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  • : La musica che gira intorno...
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"...Ricorda Signore questi servi disobbedienti

alle leggi del branco,

non dimenticare il loro volto,

che dopo tanto sbandare,

è appena giusto che la fortuna li aiuti,

come una svista, come un'anomalia, come una distrazione,

come un dovere..."

Fabrizio De André & Ivano Fossati - Smisurata preghiera

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9 agosto 2020 7 09 /08 /agosto /2020 23:01

"Napoli" è un bellissimo brano di Franco Califano, scritto in collaborazione con Alberto Laurenti e Antonio Gaudino e pubblicato nell'album "Ma io vivo" del 1994. Nello stesso anno, la canzone, viene presentata al 44° Festival di Sanremo dove, però, arriva addirittura ultima. Il testo è centrato sull'eterna lotta interna all'Italia tra nord e sud e, Califano, prova a trovare le parole giuste per avvicinare le parti puntando sulla fratellanza e sull'uguaglianza. Il protagonista del brano, in particolare, si trova a Venezia ma, lontano dalle sue radici, soffre la mancanza della sua città e chiede ad un gondoliere, in un malinconico delirio, di essere accompagnato a Napoli. Un bel testo ed una atmosfera unica che Califano riesce a creare sia con la forza di parole forti e sentite e sia con quella capacità interpretativa che lo ha portato, pur non avendo grandi doti canore, ad essere uno dei cantautori più carismatici ed apprezzati dal pubblico italiano. La questione nord-sud, inoltre, appartiene non poco a Franco che pur essendo romano d'adozione, è nato a Tripoli da genitori campani e trascorse alcuni anni a Nocera Inferiore, provincia di Salerno, dopo il rientro dalla Libia dove il padre era impegnato nell'Esercito Italiano per poi trasferirsi, con la famiglia, definitivamente a Roma. Quindi, Calfiano, sentiva particolarmente la canzone non avendo dimenticato le proprie origini meridionali ed avendo vissuto direttamente o, indirettamente attraverso i suoi genitori, parole e comportamenti che spesso rasentano il più vile e palese razzismo. Probabilmente qualche evento in particolare è rimasto dentro quell'animo così sensibile del cantautore che nel 1994 ha dato vita a questo splendido testo tanto malinconico quanto profondo e poetico. Ovviamente una canzone, seppur bella, non può cambiare le cose ed ancora oggi, purtroppo, questa eterna lotta campanilistica continua ad essere alla base di incresciosi fatti di cronaca o di avvenimenti quotidiani, magari di minore rilevanza ma comunque inacettabili in una società che si ritiene civile. Ciò che manca, oggi più di ieri, è proprio quel rispetto, invocato anche dal Califfo, che dovrebbe essere alla base di ogni rapporto umano.

 

 

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8 agosto 2020 6 08 /08 /agosto /2020 23:01

"Una su un 1.000.000" è una dolce canzone scritta da Alex Britti nel 2000 e pubblicata nell'album quattro volte disco di platino "La vasca". Lanciata come primo singolo, la canzone, è una romantica dichiarazione d'amore fatta dal protagonista adolescente ad una sua coetanea. Il ragazzo, quindi, prospetta alla ragazza quello che potrebbe essere il loro cammino di vita, mano nella mano, qualora venga accettata la proposta di condividere con amore gli anni futuri. Con varie metafore, dolci e talvota, volutamente infantili, Britti esprime bene l'idea di quella che potrebbe una dichiarazione fatta in seguito alla prima cotta. Un amore giovane, un sentimento di una tenerezza infinita che esce fuori con naturalezza e realismo dalle parole scritte dal cantautore romano che, in questa occasione, sembrano nascere proprio dalla penna, ancora priva di malizia, di un ragazzino in cerca del suo amore da favola. Una fiaba moderna, quindi, quella esposta da Britti che più di una volta ha dimostrato la sua capacità nello scrivere testi semplici, apparentemente banali, che però rappresentano spesso al meglio il contesto trattato. Pur facendo molta attenzione al lato strumentale, essendo Britti un validissimo musicista, l'artista in diversi casi ha proposto lavori interessanti anche dal punto di vista del testo. A parte, "Oggi sono io", capolavoro assoluto dell'artista ripreso anche da Mina, sono diversi i brani in cui Britti ha dato dimostrazione di saper scrivere delle buone cose anche su tematiche leggere e "Una su un 1.000.000" ne è un valido esempio.

 

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7 agosto 2020 5 07 /08 /agosto /2020 23:01

"I treni a vapore" è un brano scritto da Ivano Fossati per la voce di Fiorella Mannoia nel 1992 che lo incide nell'omonimo album che risulterà tra i più belli della sua carriera. La canzone, anno dopo anno, è diventata un classico della musica cantautoriale italiana e, oltre ad essere ripresa ed incisa dall'autore in diverse raccolte, è stata interpretata anche da Mia Martini nel 1994 per l'album "La musica che mi gira intorno". Autore ed interpreti eccezionali per un brano che invita a sognare per dimenticare il dolore che, lentamente come i treni a vapore, scorrerà via cancellando ogni traccia del suo passaggio. Nel brano si parla di un dolore di carattere sentimentale ma, il messaggio lanciato dall'autore, può benissimo valere per ogni sorta di ferita o di preoccupazione. Addormentarsi, quindi, con la volontà e la consapevolezza di voler sognare al fine di rilassarsi e cancellare dalla mente ogni retaggio negativo della vita reale fino a quando la stessa, con l'andare del tempo e degli eventi, si presenterà rinnovata e ripulita dai pesanti e tristi detriti lasciati dalle più recenti esperienze negative. Viaggiare, quindi, sul treno della fantasia verso un'altra stazione e, forse, verso un altro dolore che sarà comunque utile a cancellare il precedente. Anche se di dolore in dolore, infatti, il tempo passerà e con esso quell'inverno rappresentato dai momenti difficili della vita fino all'arrivo di nuova e luminosa primavera. L'autore, dunque, invita a non demoralizzarsi per le difficoltà e le delusioni del quotidiano bensì di trovare la forza e la volontà di saper aspettare, aiutandosi con la fantasia ed un buon caffè, giorni migliori che sapranno rinconciliarci con la vita e le sue bellezze. Un messaggio importante che viene espresso con la poetica sublime di uno dei più grandi autori del nostro tempo quale è Fossati e magnificato dalla raffinata rappresentazione di Fiorella Mannoia, che, in chiave femminile, rappresenta il meglio, insieme alla compianta Mimì, in quanto ad interpretazione della musica cantautorale italiana. Non è un caso, infatti, che i più grandi cantautori italiani scelgono sovente di scrivere per lei. Solo in questo disco, ad esempio, troviamo le firme di Enrico Ruggeri, Massimo Bubola, Francesco De Gregori, Eugenio Finardi oltre, naturalmente, quella di Fossati per ben tre brani. 

 

 

 


 

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6 agosto 2020 4 06 /08 /agosto /2020 23:01

"Infinto" è uno dei successi più noti di Raf, Raffaele Riefoli all'anagrafe. Pubblicata nel fortunato album "Iperbole" del 2001, la canzone, risulterà il singolo più venduto dell'estate e conquisterà anche la vittoria al Festivalbar. Nonostante il tema del brano non si allontani dai canoni dell'artista pugliese lo stile interpretativo appare subito molto differente dal passato di Raf. In questo caso, infatti, le strofe sono parlate più che cantate ed, in alcuni tratti, il cantautore offre veri e propri stralci di rap. Una formula nuova che, visto il successo, Raf, riproporrà anche in altri brani successivi. Il testo del brano, scritto dallo stesso Raf, parla di un forte sentimento d'amore che non svanisce nonostante la relazione amorosa si sia conclusa da quattro anni. Un amore infintio, dunque, che va oltre il trasporto fisico e passionale ma penetra nell'animo del protagonista che non riesce ad immaginare un futuro lontano da quella donna. Una storia già sentita, niente di originale ma scritta bene e messa in musica ancora meglio. Un brano che si lascia ascoltare e che ha segnato una fase importante dell'artista che veniva da un periodo non molto positivo dal punto di vista commerciale avendo sperimentato nel precedente lavoro delle sonorità rock ben accolte dalla critica ma molto meno dal pubblico. "Infinito", in qualche modo, rappresenta un po' la rinascita di un artista che ha sempre mostrato delle ottime potenzialità ma che è sempre alla ricerca di nuove sonorità ed atmosfere. Questa voglia di cambiare e di aggiornarsi è un bene se si pensa ad un certo immobilismo del panorama musicale italiano ma assume anche aspetti negativi dal punto di vista dell'identità stilistica e del rapporto con un determinato target di pubblico. Raf, però, ha sempre superato egregiamente queste difficoltà riuscendo a trovare, anno dopo anno, sempre le note e le parole giuste per nuovi successi.  

 

 

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5 agosto 2020 3 05 /08 /agosto /2020 23:01

"Io nun piango" è uno dei brani più belli ed intensi di Franco Califano, straordinario autore recentemente scomparso. Incisa nell'album "Tac...!" del 1977, la canzone è dedicata all'amico poeta e cantautore Piero Ciampi che, tra l'altro, ha collaborato nella scrittura della parte musicale del brano insieme a Frank Del Giudice. Ciampi viveva un momento critico della sua carriera e fu, probabilmente, quella situazione tra declinio artistico, solitudine, abbandono e malattia ad ispirare Franco per questa struggente canzone. Piero Ciampi morì nel 1980 e, quindi, tre anni dopo la pubblicazione del brano. Il legame tra i due, però, è da trovare sia in alcuni vizi come l'alcolismo di cui Franco, però, non amando alcun tipo di dipendenza non ne è mai stato schiavo mentre Ciampi, a causa dell'alcool perse moglie, compagne e figli cosa successa, per diverse ragioni, anche a Califano sia per le difficoltà riscontrate in campo lavorativo. Due vite tormentata nel privato quanto nell'ambito professionale in cui, pur esprimendo talento puro, non hanno mai avuto vita facile. Tornando al brano, Califano, ha dichiarato sia di averlo dedicato all'amico Piero ma anche di averlo scritto pensando al padre Salvatore, componente dell'Esercito Italiano, morto prematuramente quando Franco era ancora un ragazzo. Ricordando queste persone, Califano, si rappresenta in modo apparentemente freddo verso la morte di una persona, sia essa per cause naturali o per suicidio, o verso lo scoppio di una guerra ma si mostra sensibile verso ciò che provoca tali situazioni ovvero la solitudine, l'abbandono, l'indifferenza del mondo e la cattiveria degli uomini. Rispetto a queste cose, Califano, riesce a versare lacrime vere cosa che, invece, evita di fare constatando la fine annunciata di destini già scritti. Un immenso Califano che piange sulle "...due vite violentate..." riferendosi alla sua e a quella di Ciampi non comprendendo come la cattiveria umana può arrivare ad annientare chi è più debole trovando campo fertile proprio nella loro spiccata sensibilità come nel caso dei due poeti Califano e Ciampi. Anche chi ha amato Franco, dopo la sua morte, ha probabilmente versato più lacrime per le ingustizie e la poca cosiderazione come grande artista avuta in vita che per la sua reale dipartita.

 

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5 agosto 2020 3 05 /08 /agosto /2020 17:51

"Sta luna pare 'na scorza 'e limone" è l'ultima pubblicazione di Federico Salvatore ed è un lavoro di grande coraggio. Il disco è un omaggio agli Squallor e non è la prima volta che l'artista espone la sua passione verso questo storico e controverso gruppo di cui, diversi anni fa, ha rischiato anche di farne parte. Gli Squallor focalizzavano la loro produzione sull'irriverenza, sul politicamente scorretto e così facendo non avevano remore sul linguaggio utilizzato risultando volutamente volgare oltre che ironico e sarcastico. I quattro componenti erano personaggi noti della discografia italiana che con i loro lavori "istituzionali" hanno collezionato successi per i più grandi artisti del nostro panorama musicale. Basta citare Giancarlo Bigazzi o Totò Savio, per capire di chi stiamo parlando. Gli Squallor erano nati proprio per liberare il loro lato più sovversivo, più animalesco ed, in qualche modo, più vero. Con la maschera di questo gruppo scrivevano e cantavano ciò che non potevano attraverso i canali tradizionali inizialmente rimanendo anonimi e poi venuti per forza di cose allo scoperto visto l'inaspettato successo. Federico Salvatore, a sua volta, per chi lo ha seguito, ha sempre ritenuto la volgarità come prima forma di libertà comprendendo così, in un solo concetto, i fondamentali delle sue maggiori forma di ispirazione e cioè Giorgio Gaber e, appunto, gli Squallor. La sua carriera, infatti, si è sempre mossa su di un filo elettrico in una discografia ed un mondo media perbenista ed ipocrita. Tra brani satirici ed irriverenti, tacciati talvolta di volgarità, e forti denunce sociali con tanto di nomi e cognomi, Federico non ha avuto vita facile nell'ambiente musicale e mediatico ed ancora oggi è osteggiato da molti salotti importanti. Allo stesso tempo, Federico, ha sempre rimarcato la sua strafottenza verso un certo tipo di notorietà ed ha continuato sempre per la sua strada attraversando periodi di totale oblio mediatico ma ritrovando sempre la forza di ripartire dalla sua arte. Arte che poi l'ha risollevato e gli ha permesso di tornare a pubblicare con regolarità. Dal suo plateale e vergognoso allontanamento dalle reti nazionali c'è stata una lenta ma inesorabile ripresa con diversi album di spessore che sono magicamente arrivati al pubblico senza alcun supporto di radio e tv. Oggi Federico, "capa tosta" (testa dura), con tanto coraggio si ripresenta con una operazione del tutto fuori i canoni dei media tradizionali rimarcando ancora una volta il suo senso di libertà. Probabilmente, continuando sulla falsa riga delle ultime opere, un po' Pulcinella un po' Masaniello, con un cantautorato raffinato pur non disdegnando ironia, sarcasmo, poco velate denunce sociali, avrebbe potuto riconquistare anche quei palcoscenici che gli sono stati strappati in maniera meschina ma lui, ha preferito, ancora una volta, seguire la sua indole di libero pensatore ed in questo mondo di ipocrisia e di falso perbenismo c'è solo da apprezzarlo, fosse solo per il coraggio. Nonostante l'indiscussa fama del gruppo, nessun artista di spessore nazionale, avrebbe mai rischiato una simile operazione mettendo a repentaglio la propria posizione. L'"Homo sapiens", però, da tutto ciò è già stato scottato ed una bruciatura in più non cambierà il suo pensiero. Per ascoltare il consiglio di Bigazzi, componente degli Squallor e suo manager dell'epoca, forse a malincuore rifiutò di entrare negli Squallor per partecipare a Sanremo: lo fece con un grande brano, il primo a portare l'omosessualità all'Ariston. Non fu capito, era troppo avanti ma, nonostante ciò fu la scelta giusta per iniziare quella che doveva essere una grande carriera nazionale, ci furono anni belli e poi le delusioni che sappiamo. La grande carriera c'è stata e continua ad esserci ma, per colpa di qualcuno, resta un privilegio per pochi. Con questo album, l'artista, forse è tornato al momento di quella scelta, a quel bivio, volendo provare il brivido, anche solo per una avventura, di essere uno dei suoi miti, uno Squallor a tutti gli effetti. A testa alta, l'arte avanza, sempre e comunque, e pur preferendo l'altro Federico, quello intimo, riflessivo, verace, poetico, sarò sempre dalla parte di chi non si lascia trasportare dalla massa e dal mercato ma continua, con coraggio, in direzione ostinata e contraria, a dire e fare ciò che pensa, ciò che vuole, ciò che ama, anche a "muso duro" per citare un altro grande che viveva, in qualche modo, le stesse problematiche. Alla prossima, noi ci saremo sempre!  

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4 agosto 2020 2 04 /08 /agosto /2020 23:01

"...Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!..." e "...si credono potenti e gli va bene quello che fanno...e tutto gli appartiene..." sono due delle frasi presenti in "Povera Patria" di Franco Battiato che meglio descivono le figure di questi personaggi che, pur cambiando negli anni, rimangono appropiati per queste definizioni scritte dal cantautore siciliano nel 1991. Un brano, pubblicato nell'album "Come un cammello in una grondaia", che, per nostra sfortuna non è passata mai di moda ed ancora continua ad essere una fotografia fedele della nostra realtà politica. Battiato si scaglia con la sua solita eleganza contro quell'indifferenza di certi politici che dovrebbero garantire lo sviluppo del Paese e che, invece, continuano a preservare solo i loro interessi. Nella canzone viene sottolineato l'abuso di potere, la mancanza di pudore di certa gente e questo evidente menefreghismo nei confronti, ad esempio, delle morti di mafia e, più in generale, del progressivo declinio del nostro Paese raffigurato magnificamente con la frase: "...Nel fango affonda lo stivale dei maiali...". L'autore, nel corso del brano, però tende convincersi che tutto questo possa cambiare nel futuro anche se chiude la canzone con una velata insinuazione sull'evolversi del proprio positivo prospetto, ovvero: "...La primavera intanto tarda ad arrivare...". Un testo stupendo che nel 1992 è stato premiato con la "Targa Tenco" come miglior brano dell'anno e, lo stesso album che arrivò a vendere oltre 250 mila copie, è stato indicato dalla critica del settore come il miglior disco dell'anno tramite un referendum promosso dalla rivista "Musica e Dischi". Nella versione spagnola dell'album, inoltre, la suddetta canzone tradotta in  "Pobre Patria" è stata firmata con lo pseudonimo di "El ultimo de la fila", ovvero, "L'ultimo della fila". Un capolavoro, quindi, che esprime tutta la grandezza autoriale di Battiato e, nello stesso tempo, ci fa capire come da allora nulla sia cambiato nella nostra politica e che, ieri come oggi, siamo ancora in attesa che "la primavera" si palesi.

 

 

 


 

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3 agosto 2020 1 03 /08 /agosto /2020 23:01

"La mia canzone" rappresenta l'ultima grande esibizione di  Mino Reitano avvenuta al Festival di Sanremo del 2002. La canzone, scritta in collaborazione con Pasquale Panella e Alterisio Paoletti, sarà incisa nell'album "La mia canzone...le mie canzoni" dello stesso anno che conteneva l'inedito sanremese più una raccolta dei suoi successi riarrangiati da Paoletti. A Sanremo la canzone si classiferà diciottesima ma rappresenterà l'ultimo grande abbraccio al popolo italiano dell'artista che morirà per un cancro all'intestino pochi anni dopo, nel gennaio del 2009. Da quel Sanremo alla morte, Reitano, fu protagonista anche di molte ospitate televisive, concerti, eventi ed anche di una nuova raccolta di successi ma quella performance dal teatro Ariston rimane la sua ultima vera grande esibizione in un contesto importante e con un ruolo da protagonista della sua amata musica. Conosciuto e amato per la sua bontà e per le sue smisurate manifestazioni d'affetto, Reitano, ricevette in quell'occasione l'ultimo metaforico abbraccio da quella gente che lo ha sempre apprezzato per la sua grande umiltà figlia di una vita da emigrante. Reitano, infatti, come tanti ragazzi di un sud povero pur muovendo i primi passi artistici in Italia è costretto ad emigrare in Germania per seguire il suo sogno prima di ritornare nel suo amato Paese e consolidarsi tra i big della musica italiana. La tanta gavette e le numerose esperienze di Mino in ambito internazionale che lo portano a cantare perfino insieme ai Beatles, gli consentono di mettere in pratica le sue capacità una volta tornato in Italia. Arriva, quindi, il successo con diversi brani sia come interprete che come autore scrivendo canzoni che resteranno nella storia della musica italiana per sempre come "Una ragione di più", scritta con Franco Califano ed Ornella Vanoni e portata al successo dalla stessa Vanoni o "Avevo un cuore (che ti amava tanto)" e tante altre. Ci sono, però, anche momenti bui in cui Reitano si reinventa come autore di canzoni per bambini fino a ritrovare il successo con "Italia", forse il suo vero cavallo di battaglia, che è un accorato inno d'amore verso il suo Paese scritto da Umberto Balsamo ed inizialmente proposto a Luciano Pavarotti. "La mia canzone" è l'ultima di queste canzoni che rimarrà nel cuore della gente che lo ha amato ed anche in questo brano, Reitano, esprime tutto il suo sentimento parlando di un forte legame d'amore che teme di perdere per sempre ma che attraverso la voce del cuore cerca di ricostruire. Dopo la morte dell'artista tanti sono stati i riconoscimenti e gli attestati di stima alla famgilia sia dalla gente comune che dal mondo dello spettacolo che, soprattutto negli ultimi anni, ha spesso giocato con il suo buon cuore al punto di ridicolizzare i suoi comportamenti affettuosi e Mino, facendo appello alla sua ironia, ha sempre saputo riderci prestandosi genuinamente a scenette simpatiche ma non sempre rispettose del suo ruolo e della sua professionalità.

 

 

 


 

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2 agosto 2020 7 02 /08 /agosto /2020 23:01

"Lo zingaro felice" è una canzone di  Alex Britti pubblicata nell'album "Tre" del 2003. Il brano arriva nel quarto disco prodotto dall'artista in una fase in cui l'artista già ha più volte mostrato le sue capacità eccelse da musicista e, talvolta, anche quelle una notevole proprietà di scrittura. Infatti, sebbene Britti punti molto alla sonorità delle proprie proposte non disdegna di dedicare del tempo a canzoni più intimiste dove, invece, è il testo a prevalere. E' il caso, ad esempio della stupenda  "Oggi sono io", ripresa anche da Mina o, appunto, de "Lo zingaro felice". Il brano inzia parlando del comportamento e delle espressioni emotive di un uomo che vive in strada, uno zingaro appunto, che fa della sua libertà la sua forza in una vita dove non appare evidente una vera meta bensì diventa una quotidiana avventura dove anche le piccole cose assumono un valore inestimabile. Partendo da questo personaggio, Britti, invoca quello zingaro che si rappresenta nel cuore e nella mente di ogni essere umano ogni qualvolta, magari per una delusione, si pensa di mollare tutto e di ricominciare da zero una nuova vita. Certo, in molti casi, ciò è solo un pensiero passeggero e difficilmente un uomo abituato ad un determinato stile di vita sceglie davvero la via della strada, che può si sembrare una visione poetica ma porta con se anche tante dure complicazioni difficili da sostenere per un uomo appartenente a tutt'altra estrazione sociale. Britti, però, intende però evidenziare come in maniera metaforica esista in ogni individuo quella voglia di libertà che, di tanto in tanto, si libera dei suoi freni inibitori per dar sfogo alla reale personalità di quell'essere spesso oppresso dalla routine quotidiana e dalle maschere che si è obbligati a portare nel collettivo sociale. Una visione affascinante dell'animo umano che non si distacca dalla realtà poichè nessuno può essere immune a tali desideri di libertà ed è, forse, per tali motivi che questo brano è uno dei più amati della discografia di Britti sia per il messaggio esposto e sia per la delicatezza con la quale lo stesso viene espresso dal cantautore.

 

 

 


 

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1 agosto 2020 6 01 /08 /agosto /2020 23:01

"Come mai" è uno dei brani più rappresentativi delle storia musicale degli 883, band fondata da Max Pezzali  che ha visto la partecipazione attiva di Mauro Repetto fino al 1994. Il suddetto brano fa parte del secondo album del gruppo "Nord Sud Ovest Est" che rappresenta la definitiva consacrazione dei ragazzi lanciati da Claudio Cecchetto. Infatti, il disco, bissa il successo di vendite di  "Hanno ucciso l'uomo ragno" con circa 1.350 mila copie vendute oltre a portare alla vittoria del Festivalbar, di due Telegatti ed un World Music Awards. Il disco venne lanciato dall'omonimo singolo e da "Sei un mito" prima di ricevere nuova linfa dal successo scaturito da "Come mai" che, nella versione eseguita insieme a Rosario Fiorello, vince il Festival Italiano. In questa particolare versione, Fiorello, canta il finale della canzone imitando nell'ordine Enrico Ruggeri, Vasco Rossi, Francesco Guccini, Claudio Baglioni e Franco Battiato. Questa divertente proposta porta grande visibilità ad un brano già molto amato dai giovani del tempo e favorisce una visibilità enorme alla canzone scritta da Pezzali e Repetto al punto che venne realizzato un secondo videoclip della canzone con la partecipazione di Fiorello. Il singolo di questo brano arrivò in breve tempo al secondo posto delle classifiche annuali di vendite e, qualche anno dopo, venne pubblicata anche in Spagna con il titolo "Qiuen seras". La canzone, inoltre, venne usata come sigla del Festivalbar 1994 in un remix realizzato dalla stessa band con la collaborazione della Bliss Team nell'album "Remix '94" mentre, altri remix del brano, sono stati realizzati successivamente dai dj Maurizio Molella e Mario Fargetta. Un'altra particolarità legata a questo brano e che lo stesso brano, in un'altra versione, è stata utilizzata come inno del Trapani Calcio. Il testo parla di uomo, non particolarmente avvezzo a legami sentimentali, che rimane vittima di un colpo di fulmine e che modifica il suo atteggiamento verso le donne e verso l'amore a causa di questa ragazza capace di rapirlo al punto di ridurlo a pregare per ottenere un si. Un testo semplice in pieno stile 883 anche se più melodico rispetto alle loro produzioni di quegli anni. Un brano ed un disco, quindi, che confermano il successo di questi ragazzi che rappresentano un po' il simbolo musicale della generazione giovanile degli anni '90 e che ancora oggi, il solo Pezzali, porta avanti ottenendo sempre un grande seguito anche dalle nuove generazioni. 

 

 

 


 

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