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"Ogni giorno racconto la favola mia,

la racconto ogni giorno, chiunque tu sia

e mi vesto di sogno per darti se vuoi,

l'illusione di un bimbo che gioca agli eroi..."

 

Renato Zero- La favola mia

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27 agosto 2021 5 27 /08 /agosto /2021 23:01

"Beato te" è una chicca della discografia di Marco Masini e cioè uno di quel brani che non hanno avuto una gran fortuna commerciale ma che rappresentano al meglio la qualità, il pensiero ed il modo di fare musica dell'artista in questione. Il "successo" di un brano è legato a tantissimi fattori e sono tante le perle di molti artisti che vengono trascurate per diverse ragioni estranee all'entità artistica del prodotto. L'attenzione mediatica e la promozione sono spesso aspetti determinanti e, quindi, interessi aziendali della discografia o delle emittenti radio-televisive ma anche situazioni legate al mercato musicale o ad interessi personali. Nel caso di "Beato te", il brano è inciso nell'album "L'Italia... e altre storie" del 2009 e, nonostante Masini abbia già superato il suo periodo nero dal punto di vista mediatico, l'artista vive una fase transitiva della sua carriera visto che dopo i successi degli anni '90 e le problematiche nate per ragioni non artistiche tra fine anni '90 e primi anni del 2000, Masini cerca nuove strade seppur non abbandonando, almeno per questa fase, una penna a lui molto cara e fortemente legata ai suoi primi grandi passi discografici e cioè quella di Giuseppe Dati che è autore del brano insieme a Marco come dell'intero disco ad eccezione di "Gli anni che non hai" che porta il testo di Giorgio Faletti. In "Beato te" Masini resta affascinato dall'entusiasmo mostrato giustamente da un quindicenne verso il mondo e verso il proprio futuro. Masini vede, da persona matura, come quel mondo definito "giocattolo" non sia più per lui poiché già deluso dagli anni e dalle esperienze vissute. La spontanea ingenuità del ragazzino nel credere nelle persone, nei sentimenti, in un futuro meritocratico e giusto sorprende e spaventa allo stesso tempo il protagonista che non vorrebbe mai veder spezzata quella illusione e, quindi, quella luce di speranza nei suoi occhi. L'uomo, però, sa bene che crescendo, il ragazzo, si renderà conto della difficoltà della vita e della falsità del mondo e, inevitabilmente, perderà quella fiducia e quell'animo da sognatore che è frutto naturale della sua età. L'autore, quindi, disegna una immagine affascinante e drammatica allo stesso tempo che riporta un po' al Masini anni '90, quell'artista voce e manifesto di una generazione che ha saputo raccontare la realtà senza troppi giri di parole ma con tanta cruda verità in forma di poesia. Forse è racchiuso proprio in ciò la forza di questa canzone che come "Lontano dai tuoi angeli", altro magnifico pezzo contenuto in questo album, rappresenta, anche se in modo più pacato, un legame ancora evidente con il primo Masini tra tanti esperimenti e variazioni stilistiche e di linguaggio in cui il suo marchio graffiante è andato un po' perdendosi comparendo, solo sporadicamente, negli ultimi lavori e questo è dovuto soprattutto alle esigenze del mercato discografico e del mondo dei media a cui Masini, come tanti, si è dovuto in parte adeguare per far sentire ancora la sua voce e non essere nuovamente e forse definitivamente oscurato da una industria musicale che sta pagando con l'attuale crisi autoriale e qualitativa tutti i suoi errori senza pensare che l'unica vera arma per vincere la crisi culturale, sociale e, quindi, economica è la qualità e bisogna puntare su artisti capaci di smuovere il pensiero dando loro carta bianca senza alcun paletto garantendo promozione e diffusione anche di prodotti meno commerciali mettendo, invece, al bando prodotti "usa e getta" che fanno il male della musica, degli artisti e dell'utenza musicale italiana.

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26 agosto 2021 4 26 /08 /agosto /2021 23:01

"Tac" è uno dei tanti successi di Franco Califano ma è anche una confessione del suo modo di vivere il rapporto di coppia. Il brano inciso nell'ambum "Tac...!" del 1977 e scritto dallo stesso cantautore romano d'adozione parla del bisogno del protagonista di scappare dalla routine di una normale relazione sentimentale e della necessità dello stesso di ritagliarsi dei momenti di libertà in cui poter cambiare compagnia scacciando quelle ansie che nascono, in fondo, dalla sua insicurezza. Infatti, proprio quando riesce ad ottenere questa sorta di tregua, l'uomo, sente forte la sua mancanza e gli torna prepotente la voglia di riaverla accanto. La sua assenza tra le mura domestiche, quindi, diventa insopportabile e terribilmente pesante per un uomo che ammette di essere "fatto male" per questo tipo di rapporti per colpa di una smania che non gli fa vivere serenamente un quotidiano comune come, invece, vorrebbe la donna definita "perfetta". Questa immotivata insoddifazione dunque lo porta a continui smarrimenti e contrasti in cerca di una ipotetica tranquillità che in realtà ritrova solo avendo quella donna al suo fianco. Di questo però, come detto, ne prende coscenza solo quando si ritrova da solo e nota che le sue preoccupazioni aumentano portandolo in uno stato di agitazione e di rammarico deprimente e svelando, in qualche modo, l'essenza del vero amore e, al tempo stesso, la sua scarsa propensione nel riconoscerlo e nel proteggerlo. La storia scritta e raccontata da Califano con la solita vena poetica e malinconica ed espressa in una interpretazione come sempre affascinante non è altro che una libera confessione del proprio modo complicato di vivere delle storie serie. Il brano, infatti, si può definire autobiografico da un certo punto di vista poichè lo stesso cantautore ha avuto nella sua vita un rapporto difficile con l'amore a lungo termine preferendo, forse proprio per la stessa insicurezza del protagonista di "Tac", tante avventure passionali privi di reali legami sentimentali. La sua proverbiale nomea, quindi, di "sciupafemmine" rivela sia una profonda conoscenza del mondo femminile e sentimentale come ben descrive nelle sue opere ma anche la debolezza, espressa tra l'altro dalla sua vena malinconica, di non riuscire a mantenere a lungo un rapporto di coppia anche se supportato da un reale sentimento da entrambe le parti. Una pecca, quindi, che forse non gli ha permesso di avere una sua famiglia che tanto desiderava soprattutto negli ultimi anni della sua vita ma che, nel contempo, gli ha consentito di esplorare a fondo l'universo rosa regalando a tutti noi un repertorio di poesie in musica che rappresenta un vero trattato sulle donne e sull'amore costruito sulle esperienze di un grande amatore ma, soprattutto, di un sensibilissimo artista dall'animo tormentato di cui si sente sempre di più la mancanza in un universo musicale italiano spesso freddo e banale. "Ma tac... io mi accorgo che ci sei, proprio quando non ci sei ed allora ti vorrei.../...Ma tac... imporvvisamente c'è come un vuoto intorno a me, chiuso in casa aspetto te!": versi chiave del brano che sembrano proprio adatti alla situazione soprattutto per chi, si accorge della grandezza di questo artista solo ora che non c'è più o come i media che lo hanno solo sfruttato e deriso prima con storie si malavita e  poi, nell'ultima fase della sua vita, facendo leva su quella etichetta da "amatore" che Califano, come abbiamo visto utilizzava per nascondere le sue debolezze, e non esaltando, invece, la sua vera arte autoriale profusa in tanti anni di gloriosa carriera. Oggi tutto questo pare dimenticato ed è un vero peccato soprattutto per le nuove generazioni a cui non viene data la possibilità di lasciarsi affascinare da questo immenso, quanto umile, poeta popolare.          

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25 agosto 2021 3 25 /08 /agosto /2021 23:01

"Il poeta" è una delle canzoni più e rappresentative di Bruno Lauzi. Appartenente alla grande scuola genovese del cantautorato italiano, Lauzi, è stato autore eccellente per diversi artisti oltre ad ottenere numerosi successi anche dal punto di vista di interprete grazie al suo stile da chansonnier francese misto alla drammaturgia melodica italiana. Inoltre, il suo timbro vibrato, enfatizzava particolarmente brani intimisti come il suddetto pur non disdegnando, nella sua natura ironica e sarcastica, anche brani più leggeri e, allo stesso tempo, acuti. La sua penna e la sua intelligenza, infatti, erano le sue doti migliori e la simpatia faceva da traino per la sua arte. "Il poeta" fu incisa dallo stesso Lauzi nel 1963 in un 45 giri iniseme a "Vecchio paese", "Menica menica" e "La banda" per poi essere incisa da Gino Paoli nel 1965, da Mina nel 1969 e da Marcella Bella nel 1972. Il testo parla di uomo perdutamente innamorato di una donna che non riuscendo ad accettare la sua lontananza si toglie la vita. Il protagonista, infatti, viene descritto in diverse situazioni di vita quotidiana dove appare distratto e confuso dall'unico pensiero che lo accompagna perennemente: l'amore per quella donna. Dopo il gesto estremo, tutti lo ricordano come un poeta, quello che sapeva parlare d'amore e che ora non potrà più parlare alla sua amata. Nel 1967, dopo il suicidio di Luigi Tenco a Sanremo, di cui Lauzi era amico, si scrisse che "Il poeta" fosse dedicata a lui ma Lauzi smentì la cosa per il fatto che il brano era stato scritto molti anni prima ed aggiunse di non aver apprezzato la celebrazione postuma fatta da Fabrizio De André con "Preghiera in gennaio" poichè appariva quasi come una apologia del gesto estremo dell'artista. Probabilmente, invece, il testo di Lauzi trae ispirazione dai romanzi di Piero Chiara. In ogni caso, "Il poeta", resta un manifesto di quella scuola genovese ed è da molti indicata come l'espressione massima di quella corrente musicale oltre ad essere uno dei capolavori più riusciti di Bruno Lauzi. Una vera perla che anche lo stesso Lauzi includeva tra le canzoni preferite del suo repertorio ed è davvero difficile dargli torto.

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24 agosto 2021 2 24 /08 /agosto /2021 23:01

"Grande figlio di puttana" è il primo fortunato brano della band degli Stadio. Incisa nel loro primo 45 giri insieme a "Chi te l'ha detto?" nel 1981, la canzone venne poi inserita nel primo vero album del gruppo "Stadio" nel 1982 anche se, lo stesso disco, era già pronto due anni prima. Entrambi i brani presenti nel 45 giri ebbero subito un successo incredibile grazie alla loro presenza nella colonna sonora del celebre film "Borotalco" di Carlo Verdone del 1982. "Grande figlio di puttana" può sembrare un biglietto da visita azzardato per un gruppo che si affaccia nel mondo discografico ma, gli Stadio, guidati oggi come allora da Gaetano Curreri, avevano già un nome tra gli addetti ai lavori ed erano già professionalmente formati ben prima del lancio del disco. Ad accompagnare Curreri in quell'inizio di storia che gli Stadio scriveranno fino ai giorni nostri c'erano Fabio Liberatori, che lascerà il gruppo nel 1985, Marco Nanni, che ne farà parte fino al 1989, Giovanni Pezzoli, ancora presente nella formazione attuale e Ricky Portera, grande chitarrista italiano a cui il suddetto brano è ironicamente dedicato da Lucio Dalla, autore del testo insieme a Gianfranco Balduzzi mentre la musica è della coppia Curreri-Pezzoli. Proprio Lucio Dalla è colui che crederà in questo gruppo prima lasciandosi accompagnare sul palco per anni nei suoi concerti e poi dando origine al loro debutto artistico in qualità di autore, musicista d'eccezione in diverse occasioni, collaboratore palese ed occulto e grande sponsor verso il gota del mondo discografico italiano. La spinta di Lucio Dalla, però, servirà solo inizialmente poichè ben presto Curreri e company misero d'accordo tutti con le loro qualità strumentali, autoriali ed interpretative. Gli Stadio, come annuncia il titolo del loro primo successo, seguono la strada del Maestro Dalla e portano innovazione, coraggio, sperimentazione, ironia e, soprattutto, grande amore e rispetto verso la tradizione cantautorale italiana accostando alle nuove sonorità espresse da eccelsi musicisti una attenzione particolare ai testi e alle parole. In questo gruppo di scuola bolognese vede l'alba del successo anche un allora sconosciuto e giovane cantautore di nome Luca Carboni che, proprio in questo primo album degli Stadio, esordirà come autore del brano "Navigando controvento" sempre al fianco di Lucio Dalla. Come detto, "Grande figlio di puttana" è un ironico e scanzonato omaggio a Ricky Portera e ciò si evince soprattutto dalla parte di finale del brano dove vi è il verso conclusivo: "...Guarda come suona la chitarra quel gran figlio di puttana.". Tra l'altro, nelle esibizioni live, al momento del suddetto verso, tutti i componenti del gruppo indicavano con ilarità proprio Portera. La cosa, ovviamente, era in tono scherzoso tanto è vero che proprio Portera, in questo brano, era protagonista di un bellissimo assolo di chitarra oltre ad essere voce aggiuntiva insieme al leader Curreri. La canzone, infatti, oltre il titolo che può sembrare forte se privato del testo non ha nulla di offensivo ma è solo un modo per rappresentare in maniera confidenziale un caro vecchio e fedele amico dal carattere un po' naif. Un brano, quindi, che rende subito un marchio chiaro ed unico, nel panorama italiano di allora, ad un gruppo che segnerà la storia della nostra musica pur non avendo mai un vero e proprio sostegno mediatico. In questo caso, infatti, il successo ed i tanti anni di carriera sono frutto solo del talento e della qualità. Gaetano Curreri, cuore, testa e anima di questo gruppo, è diventato infatti una delle firme più prestigiose della nostra musica collezionando, sia per il suo gruppo che per tanti altri artisti, successi su successi che hanno arricchito non poco il nostro grande patrimonio discografico. "Grande figlio di puttana", poi è stata oggetto di rivisitazioni, performance live anche con lo stesso Dalla fino ad una versione rap realizzata da J-Ax nel 2003 per l'album "Storie e geografie" ed intitolata "Un altro grande figlio di puttana". Un successo, quindi, che ha segnato un'epoca e che ancora oggi resta una delle più autentiche rappresentazioni dello spirito artistico di un gruppo di grandi professionisti della nostra musica come gli Stadio.     

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23 agosto 2021 1 23 /08 /agosto /2021 23:01

"Se balla da sola" è uno dei tanti successi confezionati dai Pooh in quasi cinquant'anni di buona musica. Inciso nel 1999 nell'album "Un posto felice", il brano divenne subito una hit di quell'anno ed è rimasto, ancora oggi, tra i brani più quotati del vastissimo repertorio della storica band. Scritta per il testo da Roby Facchinetti e per le musiche da Valerio Negrini, la canzone viene interpreta dagli, allora, quattro componenti in maniera alternata. Infatti, a differenza della maggior parte dei gruppi musicali, i Pooh non hanno una sola voce ma in tutta la loro carriera hanno sempre scelto l'interprete più adatto a seconda del brano. Sebbene la prima voce sia quella più nota di Roby Facchinetti anche Dodi Battaglia, Red Canzian e Stefano D'Orazio hanno delle ottime capacità vocali ed interpretative che hanno consentito al gruppo di proporre diverse anime musicali e di rinnovarsi continuamente. La longevità dei Pooh risiede anche in questi aspetti ma soprattutto nella qualità offerta dai propri testi, anch'essi aperti a tutti i componenti e con l'apporto fondamentale del "quinto Pooh" Valerio Negrini, recentemente scomparso. "Se balla da sola" offre una musicalità coinvolgente e leggera ma è dotata di un testo tutt'altro che banale. L'autore, infatti, concede diversi spunti di riflessione sul rapporto di coppia e sui tempi e sulla libertà che ogni uomo deve concedere, con fiducia, alla propria donna senza lasciarsi prendere da una infondata gelosia o da chi sa quale altra paranoia. La donna, come l'uomo, ha bisogno dei suoi spazi e non sempre ciò significa che è stanca del proprio uomo. Comportamenti che possono risultare strani, situazioni mai vissute prima, nuove esigenze, sono tutti aspetti che in un percorso di vita sono naturali e fisiologici ma il partner potrebbe non ricevere tali messaggi cifrati in maniera corretta. Ecco che i Pooh, quindi, invitano alla tranquillità dell'animo, alla fiducia più totale, a saper aspettare i tempi giusti senza gettarsi in conclusioni affrettate che potrebbero destabilizzare per sempre un rapporto. Magari, la donna prende quel tempo per essere certa di non sbagliare nei confronti del partner o magari per ritrovare una atmosfera perduta in quel rapporto. In ogni caso, dunque, è essenziale dare fiducia alla propria donna e, di tanto in tanto, lascare che sia lei a prendere la guida della vita di coppia. Un bel testo, quindi, originale e profondo che, accompagato dal sound tipico dei Pooh, ha fatto di questo brano un vero successo senza fine. Del brano, inoltre, ne è stato fatto un videoclip ufficiale diretto da Luca Lucini.         

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22 agosto 2021 7 22 /08 /agosto /2021 23:01

"Sulle labbra e nel pensiero" è un brano inciso da Riccardo Cocciante nell'album "Songs" del 2005 e scritto con Pasquale Panella, storico autore di tante perle della musica italiana e noto, soprattutto, per la sua originalità che rende spesso criptici e affascinanti i suoi testi. In questo caso, invece, la stesura del testo, seppur di grandissima presa emozionale e significativa usa un linguaggio in gran parte di facile lettura basandosi sull'immagine centrale del brano ovvero la capacità di trasmissione dei sentimenti aldilà della parole tra due amanti. Vi sono anche, e non poteva essere altrimenti, delle metafore come sempre affascianti e suggestive che marcano la presenza di una penna mai banale come quella di Panella nell'elaborazione del testo. La musica è opera di Cocciante che, poi, rende sublime l'insieme con la sua grande capacità interpretativa ed emozionale in cui anche il testo più leggero, e non è questo il caso, può diventare un inesorabile viatico di altissime sensazioni. In questo testo è evidenziato il feeling che si può instaurare in un rapporto di coppia dove il solo pensiero può avere la stessa capacità di lettura della parola. Gli sguardi, i movimenti, le espressioni sono quindi comparate al proferire verbo innalzando la percezione tra i due partner di ogni minima volontà o desiderio. L'atmosfera regalata dal brano grazie alla, come sempre, totale immersione emozionale resa da Cocciante nei meandri dei suoi versi concede, quindi, allo stesso quel valore aggiuto che ci fa parlare a pieno titolo di capolavoro. L'album, tra l'altro, che vede la presenza di diversi autori tra cui anche Enrico Ruggeri, è stato un successo in tutta Europa grazie anche al fatto che, in virtù della sua popolarità internazionale, Cocciante, ha proposto in questo disco brani in ben quattro lingue diverse omaggiando un po' tutte le comunità linguistiche che da sempre lo seguono con grande affetto.    

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21 agosto 2021 6 21 /08 /agosto /2021 23:01

E' il 1982 e dopo tre album passati un po' in sordina Fabio Piccaluga, in arte Fabio Concato utilizzando il cognome della nonna paterna già reso celebre nell'ambito musicale dal padre Luigi "Gigi" Concato, pubblica "Fabio Concato" ed ottiene finalmente il meritato riscontro grazie proprio a "Domenica bestiale", brano che entrerà a far parte della storia della musica italiana e della nostra tradizione popolare. L'inno alla domenica composto da Concato partecipa al Festivalbar di quell'anno ed ottiene un successo popolare incredibile concedendo all'artista una prima grande soddisfazione nel mondo discografico. Solo due anni dopo, poi, con un altro album intitolato sempre "Fabio Concato" vi sarà la definitiva consacrazione con tanti altri brani di qualità che ne consolideranno uno stile ed una capacità autoriale e che gli permetteranno di continuare a regalare emozioni con tante altri capolavori. Lo spavento, quindi, di essere ricordato come la "meteora" di "Domenica bestiale" passa subito e questo, come diversi brani del disco del 1984 entreranno a far parte del meglio della sua discografia che ancora oggi sono apprezzate ed amate dal pubblico. "Domenica bestiale", tra l'altro, fa parte anche della colonna sonora del film cult "Vado a vivere da solo" di Jerry Calà del 1982 diretto da Marco Risi. La raffinatezza di Concato, la sua pacata e soave cifra stilistica oltre alla sua sensibilità autoriale hanno reso Concato uno degli esponenti più eleganti e particolari del panorama italiano dagli anni '80 ad oggi. Anche ai nostri giorni, infatti, l'artista milanese non ha mai perso quelle sue caratteristiche vocali ed interpretative che lo rendono unico e che ne hanno fatto la sua fortuna in un contesto musicale in cui si assomigliano un po' tutti cercando di emulazioni che lasciano il tempo che trovano. Con Concato, invece, anche tra mille anni, quando si ascolterà una sua canzone non sarà mai possibile confondersi con altre voci: quella avvolgente delicatezza riporterà subito ad un solo nome, Fabio Concato.     

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20 agosto 2021 5 20 /08 /agosto /2021 23:01

"Non me lo so spiegare" è uno dei brani più noti di Tiziano Ferro ed anche quello che, probabilmente, lo ha consacrato come artista sia a livello nazionale che internazionale. Pubblicato nel suo secondo album del 2003 "111", numero che rappresenta il peso raggiunto da Ferro nell'adolescenza, il brano era già pronto all'uscita del suo primo disco ma, la sua casa discografica lo preservò in caso di flop del primo album. Se le cose, infatti, fossero andate male con "Rosso relativo", "Non me lo so spiegare" sarebbe stato il brano con il quale Tiziano Ferro si sarebbe presentato in gara al Festival di Sanremo. Ma alla kermesse canora, Tiziano, non prenderà mia parte se non come ospite fino ad ora vista la buona risposta del pubblico fin dal debutto. "111", però, offre a Ferro la possibilità di espandere il proprio raggio d'azione: consacrato in Italia, infatti, il disco viene tradotto e diffuso in tutta l'America Latina dove ancora oggi è uno degli artisti italiani più quotati. L'album vende oltre un milione di copie in tutto il mondo e, in particolare, "Non me lo so spiegare" diventa uno dei cavalli di battaglia del suo repertorio. Tradotto in "Non me lo puedo explicar", il brano conquista il Brasile, il Messico e tutto il Sud America oltre ad assumere un ulteriore forza dopo la cover dello stesso brano realizzato in duetto con Laura Pausini nel 2006. Il testo parla di un amore finito e del protagonista che non riesce a darsi pace della cosa avendo ancora chiari i ricordi di quella storia importante. Tutto riporta a lei e l'uomo non sa darsi una spiegazione di come tutto ciò possa essere finito. Il tutto, inoltre, viene trattato con il consueto stile criptico di Ferro che è poi la caratteristica predominante del suo modo di scrivere. Una originalità che lo differenzia dagli altri cantautori italiani attuali e che gli è valsa, probabilmente, quella fortuna commerciale che da sempre lo accompagna nel suo percorso. Nonostante, quindi, alti e bassi dal punto di vista testuale delle sue proposte, Ferro, è meritatamente premiato per il suo coraggio nel trovare una propria strada rinunciando, preventivamente, ad una piatta omologazione che lascia, in qualunque campo, il tempo che trova.   

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19 agosto 2021 4 19 /08 /agosto /2021 23:01

E' il 1999 quando Lorenzo Cherubini, in arte  Jovanotti, Luciano Ligabue e  Piero Pelù, che era in procinto di lasciare i Litfiba per procedere da solista fino 2009 anno della riunione, decidono di legarsi in un progetto contro le guerre nel mondo scrivendo e cantando un brano i cui proventi commerciali saranno devoluti interamente all'associazione Emercency che li utilizzerà per progetti umanitari in Afghanistan, Cambogia, Sierra Leone e nell'ex Jugoslavia. Proprio la guerra nell'ex Jugoslavia e l'intervento militare in Kosovo hanno scaturito nei tre artisti la voglia di gridare al mondo la loro posizione contro l'azione distruttrice delle guerre. Il titolo del brano è "Il mio nome è mai più" e, per l'occasione, i tre cantautori si fondono anche nel nome firmando questo singolo con la sigla LigaJovaPelù. Una curiosità legata alla realizzazione del brano è la registrazione che vede Jovanotti e Ligabue cantarla in duetto allo "Zoo Studio" di Correggio mentre Pelù registra la sua parte separatamente a Firenze e la sua partecipazione verrà aggiunta e sovrapposta nell'incisione definitiva in fase di montaggio. All'uscita del singolo pubblico e critica si dividono tra chi apprezza l'iniziativa e chi invece giudica l'operazione retorica e antiamericana sia nel brano che nel video girato per l'occasione da Gabriele Salvatores. Malgrado le polemiche il brano pacifista risulterà positivamente sul mercato e sarà il singolo più venduto di quell'anno. Insieme al cd, che contiene anche una versione strumentale, nella confezione c'è anche una mappa che mostra i punti del mondo colpiti da guerre in quel periodo ed anche i luoghi ad alto rischio bellico. Nel 1999, infatti, sono in atto ben 51 guerre nel mondo. Oltre ai tre artisti e al famoso regista, ogni componente del progetto "Mai più" ha prestato il proprio lavoro in maniera completamente gratuita. Sottolineando la giusta causa appoggiata dai protagonisti di questo progetto non va dimenticata la valenza artistica della composizione che è poi uno dei motivi fondamentali della buon riuscita dell'operazione anche dal punto di vista mediatico e commerciale. Il brano, infatti, è scritto ed interpretato in maniera egregia e porta con se messaggi importanti e spunti di riflessione sul cammino del mondo e della sua popolazione. Il "Mai più" ripetuto nella canzone e legato ad episodi di cruda cattiveria e alla negazione dei diritti umani per qualsivoglia ragione è una promessa che l'essere umano si deve fare per il bene dell'umanità tutta. La storia insegna che le guerre non hanno portato altro che morte, distruzione, carestie e miseria ed è, quindi, assurdo che fini personali, politici o nazionalistici legati, spesso a motivi economici, portino a tali conseguenze. Sarebbe bene, dunque, di tanto in tanto, rinnovare questa promessa riproponendo questo brano ogni qual volta si ripresenti lo spettro di un conflitto bellico.   

 

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18 agosto 2021 3 18 /08 /agosto /2021 23:01

"E già" è un brano interpretato da Gerardina Trovato e Renato Zero nel 1996 e pubblicato nell'album della Trovato "Ho Trovato Gerardina". Scritto dai due artisti insieme ad Angelo Anastasio, il brano fa parte di un lavoro discografico che vede una Gerardina Trovato un po' più morbida rispetto ai graffianti esordi ma anche in questo album prevale l'attenzione ai testi ed alla visione intimista della musica della cantautrice siciliana. Il brano invita chiaramente ad amare la vita, a non perdersi in depressioni anche in momenti difficile che, purtroppo, il quotidiano offre. Gli autori, spingono, quindi chi si sente estraneo a questo società di vivere il mondo guardando la luna e, quindi, di fare della poesia e dell'arte un arma per combattere le bassezze dell'umanità e ciò che non ci fa nasconde la bellezza della vita. Un messaggio importante, scritto ed interpretato da due artisti di grande sensibilità e molto in sintonia anche vocalmente. I due, infatti, rappresentano due percorsi musicali costruiti sull'introspezione, sul pensiero, sulla poesia e sulla puntuale rappresentazione della realtà. La carriera della Trovato, anche per motivi mediatici, è stata meno fortunata di quella di Zero ma non per questo è un'artista da trascurare. Nei suoi lavori c'è sempre stata qualità e grande capacità autoriale e la sua diffidenza verso le leggi del mercato e della diffusione mediatica attuale è da premiare anche se, ciò, non gli permette di fare al meglio il proprio lavoro. Senza pubblicità un'artista è praticamente stroncato e questo è l'amaro destino di molti artisti che, proprio come Gerardina, hanno vissuto il loro boom negli anni '90 che oggi trovano non poche difficoltà per pubblicare nuovi lavori. Menomale che il passato rimane e le canzoni di quei tempi sono ancora in grado di farci apprezzare la grandezza di un'artista di cui ci si augura un presto ritorno. L'ultimo lavoro, infatti, rappresentato da un Ep con solo quattro inediti intitolato "I sogni" è datato 2008 e, tra l'altro, è passato quasi inosservato all'utenza musicale di massa non potendo contare su di una pubblicità adeguata o su passaggi radiofonici e televisivi nazionali. In ogni caso, come detto, rimangono tante belle canzoni da riascoltare e riscoprire affinchè anche chi non ha avuto la fortuna di vivere quegli anni possa venire a conoscenza di artisti veri e sempre meno presenti nell'attuale panorama discografico che premia i soliti noti e ha come unico scopo la vendita commerciale mentre la qualità, l'unica cosa a rimanere nel tempo, viene spesso erroneamente trascurata. 

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