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  • : La musica che gira intorno...
  • : Blog di Marco Liberti dedicato principalmente alla musica italiana
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  • Cronista per vari giornali locali e articolista on line da diversi anni in svariati argomenti.
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Citazione del mese

"...E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai,

di giocatori tristi che non hanno vinto mai,

ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro

e adesso ridono dentro a un bar;

E sono innamorati da dieci anni,

con una donna che non hanno amato mai;

Chissà quanti ne hai veduti, chissà quanti ne vedrai..."

 

Francesco De Gregori - La leva calcistica della classe '68

Sondaggi

La Sfida dei 100, 4°Fase-2°Sfida
 
 
 
 
 
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31 dicembre 2020 4 31 /12 /dicembre /2020 00:01
Sondaggi: Risultati Dicembre 2020

X La musica che gira intorno...Note d'oro 2020:

Miglior Canzone: "Il confronto" Marco Masini 60%

Miglior Album: "Zerosettanta" Renato Zero 50%

Miglior Artista: Renato Zero 75%

 

X La Sfida dei 100, 4°Fase-1°Sfida: Domenico Modugno 55% e Adriano Celentano 27%  

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30 dicembre 2020 3 30 /12 /dicembre /2020 00:01

"La libertà" è un pezzo storico di Giorgio Gaber, Gaberscik all'anagrafe, scritto con Sandro Luporini per lo spettacolo "Dialogo tra un impiegato e un non so" del 1972, inciso in un 45 giri con "Lo shampoo" nell'anno successivo e, successivamente, inserito nell'album e nello spettacolo teatrale "Far finta di essere sani" sempre del 1973. Sia gli spettacoli teatrali che l'album ottennero un grosso successo: in teatro ci furono complessivamente circa 350 repliche con oltre 300 mila spettatori e l'album è considerato dalla rivista "Rolling Stone Italia" il 48° disco italiano più bello di sempre nella classifica dei migliori 100. "La libertà" in particolare, oltre agli altri brani e ai monologhi presenti in questi spettacoli, è divenuto quasi un manifesto del pensiero e dell'arte di Gaber. La frase centrale "...libertà è partecipazione..."  riassume, in tre parole, il concetto della canzone e del suo modo di intendere la vita, la politica, il teatro e la musica. Nel testo, Gaber, esprime il desiderio di volersi sentire libero come un uomo che deve rispondere solo alla natura e all'istinto animale, che deve compiacersi della propria libertà, che può spaziare con la propria fantasia in un contesto di democrazia, che può si innalzare con la propria intelligenza e rispondere con la sola forza della natura alla scienza, che trova la sua libertà anche nel farsi comandare oltre che nella forza del proprio personale pensiero. La libertà non deve apparire come un gesto insolito, una invenzione atta a compensare una mancanza, non deve essere rappresentata da uno spazio vuoto e non è neanche avere una opinione ma è semplicemente partecipazione. Per gli autori, quindi, la libertà è condividere, essere ascoltati, essere parte integrante di un progetto unico rappresentato dall'intero collettivo terrestre di cui fa parte ogni singolo uomo, animale o albero. Un concetto ampio e illuminante ma allo stesso tempo semplice che dovrebbe essere alla base di una società civile ma che spesso può dar fastidio al potere che, per i propri comodi, ci indirizza verso una illusoria libertà manipolando in maniera occulta o palesemente dittatoriale, a suo piacimento, il comportamento ed il pensiero del popolo attraverso i media e la falsa informazione. Un insegnamento, quindi, che ci ha lasciato un grande artista ed un libero pensatore come Giorgio Gaber a cui bisogna dar sempre nuova linfa affinché non venga mai dimenticato e sia reso accessibile anche alle nuove generazioni.      

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29 dicembre 2020 2 29 /12 /dicembre /2020 00:01

"Anna e il freddo che ha" è una bellissima canzone di Enrico Ruggeri scritta con il fidato chitarrista Luigi Schiavone ed incisa per la prima volta da Gianni Morandi per l'album "Le italiane sono belle" del 1987. Solo nel 1999 Ruggeri, nell'album "L'isola dei tesori" composto prevalentemente da brani scritti dal cantautore milanese per altri artisti, incide il brano insieme alla sua compagna Andrea Mirò ponendo il suo inconfondibile marchio e consacrando il brano con il naturale supporto che quel brano, che rispecchia pienamente il suo stile, attendeva da quasi dieci anni. Per carità, Morandi, è un ottimo interprete ed prestato egregiamente il suo talento anche in questa occasione ma quando, un brano di tale impatto, lo si sente dalla voce e dalle viscere di chi l'ha composto è tutta un'altra storia. Un po' come "Il mare d'invero" e come altri successi, questo brano, assume tutto un altro carattere con lo stile del proprio autore. In più, questa nuova versione, è impreziosita dalla leggera quanto incisiva presenza di Andrea Mirò e della sua voce che ben si accosta al timbro ruggeriano. Il testo ci parla della monotonia di una vita priva di personalità e di un quotidiano, anche di coppia, che perde la sua anima, il suo respiro più intimo, nel frastuono della routine e dei comportamenti meccanici quanto spesso inevitabili che la vita ci porta a compiere in una omologazione in cui ogni mattina siamo di scena con le tante maschere che incosciamente si è costretti ad indossare. In questa apatia mentale e comportamentale si perde la propria anima e con essi quei guizzi spontanei che sanno di rivoluzione e di libero pensiero negli anni della gioventù in cui, un po' tutti, inneggiamo a quel senso di individualità che si placa nella rassegnazione di una vita regolare e politicamente corretta. "...Anna che vola non c'è più..." è proprio uno dei versi che rappresenta questo aspetto così poeticamente e profondamente espresso da Ruggeri in questo brano forse sottovalutato dalla massa e che, invece, non smette di affascinare i fedelissimi dell'artista milanese. Il freddo, quindi, di un'anima che ha perso il suo calore, che ha perso l'unicità di quei segni lasciati dal vento nella propria singola esperienza di vita, un po' come rughe personali appiattite da una società conformista rappresentata come un pesante e inanimato ferro da stiro che lascia, della propria identità, una banale forma liscia priva, all'apparenza, di quelle imperfezioni che ci rendono unici. Un capolavoro, quindi, che conferma, semmai ce ne fosse bisogno, la grandezza di uno delle penne più preziose della nostra storia musicale come Enrico Ruggeri.        

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28 dicembre 2020 1 28 /12 /dicembre /2020 00:01

"Meraviglioso" è un brano del 1968 e portato al successo da  Domenico Modugno. Scritto per il testo da Riccardo Pazzaglia, il brano, come succede spesso, non venne capito sin da subito essendo addirittura scartato dalla commissione esaminatrice del Festival di Sanremo di quell'anno. Di quella guria faceva parte anche Renzo Arbore che ha ammesso di aver ostacolato l'ammissione del brano non ritenendolo a quei tempi adatto al Festival. Lo stesso Arbore poi, dichiarò anni dopo di essersi ricreduto e di annoverare "Meravoglioso" tra le sue canzoni preferite. Il 45 giri che conteneva anche "Non sia mai" e lo stesso album "Domenico Modugno" del 1968, quindi, passò inosservato fino a quando nel 1971 lo stesso Modugno reincise la canzone con un nuovo arrangiamento e fu successo. La storia raccontata nel brano ricorda una scena del celebre film "La vita è meravigliosa" di Frank Capra e vede un uomo su di un ponte pronto a togliersi la vita suicidandosi fino a quando "un angelo vestito da passante" gli fa notare la bellezza della vita e di ciò che lo circonda e dicendogli che "anche il tuo dolore potrà apparire poi meraviglioso...". La seconda versione del brano venne pubblicata anche nella raccolta "Tutto Modugno" del 1972. Il brano che da quel momento divenne un classico della musica italiana ha ottenuto riscontri positivi anche con il passare degli anni e, recentemente, ha ricevuto un nuovo slancio grazie alla cover eseguita dai  Negramaro guidati da Giuliano Sangiorgi nel 2008. Il gruppo salentino l'ha pubblicato nell'album "San Siro Live" in seguito proprio alla prima esecuzione dal vivo del pezzo nello stadio milanese. Messo sul mercato come singolo, "Meravoglioso" si piazza subito primo nella classifica FIMI, Federazione Industria Musicale Italiana, e raggiunge il nono posto tra i brani più venduti nel 2009. Tra le altre cose, la cover della giovane band, è stata inserita anche nella colonna sonora del film "Italians" di Giovanni Veronesi proprio del 2009. Il videoclip, invece, è stato girato dallo stesso Veronesi in bianco e nero nel quartiere EUR di Roma rendendo omaggio al film di Wim Wenders "Il cielo sopra Berlino" grazie a Carlo Verdone e Riccardo Scamarcio che, insieme, ai ragazzi del gruppo, interpretano degli angeli vestiti di nero che osservano la città dai tetti. Un brano, quindi, che ha fatto storia e che come molti successi della musica italiana non era stato capito al suo esordio ma per fortuna lo stesso Modugno ci ha creduto non facendo cadere nel dimenticatoio la canzone e dandole nuova luce con un arrangiamento diverso e, con il senno di poi, sicuramente più efficace. Ora passano gli anni ma la bellezza non muta e ciò avviene solo quando si parla di capolavori come questo prodotto di un autore originale e profondo come Pazzaglia e un interprete eccezionale come Modugno.

 

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27 dicembre 2020 7 27 /12 /dicembre /2020 00:01

"Alla fiera dell'est" è uno dei brani più noti di  Angelo Branduardi, cantautore e violinista milanese. La canzone pubblicata nell'omonimo album del 1976 è stata scritta dallo stesso interprete per ciò che riguarda la musica mentre il testo è ad opera della moglie dell'artista Luisa Zappa, consueta collaboratrice del repertorio di Branduardi. Di questo album, arrangiato da Maurizio Fabrizio, ne esiste una versione francese dal titolo "A la foire de l'est" ed una inglese chiamata "Highdown Fair" entrambe pubblicate nel 1978. Nel 1976, il disco, venne insignito del premio della critica discografica italiana ed ebbe un ottimo riscontro sul mercato. Infatti, "Alla fiera dell'est", inteso come album è stato uno dei lavori più venduti di Branduardi anche grazie al singolo ed alla sua propensione alla commercializzazione dovuta ad una semplicità diretta che gli ha permesso di entrare tra le canzoni più conosciute della musica italiana. Il brano, infatti, non è altro che una filastrocca e per ciò adatta anche ad un pubblico lontano culturalmente al consueto repertorio raffinato dell'artista meneghino. In realtà, "Alla fiera dell'est", è molto più di una canzoncina da bambini essendo un adattamento di un canto pasquale ebraico dal titolo "Had Gadyà" ed è stata utilizzata nella cover cantata dall'israeliano Shlomi Shabat in uno spot di una compagnia telefonica. In quanto a somiglianze, il brano, si avvicina particolamente ad una filastrocca inglese del 1797 dal titolo "The house that jack built". Per ciò che riguarda le cover, invece, ne è stata eseguita una nel 1999 dal gruppo italodance "Ethnics Beats". Nella sua lunga storia musicale, Branduardi, ha raggiunto vette altissime professionalmente ottenendo anche una onoreficenza al merito della Repubblica Italiana nel 2005. Dal punto di vista musicale, diversi sono stati i successi ma quasi sempre destinati ad una cerchia di pubblico molto particolare e sofisticata. Ma Branduardi non ha mai disdegnato esperienze più vicine al pubblico di massa tenendo comunque sempre presente la qualità e lo spessore dei progetti come la partecipazione alla celebre  "Samarcanda" di Roberto Vecchioni che poi ha ricambiato duetto con lui in "La donna della sera". Tra i parolieri con i quali Branduardi ha collaborato c'è anche Giorgio Faletti con il quale è tornato a lavorare di recente per l'inedito brano "Rataplan" che accompagna la pubblicazione della nuova raccolta di successi "Camminando camminando 2". Un artista originale, quindi, e sicuramente fuori dal comune che grazie ad una filastrocca si è fatto conoscere dal grande pubblico e grazie solo al suo talento ed alla sua classe continua ad essere un apprezzato ed amato menestrello dei giorni nostri.

 

 

 


 

 

Altro su:

Angelo Branduardi

Giorgio Faletti

Roberto Vecchioni

 

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26 dicembre 2020 6 26 /12 /dicembre /2020 00:01

E' il 2005 quando  Peppino Di Capri, Giuseppe Faiella all'anagrafe, si presenta al 55° Festival di Sanremo con "La panchina", tenero brano rivolto agli anziani ed alla loro solitudine fatta di ricordi del passato. Il brano è scritto a sei mani, infatti, con lo stesso artista partenopeo collaborano Depsa, nome d'arte di Salvatore De Pasquale e Cristian Piccinelli. Peppino oltre alla tecnica mette a servizio della canzone una interpretazione intensa e, come sempre, elegante che rendono questo pezzo un piccolo gioiello. Al Festival, "La panchina", approderà alla finale della propria categoria in una edizione che vedeva divisi i partecipanti in quattro gruppi "Uomini", "Donne", "Gruppi" e "Classic". Il brano poi sarà inserito nell'album "Amore.it" sempre del 2005. Il testo parla di questo uomo anziano che si addormenta su di una panchina ed inizia a vagare con la fantasia tornando indietro con gli anni ed arrivando a ripercorrere la sua vita. L'uomo, quindi, si rivede bambino mentre gioca con il suo aquilone e poi torna ai tempi del suo primo amore, quando su quella stessa panchina ammirava il cielo stellato con la sua compagna. Questo volo di fantasia rappresenta anche l'ultimo evento della vita di questo uomo che raggiunge il cielo insieme a tante altre panchine con sopra gente senza più età. La canzone si conclude con lo strano ritrovamento di una stella tra le mani dell'uomo ormai defunto sulla panchina. Una immagine poetica che rappresenta tutta la delicatezza e la dolcezza con la quale Peppino Di Capri ha trattato questo tema non facile e dai risvolti drammatici. Un pezzo di rara bellezza che non ha avuto la fortuna che meritava ma che resterà una ennesima perla nella discografia di un grande chansonnier come Peppino Di Capri.

 

 

 


 

Altro su:

Peppino Di Capri

Sanremo Story

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25 dicembre 2020 5 25 /12 /dicembre /2020 00:01

"Bella senz'anima" è uno dei brani più noti di  Riccardo Cocciante ed è stato anche il primo grande successo del cantautore nato a Saigon, in Vietnam da padre italiano e madre francese, porta infatti Vincent come secondo nome. Trasferitosi a Roma, dopo gli studi, inizia ad esibirsi nei locali della capitale con il gruppo de I Nations incidendo il primo disco, passato inosservato, con lo pseudonimo di Riccardo Conte nel 1968. Nonostante la doppia identità italo-francese che mantiene, in Francia infatti è noto come Richard Cocciante, il suo repertorio d'esordio è composto interamente in lingua inglese. Dopo altre esperienze minori, l'artista, incontra nel 1972 gli autori che gli cambieranno la vita e che lo introdurranno nel mondo della musica italiana e cioè Marco Luberti e Amerigo Paolo Cassella. Un anno dopo pubblica "Poesia" dove si inizia a deliniare il Cocciante che tutti conosciamo. Ma il vero successo, come detto, arriva nel 1974 con "Bella senz'anima" contenuta nel disco "Anima" arrangiato da Ennio Morricone e Franco Pisano. Scritta da Luberti e Cassella in collaborazione con lo stesso Cocciante, la canzone, rimarca quello stile che sarà marchio di fabbrica dell'artista vietnamita e che gli permetterà di scalare classifiche e di ottenere soddisfazioni professionali in tutto il mondo. Il testo parla della presa di coscienza di uomo che riesce a dedurre senza mezze misure la vera natura della sua compagna e glielo comunica in un rabbioso e sentito monologo. Il protagonista, quindi, si accorge della pochezza morale di quella donna con la quale ha condiviso una parentesi della vita anonima, senza alcun tipo di emozione o di sentimento ma, solo un rapporto interessato e mantenuto per convenienza. Ammaliante ed affascinante, la bella della canzone, ha adescato il protagonista con la sua bellezza e lo ha amato con una finta ed illusoria passione che celava i reali sentimenti a quali la donna non si era mai, in realtà, davvero concessa. Il protagonista, quindi, si dice pronto a chiudere la relazione ed a lasciare il proprio posto alla prossima vittima che la donna saprà far cadere nella propria lussuriosa trappola. Un grande successo, quindi, che contraddistingue la prima fase della carriera di Cocciante e che lo lancia tra i grandi nomi della nostra musica. Inoltre in questo disco ci sono anche altre canzoni che hanno contribuito alla consacrazione dell'artista sempre firmate dallo stesso gruppo autoriale come, ad esempio, "Quando finisce un amore" o "Qui", presentata al Festival di Sanremo proprio nel 1974 da Rossella Canaccini, in arte Rossella. In seguito Cocciante collezionerà successi su successi fino a diventare un mostro sacro della musica sia in Italia che in Francia.

 

 

 


 

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Riccardo Cocciante

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24 dicembre 2020 4 24 /12 /dicembre /2020 00:01

"Luce (tramonti a nord est)" è il primo grande successo in italiano di Elisa Toffoli, in arte Elisa. La cantautrice triestina, infatti, prima dell'esposione in quanto a popolarità dovuta a questa canzone, scriveva e cantava solo in lingua inglese. Per la verità, anche "Luce" venne inizialmente scritta in inglese col titolo "Come speak to me" ovvero "Vieni a parlarmi" per poi essere tradotta con la collaborazione di Zucchero Fornaciari in italiano per essere presentata al Festival di Sanremo del 2001. Alla manifestazione canora Elisa vince il primo posto e la canzone viene giudicate tra le migliori degli anni 2000 da diversi sondaggi di organi del settore musicale. Il singolo si aggiudica il disco d'oro vendendo oltre 30 mila copie e rimanendo prima in classifica nelle vendite per 4 settimane. Il brano venne inserito nell'album "Asile's World" e, successivamente, nella raccolta "Soundtrack '96-'06" del 2006 e in "Caterpillar" del 2007 oltre che in versione acustica in "Lotus" del 2003. Visto il successo, ovviamente, la canzone venne prodotta anche all'estero e venne pubblicata oltre che in inglese anche in spagnolo con il titolo "Hablame" cioè "Parlami". In tal modo "Luce" rientra in breve tempo nelle classifiche di mezza Europa. Grazie a questo brano Elisa vince anche due premi "PIM" come miglior singolo e canzone dell'anno e come miglior artista femminile del 2001. Il brano venne ripreso anche dallo scrittore Niccolò Ammaniti per il suo romanzo "Come Dio comanda" e figura anche nella trasposizione cinematografica ad opera di Gabriele Salvatores. Il videoclip della canzone, invece, è stato diretto da Luca Guadagnino e vede la partecipazione in qualità di attore di Giorgio Pasotti. Il brano, che ha dato grande popolarità a questa artista già conosciuta in un ambito ristretto, esprime il bisogno di sincerità e di coesione in un rapporto interpersonale basato sul confronto e sulla parola. Per spiegare il senso di questo rapporto Elisa sceglie la metafora della natura e, quindi, delle unioni libere ma basate sul rispetto e sulla fiducia come il vento tra gli alberi, come il cielo e la sua luce, appunto, con la terra. La protagonista, quindi, si lascia trasportare dalle emozioni senza trattanerle e senza fingere lasciandosi avvolgere dal sincero respiro del suo partner ed aspettando gli avvenimenti dei giorni insieme, raccolti in un solo corpo e condividendo sentimenti ed emozioni: "Siamo nella stessa lascrima...". Un testo bello e profondo che ha lanciato definitivamente una grande artista nella musica che conta.  

 

 

 


 

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Sanremo Story

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23 dicembre 2020 3 23 /12 /dicembre /2020 00:01

"Mio fratello" è il terzo singolo lanciato da Biagio Antonacci del suo ultimo album "Dediche e manie" del 2017. In questo testo, che trova il cantautore particolarmente ispirato, si tratta il tema del rapporto, non sempre facile, tra fratelli. In particolare, si parla di due fratelli poco uniti che tendono ad allontanarsi alimentando dissapori legati a più o meno significativi screzi passati e accentuando il dolore dei genitori. Nel brano, quindi, si invoca al perdono, alla salvezza del rapporto e alla quiete familiare su di una sonorità di grande trasporto e con un testo davvero molto curato impreziosito, nella parte finale, dalla partecipazione del cantante siciliano Mario Incudine che ricalca il messaggio con alcune strofe in dialetto siculo. Non si tratta, però, di un brano autobiografico avendo, Antonacci, un ottimo rapporto con il fratello Graziano con il quale collabora anche in ambito lavorativo. L'artista, quindi, conoscendo le dinamiche di un rapporto non sempre facile tra fratelli mette nero su bianco un testo che resterà sicuramente tra i suoi pezzi migliori. Nonostante la lunga carriera e tanti successi collezionati negli anni sia per ciò che riguarda la sua discografia e sia per altri artisti per il quale ha composto diversi brani, Biagio, ha sempre strizzato l'occhio anche all'aspetto commerciale del suo lavoro creando un pop molto incline alle attese della massa e alla diffusione mediatica perdendo, talvolta, in qualità ed originalità. Il suo valore indiscutibile di autore, però, è venuto fuori molte volte durante la sua carriera lasciando, di tanto in tanto, brani di uno spessore differente che vanno di diritto nella storia della sua carriera e della nostra musica. "Mio fratello" è sicuramente uno di queste: una nuova perla che brilla di luce propria e che resterà un punto saldo della sua discografia migliore. Tra l'altro, questo brano, pare fosse destinato ad Adriano Celentano ma, poi, l'artista ha preferito tenerlo per sé. Altro punto a favore di quest'opera è il videoclip, definito da Antonacci un vero e proprio cortometraggio, che vede la partecipazione di due fratelli d'eccezione: Rosario e Beppe Fiorello oltre al regista, Gabriele Muccino, chiamato in causa proprio da Beppe Fiorello. Un gran bel pezzo, quindi, che conferma la valenza di un'artista che si rinnova e che riesce, talvolta, a coniugare al meglio la qualità e l'immediatezza ottenendo, e non è cosa da poco, la soddisfazione e il riscontro di critica, media, massa e palati fini.       

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22 dicembre 2020 2 22 /12 /dicembre /2020 00:01

"Silvia lo sai" è un brano di Luca Carboni del 1987 ed inserito nell'album "Luca Carboni", terzo lavoro discografico del cantautore bolognese. La canzone, insieme a "Farfallina", consetirà all'artista di ottenere un successo che lo porterà ad affermarsi definitivamente tra i grandi della musica italiana alla fine degli anni '80 e gli inizi dei '90. "Silvia lo sai" rimane ancora oggi tra i brani più rappresentativi delle caratteristiche autoriali di Carboni che riesce a mescolare aree malinconiche con forti spunti di riflessione e messaggi trasversali. Infatti, pur avendo come tema centrale la tossicodipendenza, "Silvia lo sai", riesce a toccare diversi aspetti sull'adolescenza dell'epoca. Si fa riferimento, ad esempio, al rapporto con la religione e con la scuola che i giovani avevano in quegli anni in cui i metodi ed i rapporti tra ragazzi ed insegnati non andavano oltre l'obbligo professionale risultando freddi ed umanamente distaccati. Nascono così i versi "Un Dio cattivo e noioso, preso andando a dottrina..." oppure "...i professori non chiedevano mai se eravamo felici...". Parole che rendeno bene l'idea dell'intensità e della capacità autoriale proposta da un figlio della grande scuola del cantautorato italiano. Ovviamente il tema centrale rimane la droga e questo rapporto amoroso iniziato in tenera età ma mai decollato a causa della tossicodipendenza di Luca. La canzone non è stata presentata come autobiografica anche se il ragazzo vittima della droga porta lo stesso nome del cantautore. Nel brano, il protagonista incontra dopo diversi anni la sua ex compagna di scuola Silvia e la informa che Luca, suo fidanzatino all'epoca, non ha ancora smesso di drogarsi e che le sue condizioni di salute sono diventate sempre più critiche. Nel finale il ragazzo incontra lo stesso Luca che tremando prova a dileguarsi dal dialogo amichevole e non riuscendo nemmeno a parlare comunica solo attraverso uno sguardo ormai spento. Il protagonista si chiede, quindi, dispiaciuto "...e desso come facciamo, non dovevamo andare lontano?" riferendosi evidentemente ad alcuni progetti fatti tra i banchi di scuola per il loro futuro. Un pezzo intenso e profondo entrato di diritto nella storia della nostra musica e che riesce sempre ad emozionare ogni volta che lo si ascolta. Il singolo ha raggiunto le 700 mila copie vendute e due anni dopo è stato pubblicato anche sul mercato tedesco ed in quello spagnolo con il titolo "Silvia lo sabe". Tra i musicisti che hanno collaborato per l'intero album era presente anche Gaetano Curreri, leader degli "Stadio" ed altro grande professionista della nostra musica.

 

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