovando tutto ciò, sul punto di morte: "Miserere", infatti, è anche una preghiera di veglia per i defunti in cui si chiede la pietà di Dio, nel cancellare le proprie colpe, secondo la sua grande misericordia. Un brano molto bello, quindi, che viene amplificato da un'ottima interpretazione e dalla particolarissima presenza di Pavarotti che innalza lo spessore e la cifra qualitativa ed emozionale della canzone. L'album venderà 700.000 copie in Italia e 1.400.000 in Europa risultando, dunque, un'operazione più che positiva per il bluesman di Reggio Emilia. Pavarotti, invece, convinto da questo esperimento continuerà a proporre duetti istituendo il celebre spettacolo benefico "Pavarotti & Friends". Il tenore modenese si spegnerà nel 2007 a causa di un cancro al pancreas ma il suo nome resterà per sempre un marchio dell'arte italiana in tutto il mondo.

 

 

 


 

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16 novembre 2020 1 16 /11 /novembre /2020 00:01

"Brivido felino" è uno dei dieci brani presenti nell'album "Mina Celentano" del 1998 ed è anche uno dei più amati dal pubblico di quella storica collaborazione tra Mina ed Adriano Celentano insieme a "Acqua e sale" e "Che t'aggia di", cantato in dialetto foggiano. Il disco tra i due artisti arriva in un momento particolare: Celentano sta preparando il suo ritorno in televisione e le le vendite dei suoi dischi vivono un periodo di calo. Nasce così l'idea di chiamare la sua grande amica Mina e confezionare questo album insieme ottenendo un risultato straordinario. Il disco vende oltre 1,6 milioni di copie e risulta, ad oggi, l'album più venduto di Mina insieme ad "Attila" del 1979. Il suddetto brano proposto anche per il mercato spagnolo con il titolo "Corazon felino" insieme a Diego Torres, parla della sintonia amoroso di una coppia in cui lei sospettava di essere l'unica a cercare ancora momenti di passione ed, invece, si accorge che anche l'uomo è in cerca della stessa passione. Allora vi è il solito gioco delle parti fino a che il "brivido felino" non ottiene il desiderato epilogo. La canzone è stata scritta da Paolo Audino e Stefano Cenci. Tra le curiosità legate a questo album vi è anche quella che, secondo i giornali dell'epoca, doveva farne parte anche Lucio Battisti, poi scomparso alcuni mesi dopo, e che avrebbe dovuto chiamarsi "H2O". Un successo commerciale, quindi, che da nuova linfa a due pilastri della nostra musica come Adriano Celentano e Mina che, ancora oggi, continuano a destabilizzare il mercato discografico ad ogni nuova produzione.  

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15 novembre 2020 7 15 /11 /novembre /2020 00:01

"La spada nel cuore" è uno degli evergreen della musica italiana ed anche uno dei brani che, nonostante un primo impatto non esaltante sul mercato, ha fatto la fortuna di Patty Pravo e Little Tony. I due artisti che l'hanno proposta a Sanremo nel 1970 ottenendo un quinto posto ed il premio della critica avevano scelto il brano proprio da un provino registrato da Lucio Battisti nel 1969. Lo stesso provino fu, infatti, presentato alla commissione sanremese anche se Battisti non compare tra gli autori e, personalmente, non ha mai confermato il fatto che le musiche del brano le avesse scritte di sua mano. Gli autori ufficiali sono Mogol per il testo e Carlo Donida per la musica. Lo stesso Mogol, però, ha ipotizzato che fosse stato un regalo da parte di Lucio al maestro Donida a cui era molto legato. Probabilmente, Lucio, non trovando il brano adatto per le sue corde ha, in qualche modo rifiutato del tutto quella composizione, come successo in altre occasioni, non richiedendone mai la paternità. Certo è che esiste la registrazione di quel provino e sia Mogol, emozionatosi all'ascolto a fine anni '90 di quella interpretazione definita "magistrale", che lo stesso Little Tony si sono detti certi della sua inconfondibile mano sullo stile musicale del brano. Come detto, però, il brano inciso in un singolo insieme a "Roma è una prigione" da Patty Pravo nel 1970 non fu tra i più venduti dell'artista anzi fu quasi un flop destinato poi a riprendersi nel tempo e restando ancora oggi tra i brani più amati sia della Pravo che di Little Tony, la cui versione successivamente dai toni più rock favorì in maniera concreta la riscoperta del brano. La Pravo, infatti, puntava più sulla forza dell'interpretazione vibrata che enfatizzava la drammaticità del testo e ciò inizialmente non produsse il risultato sperato. C'è da dire, però, che la Pravo non era convinta della canzone fin dal primo momento e che l'aveva scelta solo per una parte dell'inciso particolmente gradita. Tanto è vero che all'epoca, la canzone, non fu inclusa in nessun album ma solo negli anni a seguire è stata inserita nelle varie raccolte degli artisti in questione oltre ad una versione di Battisti pubblicata nel 2005 nella raccolta "Le avventure di Lucio Battisti e Mogol". Il testo parla di un uomo abbandonato dalla sua donna e del malessere dello stesso che si sente morire da questa delusione. La spada nel cuore, simboleggia un tradimento poiché la donna, alla vista dell'altro uomo, aveva garantito all'allora suo partner di provare solo simpatia per l'altro e che lei era sua in ogni caso. Il protagonista, però, si era accorto che lei si illuminava quando guardava l'altro e presto ebbe la conferma che ciò che lei gli aveva detto non erano altre che bugie. Ora l'uomo, rimasto da solo, rivive quei ricordi di cui sente ancora l'eco non riuscendo ad assorbire quel dolore e a dimenticare quella donna che per lui rappresentava la vita. Un bel testo confezionato, quindi, da Mogol su di una musica dall'impronta battistiana che viene enfatizzata e resa eterna nel suo ritmo incalzante più dallo stile rockeggiante di Little Tony che dalla pur bella versione più raffinata ed intimista di Patty Pravo. In ogni caso, comunque la si preferisca, "La spada nel cuore", resta un successo che da oltre quarant'anni continua ad essere tra i brani intramontabili della nostra musica.    

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