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"Ogni giorno racconto la favola mia,

la racconto ogni giorno, chiunque tu sia

e mi vesto di sogno per darti se vuoi,

l'illusione di un bimbo che gioca agli eroi..."

 

Renato Zero- La favola mia

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29 luglio 2021 4 29 /07 /luglio /2021 23:01

"Mare mare (Bologna-Riccione)", meglio conosciuta come "Mare mare" è uno dei successi più noti di Luca Carboni ed è stato inciso nel fortunatissimo album "Carboni" del 1992. Il disco, lanciato dal singolo "Ci vuole un fisico bestiale", ottiene un grande successo arrivando a vendere oltre un milione di copie e vincendo ben tre dischi di platino. L'album venne poi pubblicato anche in Germania, Grecia ed Olanda risultando una delle produzioni musicali italiane più riuscite all'estero. Nel nostro Paese, inoltre, l'autorevole rivista Rolling Stone giudica il disco 94esimo tra i migliori 100 album italiani di sempre. Il tour dell'artista, infatti, venne esportato anche in Europa oltre ad alcune tappe realizzate insieme all'amico e collega Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. Durante la suddetta fortunata tournée venne anche registrata la VHS "Diario Carboni" pubblicata nel 1993. "Mare mare (Bologna-Riccione)", scritta per il testo da Carboni e per la musica da Mauro Malavasi, fu la canzone dell'estate e portò l'artista bolognese a vincere il Festivalbar. Ciò che colpisce di questo brano e del suo successo è l'atipicità dello stesso se inteso come brano estivo. A differenza dei soliti tormentoni estivi, infatti, Carboni propose una canzone apparentemente spensierata che nascondeva, però, un velo talvolta marcato di malinconia. E' forte, infatti, in certi versi del brano il senso di vuoto e di insoddisfazione provato dal protagonista al cospetto di un dinamico quanto finto divertimento mondano. Il protagonista, infatti, senza quella figura femminile che sperava di incontrare sul luogo si sente un pesce fuor d'acqua e rinnega più volte la scelta fatta nel raggiungere quel posto. Un brano particolare, quindi, che ha segnato l'estate del 1992 e che ha dato una notorietà importante anche a livello europeo ad un artista che, comunqu, già veniva da degli ottimi successi riscontrati con i precedenti quattro album. Con questo disco, in realtà, si chiude il periodo più florido della carriera del cantautore bolognese che attraverserà poi momenti altalenanti offrendo, solo di tanto in tanto, qualche nuova perla da aggiungere all'ottima discografia espressa agli esordi come successo, tra l'altro, con diverse canzoni dell'album "LU*CA" del 2001 e con l'ultimo disco realizzato da Carboni nel 2011 intitolato "Senza titolo" che rientrano, senza dubbio, tra le produzioni migliori di un artista nato e cresciuto nell'ambito del grande cantautorato bolognese e guidato da grandi esponenti della stessa scuola come Lucio Dalla e Gaetano Curreri che sono stati un po' i padri artistici di questo talento spesso, ingustamente, sottovalutato.  

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28 luglio 2021 3 28 /07 /luglio /2021 23:01

"Amore che vieni, amore che vai" è una delle tante poesie in musica regalate da Fabrizio De André nella sua ricca storia musicale. Incisa prima nel decimo 45 giri di De André insieme a "Geordie" nel 1966 e poi nell'album "Volume III" nel 1968, la canzone, è centrata sull'incertezza dell'amore e, quindi, sulla precarietà che può avere un rapporto sentimentale. Faber mostra con la sua poesia la facilità con la quale si può passare da un rapporto affettivo in cui è possibile perdersi nell'incessante richiesta di gesti e comportamenti di complicità alla differente prospettiva capace di farti apparire in modo completamente diverso, "...con gli occhi di un altro colore...", quella stessa persona che ti rivolge le medesime parole d'amore. L'amore cambia e non si parla solo dell'amore verso il partner ma, in qualche modo, di amor proprio. Il proprio sentimento che muta, indifferentemente talvolta dal proprio volere, e ci fa osservare e recepire la realtà in modo completamente diverso anche in brevi lassi di tempo. Col passare del tempo, quelle parole, quei gesti, quei comportamenti che in quel momento significavano la totale appartenenza affettiva verso quell'altra persona saranno, in qualche modo, dimenticati, volati nel vento, ricordi di un tempo passato che, però, potrebbero tornare senza alcun preavviso. La conclusione reale, quindi, di ogni storia d'amore, anche parlando soltanto dell'amore verso la propria persona, è proprio questo continuo mutamento della percezione dell'amore e delle relative conseguenze che ciò comporta. Non c'è, quindi, in amore verità più profonda di: "Io t'ho amato sempre, non t'ho amata mai...amore che vieni, amore che vai...". Negli anni, poi, il brano è stato riproposto anche da altri grandi artisti italiani come Franco Battiato e Claudio Baglioni. L'ennesima dimostrazione, quindi, di un cantuatore unico che ci ha lasciato un patrimonio culturale di inestimabile valore e che andrebbe sempre ricordato e riproposto alle nuove generazioni affinché tutto ciò non finisca nel dimenticatoio e possa servire da esempio alle nuove leve della musica italiana che intraprendono una strada cantautorale ma soprattutto ad una industria discografica italiana che punta sempre più poco sulla canzone d'autore puntando su prodotti commerciali che lasciano il tempo che trovano e che sono utili solo ad impoverire il livello culturale dell'utenza musicale di massa. Certo trovare un altro De André è impresa ardua ma è il sistema musicale italiano che toglie ogni possibilità di emergere ad un ipotetico nuovo cantautore di tale caratura. Un genio del genere, probabilmente, non troverebbe spazio in un talent show attuale poiché si premia la forma, l'aspetto, la voce e non il contenuto. Di belle voci ce ne sono tante e ce ne saranno sempre a differenze delle belle ed acute penne che sono un bene sempre più raro nella nostra musica. Gli autori stanno alla base della musica: solo un pensiero, una riflessione, una poesia può durare nel tempo e non perdere mai la sua forza ed è questa la linea che dovrebbe seguire l'industria discografica per avere dei risultati veri e duraturi con la possibilità di avere, tra vent'anni iniziando oggi, un nuovo De André. La qualità è l'unica arma che favorisce la cultura e lo sviluppo, la qualità non scade nel tempo e non stanca mai e questo brano, come tanti altri di Fabrizio De André o di altri grandi cantautori, ne è un chiaro e limpidissimo esempio. Facciamo tesoro di questi insegnamenti e non offendiamo la memoria di questi artisti cancellando la storia e la grande tradizione cantautorale italiana: è uno dei pochi patrimoni che il mondo ci ividia e non possiamo dimenticarlo o svilirlo con l'attuale musica usa e getta.     

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27 luglio 2021 2 27 /07 /luglio /2021 23:01

"Il cielo in una stanza" è una delle canzoni italiane più amate di sempre ed è anche uno dei biglietti da visita di Gino Paoli, grande cantautore e autore della suddetta canzone. In realtà, come autori del brano, inciso per la prima volta da Mina nel 1960 per l'album "Mina" e arrangiato da Tony De Vita, compaiono Mogol e Toang, ovvero Giulio Rapetti e Renato Angiolini, e questo perché l'allora giovane Paoli non era ancora iscritto alla SIAE. L'anno successivo, poi, fu lo stesso Paoli ad incidere il brano nell'album che porta il suo nome. Il brano diventerà presto un successo senza tempo e senza confini essendo sistematicamente riproposto dai più grandi artisti italiani ed internazionali in diverse cover di tanto in tanto. Oltre agli stessi Paoli e Mina, che ne hanno fatto più versioni, il brano è stato ripreso in italia, tra gli altri, da Franco Battiato, Massimo Ranieri, Giorgia (per la versione realizzata per l'omonimo film di Carlo Vanzina del 1999), Pietra MontecorvinoFranco Simone, Giusy Ferreri e Noemi mentre Carla Bruni ha realizzato una cover in francese dal titolo "Le ciel dans une chambre" e Connie Francis in inglese con il titolo "This world we love in" poi ripresa anche dal nostro Morgan. Vi sono, inoltre, anche una versione spagnola proposta dalla stessa Mina con il titolo "El cielo en casa" e una in tedesco incisa da Heisser Sand con il titolo "Wenn du an wunder glaubst". Il testo rappresenta una delle più romantiche dichiarazioni d'amore mai composte nella musica italiana e per tale motivo ha fatto il giro del mondo e, ancora oggi, dopo oltre cinquant'anni rimane uno dei brani più celebri della nostra storia musicale.     

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26 luglio 2021 1 26 /07 /luglio /2021 23:01

E' il Festival di Sanremo del 1993 quando, un giovane ancora poco noto al grande pubblico di nome Filippo Neviani, in arte Nek, si presenta tra le nuove proposte, allora chiamate "Novità", con un brano dal titolo "In te (il figlio che non vuoi)" e già dal titolo si capisce quale delicata tematica, il giovane artista, proporrà ad una platea così difficile come quella del teatro Ariston. Si parla, in pratica, d'aborto in modo chiaro e diretto e la canzone permetterà al ragazzo di avere particolare risonanza mediatica provocando un aperto dibattito tra chi si diceva favorevole alla presentazione di tali tematiche in un simile contesto e chi, invece, non gradiva la presunta strumentalizzazione di argomenti così delicati. La canzone, quindi, provocò una spaccatura e ciò giovò sicuramente alla diffusione della stessa e alla carriera di Nek che, in ogni caso, aveva sicuramente puntato a sensibilizzare la gente sulla questione e ci era riuscito in pieno. Tramite questo testo, Nek, si schiera con chi è contro l'aborto e sprona le giovani ragazze in attesa a pensare bene a ciò che andrebbero a perdere in caso di una scelta sbagliata. Il brano, scritto con Giuseppe Isgrò e con Antonello De Sanctis, con il quale inizierà una lunga collaborazione fino al 2009, si classificò terzo tra i giovani di quel Sanremo dietro a Gerardina Trovato ed a Laura Pausini che portò a casa la vittoria. In seguito a quel Sanremo venne pubblicato il secondo album di Nek dal titolo "In te" che presentava sei brani inediti più tre già presenti nel suo primo lavoro discografico dal titolo "Nek" inciso nel 1992. Tra l'altro, Nek, partecipò a quel Sanremo anche in veste di coautore per il brano "Figli di chi" proposto da Mietta con i Ragazzi di Via Meda e giunto sesto tra i "Campioni". Tornado al brano in questione, c'è da dire, che nonostante l'apprezzamento di buona parte del pubblico e della critica c'era anche chi vedeva la costruzione del brano come una operazione puramente commerciale e che il testo appariva artificiosamente smielato prestandosi in futuro anche a rivisitazioni parodistiche come quella realizzata da Elio e le Storie Tese nell'album "Peerla" del 1998. Insomma un brano che ha fatto discutere e che ha concesso a Nek di cavalcare l'onda ed acquisire subito una popolarità ed un folto numero di fan. L'album, infatti, arrivò a vendere 30 mila copie e da allora, Nek, non si è più fermato anche se ha dirottato la sua cifra stilistica verso un pop più commerciale tralasciando, forse erroneamente, tematiche forti più vicine ai grandi cantautori italiani per un più abbordabile mercato di massa.

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25 luglio 2021 7 25 /07 /luglio /2021 23:01

"Il suono della voce" è il brano che da il titolo all'ultimo lavoro discografico di Tiziana Tosca Donati, in arte Tosca, pubblicato a fine settembre 2014 e scritto da Ivano Fossati. Il cantautore genovese, infatti, nonostante si sia ritirato in prima persona dal mondo della discografia, di tanto in tanto, continua a regalare perle rendendo ancor forte il dispiacere dei suoi fans per la sua decisione. Dopo il suo ultimo disco, "Decadancing" del 2011 ed il relativo dvd del suo ultimo concerto pubblicato nel 2013, Fossati ha donato brani a Laura Pausini, Serena Abrami, Giorgia e Marco Mengoni prima di concedere a Tosca questo pezzo di rara bellezza. Tosca, dopo alcuni progetti di colonne sonore per il teatro, torna con un album di inediti dopo 8 anni e lo fa nel migliore nel modi. Collabora, in questo progetto, con diversi grandi musicisti come Guinga, Gabriele Mirabassi, Germano Mazzocchetti, il duo Anedda oltre al duetto con Joe Barbieri restando però, anch'essa incantata, dal "piccolo gioiello", così l'ha definito Tosca, scritto per lei da Fossati in un pomeriggio di novembre. L'interpretazione e la voce di Tosca, poi, regalano l'adeguata eleganza a questo testo che penetra senza confini nell'anima di chi lo ascolta. Una ulteriore magistrale fotografia scattata da quel maestro senza tempo di Fossati di quel sentimento che è l'amore e di tutte le sue forme, i suoi nomi, le sue sensazioni. Alla fine, però, resta solo il rimpianto che una penna così, anche se per scelta della stessa sua mano, debba scrivere solo occasionalmente a differenza di chi continua a buttare inchiostro senza aver nulla da dire. Aspettando un ritorno di Fossati, con penna, chitarra e voce, non resta, quindi, che godere di queste piccole immense perle che, ogni tanto, il suo mare ci regala.       

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24 luglio 2021 6 24 /07 /luglio /2021 23:01

"Certe notti" è uno dei successi più amati di Luciano Ligabue. Inciso nell'album "Buon compleanno Elvis" del 1995, il brano, scritto dallo stesso artista emiliano era nato come una sfida. Ligabue, infatti, voleva riuscire a scrivere una canzone con tutti gli accordi in tonalità di mi ed alla fine, sostituendo solo al re# semidiminuito il re naturale per evitare una marcata dissonanza, riesce nell'intento regalando al pubblico italiano una perla a cui, lo stesso cantautore, ha amesso di essere eternamente grato. Il grande successo di questo brano, dunque, arriva un po' inaspettato per Ligabue che, in realtà, non lo aveva nemmeno scelto come singolo di lancio dell'album. Avendo, infatti, sempre optato per il lancio degli album per brani veloci e movimentati "Certe notti" non rientrava tra le possibili ipotesi ma fu stesso la casa discografica, dopo averlo ascoltato, a sentenziare: "...ovviamente la canzone è quella lì". Il testo, che svela anche la capacità autoriale del rocker emiliano, parla del modo di intendere e di vivere la notte da parte dell'autore tra sensazioni e emozioni contrastanti che si alternano, come nella vita di tutti i giorni, in ogni differente nottata della vita di ognuno di noi. Ovviamente, in tal modo, Ligabue rappresenta un po' le notti di tutti i giovani dell'epoca che poi non risultano molto diverse da quelle di oggi. Tra notti balorde e quelle di massima e fasulla esaltazione si susseguono attimi di euforia, momenti di solitudine, compagnie femminili più o meno sincere, concludendo ogni volta con il solito e rassicurante appuntamento da "Mario" che, in qualche modo, ha lo stesso ruolo e valore del celebre "Roxy Bar" citato da Vasco Rossi in "Vita spericolata", canzone molto vicina concettualmente a "Certe notti". Il brano uscì e, arricchito dal videoclip diretto da Giuseppe Capotondi, la scelta risultò corretta al punto che il brano si aggiudicò la Targa Tenco nel 1996 come "Miglior canzone dell'anno" oltre ad essere votato dai lettori della rivista musicale "Tutto" come "Miglior canzone degli anni '90". Anche il disco, grazie alla forza del singolo e di altri brani che faranno la fortuna dell'artista, conquista pubblico e critica arrivando a vendere oltre 1.200.000 copie ottenendo il disco di platino europeo IFPI e vincendo tre premi al "Premio Italiano della Musica PIM" consacrando definitamente Ligabue nella musica che conta. Proprio il disco "Buon compleanno Elvis" è ritenuto dalla maggior parte degli appassionati il punto più alto della storia musicale di Luciano Ligabue. Quel 1995, quindi, risulta un anno fondamentale per l'artista che ottiene quella visibilità e credibilità nell'ambiente discografico che gli permetterà di arrivare lontano. Solo due anni dopo, qualcuno di molto importante, ovvero Fabrizio De André, dopo aver assistito ad uno suo concerto in un gremito stadio San Siro di Milano dichiarò: "Non ho mai visto un musicista comunicare col pubblico come sa fare Luciano" e per un giovane artista italiano non ci poteva essere riconoscimento più gratificante dell'apprezzamento da parte del padre di tutti i cantautori italiani. Una dichiarazione che pone l'accento soprattutto sulla capacità di trascinatore di massa di Luciano che risulta ancora oggi tra le virtù più spiccate dell'artista anche se, in diversi casi, come proprio in "Certe notti", Liga ha dimostrato la sua spiccata matrice cantautoriale confezionando brani che vanno oltre al solo aspetto commerciale e mediatico che gli hanno permesso di ottenere con giusta causa una carriera gratificante e ricca di soddisfazioni che, ancora oggi, non tende a scemare. 

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23 luglio 2021 5 23 /07 /luglio /2021 23:01

"Mentre dormi" è uno dei punti più alti della discografia di Max Gazzè. Il cantautore romano incide questo brano nell'album "Quindi?" del 2010 ed ottiene subito un riscontro positivo di pubblico e critica. Scritto con Gimmi Santucci il brano entra a far parte della colonna sonora del film "Basilicata coast to coast" diretto da Rocco Papaleo in cui lo stesso Gazzè debutta anche come attore. Lo stesso Papaleo, poi, firmerà la regia del videoclip della canzone con la fotografia di Luca Silvagni e il montaggio di Christian Lombardi. La canzone che è una poetica e pacata dichiarazione di affetto e di protezione verso la propria donna ricorda un po' le atmosfere e le sensazioni dei migliori brani italiani che trattano la medesima tematica e cioè "La cura" di Franco Battiato e "Margherita" di Riccardo Cocciante. Arrivare a questi capolavori è arduo e, probabilmente, impossibile ma "Mentre dormi" riesce emozionalmente ad avvicinarsi e già questo significa tanto. Tra l'altro, Gazzè, nel corso della sua carriera ha più volte offerto produzioni di grande qualità ed originalità confermandosi tra i migliori cantautori dell'attuale panorama italiano. La canzone fa incetta di premi aggiudicandosi nel 2011 il David di Donatello come miglior canzone originale ed il Premio Lunezia Canzone al Cinema e, nel 2013, il premio Limone d'oro al Radionorba Battiti Live. Una perla, quindi, che affascina e coinvolge in un aura celeste sulle ali di un sentimento puro e incondizionato che sta alla base di questa poetica riflessione sul senso di appartenenza e di protezione del protagonista verso la regina dei suoi sogni terrestri. 

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22 luglio 2021 4 22 /07 /luglio /2021 23:01

"Via dei Martiri" è un brano inciso da Renato Zero nell'album "Tutti gli Zeri del mondo" del 2000 ed è stato composto dallo stesso artista romano insiema a Francesco Palmieri. L'album è una conseguenza dello show televisivo proposto dal cantautore ed è composto dai brani eseguiti live su Raiuno tra inediti e cover rielaborate. A fare da apripista al disco è "Tutti gli zeri del mondo" cantanta con Mina e la rielaborazione di "Tu si 'na cosa grande" di Domenico Modugno e Roberto Gigli ma anche la suddetta "Via dei Martiri" conquista fin da subito il pubblico e verrà presentata anche al Festivalbar. Il testo è un ulteriore omaggio agli "zeri" del mondo ovvero gli ultimi, i disadattati, gli emarginati. Tematica da sempre molto presente nella discografia di Zero che, in questo caso, immagina un ipotetico luogo dove queste persone vengono abbandonate al loro destino, un luogo lontano dal mondo reale, un luogo invisibile come invisibili sono le persone che ci vivono agli occhi di una società sempre più meschina e fasulla. La "Via dei Martiri" appunto, una valle di lacrime che però Zero vede come punto di partenza per ritrovare le proprie forze e la propria dignità per non arrendersi mai ad un destino beffardo. Pensare prima di tutto a se stessi, anche se può sembrare egoistico, è forse la prima misura per non farsi dimenticare dal mondo oltre al lavoro, al sacrificio, alla pazienza, alll'onestà, all'umiltà, ai veri valori insomma, che devono assumere un ruolo decisivo nel proprio cammino affinché si possano cogliere quelle opportunità che la vita ci offre. Inoltre, Zero, ci mette in guardia dalle facili illusioni, dalle invidie, dalle gelosie e dalle carezze ruffiane che incontreremo, prima o poi, nella nostra vita ma di credere sempre nella propria persona ed avere profonda stima del proprio essere puntando sulle nostre virtù per difendere ad ogni costo la nostra libertà. La fortuna aiuta gli audaci, recita un proverbio, ed è una delle chiavi di lettura di questo testo che offre, però, innumerevoli spunti di riflessione sul tema e ciò non può che non rappresentare un enorme pregio per un'offerta cantautoriale che sia degna di tale nome. Un capolavoro assoluto, quindi, reso immortale dalla magistrale interpretazione del suo autore: un Renato Zero in grandissima forma che ci ha regalato, con questo brano, l'ennesima pagina indimenticabile della sua immensa storia in musica e parole.     

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21 luglio 2021 3 21 /07 /luglio /2021 23:01

"Frankenstein" è uno dei capolavori nascosti di Marco Masini. Una di quelle canzoni che passano quasi inosservate dall'utenza di massa poichè mai molto pubblicizzate mediaticamente ma, allo stesso tempo, proprio questo tipo di brani spesso assumono un sapore particolare per i fans che hanno avuto la possibilità di potersene innamorare. Quasi come un tesoro nascosto o un qualcosa di riservato agli appassionati queste canzoni diventano quelle, di solito, più amate dai fans più affezionati soprattutto quando, come in questo caso, si ha a che fare con una vera e propria perla. Un testo magnifico composto da Masini con Giancarlo Bigazzi e Giuseppe Dati su di un sottofondo musicale sublime in cui si incastona a perfezione la graffiante e penetrante interpretazione del Masini dei tempi migliori. Brano da brividi pubblicato nell'album "Il cielo della vergine" del 1995 e, quindi, nella fase in cui Masini inizia ad avere i primi problemi dal punto di vista mediatico, preso di mira per i forti argomenti trattati e per un linguaggio crudo che racconta la realtà giovanile come pochi. Da "profeta generazionale" dei primi anni '90 Masini continua, con la sua mitica squadra di autori, a sfornare capolavori ma radio, tv e la stessa industria musicale per nome loschi figuri gli iniziano a remare contro per motivi personali, commericali o puramente d'invidia. All'artista viene affibiata l'etichetta da iettatore che lo porterà ad avere non pochi problemi nella propria carriera arrivando persino ad annunciare e mettere in atto un ritiro che fortunatamente durerà solo tre anni. Quella storia la conosciamo e sappiamo che Marco, a differenza di Mia Martini, ne è uscito con forza trovando nuovi stimoli per non darla vinta a certi personaggi. Tutto questo, però, ha inciso sulla strada artistica di Marco costretto a cambiare casa discografica, a sperimentare nuove sonorità, a provare a cambiare autori snaturando quella squadra irrangiungibile. Il rapporto con Bigazzi finisce e con gli anni si attenua anche quello con Dati che però, ha continuato a lavorare con Marco per alcuni brani mentre la presente offerta autoriale di Marco è legata al nome di Antonio Iammarino che ha già dato buoni frutti nell'ultimo disco. Nonostante i buoni risultati, però, è arduo pensare che Marco possa tornare ai livelli dei primi anni '90. Quella rabbia, quella grinta, quella forza di sbattere in faccia la realtà si è, con gli anni, un po' ammorbidita ed esce fuori solo a sprazzi. In ogni caso, oggi, Masini, resta comunque tra i pochi reduci di quel cantautorato di qualità sempre più raro. Tornado, però, al brano il testo vede il protagonista incoraggiare un amico malato finito in ospedale dopo una adolescenza non facile in cui era spesso preso di mira per la sua sensibilità, i suoi difetti fisici e la sua ingenua bontà. Si trattano, quindi, i temi dell'amicizia, del bullissimo, dell'emarginazione sociale, della solitudine dei malati, della bellezza dell'animo non carpita da un amore perduto che badava solo all'aspetto esteriore, dell'importanza dello studio perché non c'è peggiore malattia dell'ignoranza, della forza di volontà per credere di poter tornare alla vita. Tanti spunti di riflessione espressi in rabbia e poesia nati, purtroppo, da una storia vera e cioè dalla triste vicenda di un giovane fans di Masini colpito fatalmente dalla leucemia nei primi anni '90. Un pezzo da riascoltare di tanto in tanto per riflettere nella maniera giusta su questi temi e da riscoprire per chi, fino ad oggi, non ha avuto la fortuna di ascoltarlo.           

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20 luglio 2021 2 20 /07 /luglio /2021 23:01

"'O pate" è uno dei brani più belli e intensi della discografia di Nino D'Angelo. Dedicato alla figura del padre in generale, il brano, è un omaggio particolare al proprio padre Antonio, deceduto a sessantasei anni dopo una vita da umile lavoratore dedito al sacrificio per il bene di una famiglia numerosa in un contesto di povertà e di difficoltà. Nella San Pietro a Patierno degli anni dell'adolescenza di Nino, quest'uomo, ha saputo crescere, come tanti uomini comuni, i propri figli con i veri valori della vita pur confrontandosi ogni giorno con le "trappole" di un luogo popolare e, spesso soggetto, ad espedienti di ogni genere per tirare a campare. La malavita, Nino e la sua famiglia, l'hanno vista da vicina ma grazie ad un padre ed una madre (Emilia) così, sono riusciti a non cadere nella tentazione di farne parte ed è certo che quei soldi facili avrebbero fatto molto comodo a quella umile famiglia. Nel testo, scritto da D'Angelo e arrangiato da Nuccio Tortora, si leggono tutti quegli insegnamenti che un padre in genere, e specialmente al sud, riesce a trasmettere al figlio senza nemmeno l'uso della parola: un ghigno, una smorfia, un comportamento o un silenzio, spesso riescono a penetrare molto più di ogni parola. Quelle lezioni Nino le ha assorbite e con questa canzone, incisa nell'album "'O schiavo e 'o rre" del 2003, lo ringrazia anche se ormai il padre non può più ascoltarlo. Probabilmente Nino, da padre, avrà utilizzato lo stesso modo taciturno per infondere gli stessi fondamentali messaggi ai loro figli. Uno di questi, inoltre, Toni, che prende il nome proprio dal nonno, ha girato il videoclip del brano essendo un regista emergente molto promettente. L'artista, quindi, dipinge un uomo popolare che è il fortino della propria famiglia costretto ad essere forte anche se non lo è di natura ed a nascondere il dolore dietro ad un sorriso di circostanza; Determinato a trovare un po' di sole per la sua casa anche quando il sole non c'è e ad accompagnare i propri figli lungo le difficoltà della vita anche quando è assente: una pacca sulla spalla ed una raccomandazione appena sussurrata tra i denti può bastare per sentirlo sempre al proprio fianco. Il brano, quindi, è da considerare uno dei punti più alti del percorso artistico di D'Angelo che, nonostante le leggi del mercato, ha scelto la strada della qualità e del proprio libero pensiero pagando, ad esempio con l'uso del dialetto, una totale assenza dalle radio nazionali ormai ingabbiate in logiche di playlist che mirano solo al profitto commerciale e ad interessi economici. Nino a tutto questo non ha mai dato peso e proseguendo in un percorso di crescita che lo ha portato a livelli altissimi continua ad emozionare la sua nicchia con perle di vera musica napoletana di qualità di cui è, ormai, uno dei pochi se non l'unico reale esponente attuale.      

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