Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog

Presentazione

  • : La musica che gira intorno...
  • : Blog di Marco Liberti dedicato principalmente alla musica italiana
  • Contatti

Profilo

  • Marco Liberti
  • Cronista per vari giornali locali e articolista on line da diversi anni in svariati argomenti.
  • Cronista per vari giornali locali e articolista on line da diversi anni in svariati argomenti.

Cerca

Citazione del mese

"...E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai,

di giocatori tristi che non hanno vinto mai,

ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro

e adesso ridono dentro a un bar;

E sono innamorati da dieci anni,

con una donna che non hanno amato mai;

Chissà quanti ne hai veduti, chissà quanti ne vedrai..."

 

Francesco De Gregori - La leva calcistica della classe '68

Sondaggi

La Sfida dei 100, 4°Fase-2°Sfida
 
 
 
 
 
pollcode.com free polls
14 novembre 2020 6 14 /11 /novembre /2020 00:01

"Ciucculatina d''a ferrovia" è uno dei capolavori nascosti di Nino D'Angelo, uno di quei brani che non hanno goduto della giusta promozione e che, essendo, come sempre per D'Angelo, in dialetto napoletano, non ha potuto ottenere l'adeguata considerazione in ambito nazionale. Si sta parlando di un vero capolavoro che tra i fans di D'Angelo rimane uno dei pezzi storici dell'artista ed anche lo stesso autore lo ritiene uno di quei brani fondamentali per la sua crescita e per la sua piena maturazione artistica. Un brano come se ne scrivono pochi in una intera carriera e che non sempre il riscontro commericale premia a dovere. Incisa nell'album "Tiempo" del 1993 ed arrangiata da Peppe Narretti, il brano parla di una giovane ragazza dall'adolescenza difficile che sopravvivve di espedienti in quel micromondo rappresentato dalla ferrovia, la stazione centrale di Napoli, dove lo stesso Nino, prima di diventare ciò che conosciamo, è stato per un tempo venditore di gelati. In qualche modo, anche se la protagonista del brano è una donna, Nino ripercorre in lacrime e poesia alcuni anni difficili della sua stessa vita conoscendo a fondo le sensazioni che si provono e le umiliazioni che si è costretti a subire in quel contesto privo di digità e di calore umano. Tra la vendita abusiva di sigarette di contrabbando, carezze rubate da cento mani sconosciute, il rimpianto di una adolescenza mai realmente vissuta, "ciucculatina" che non ha mai conosciuto giocattoli, scuola, sogni, amore, si lascia mangiare dall'oscurità di quel mondo che ha imparato a conoscere a poco più di vent'anni. La sua nascita è dovuta ad uno sbaglio e nel freddo di quelle notti lei si ritrova ad accettare quel destino, davanti ad una bancarella, "scugnizza" e "santarella" allo stesso tempo. Un brano bellissimo, quindi, che forse convince definitamente anche lo stesso Nino delle proprie capacità autoriali permettandogli di passare, anno dopo anno, ad un repertorio sempre più profondo e qualitativo consegnandoci ai giorni nostri uno, se non il più grande, cantautore della attuale musica napoletana.    

Condividi post

Repost0
13 novembre 2020 5 13 /11 /novembre /2020 00:01

"Io che non vivo (senza te)" è uno di quei classici della musica italiana che hanno fatto il giro del mondo e che ancora oggi non perdono la loro forza trovando sempre nuove reinterpretazioni permettendole di ogni confine temporale, geografico e generazionale. Scritta per il testo da Vito Pallavicini e per la musica da Pino Donaggio, la canzone, viene presentata al Festival di Sanremo del 1965 dallo stesso Donaggio in coppia con Jody Miller. Il brano, inciso da Donaggio in un 45 giri insieme a "Il mondo di notte" si classificò settimo nella kermesse ma già primo sul mercato discografico ma la vera mossa che consentì il successo internazionale al brano fu l'interpretazione in inglese da parte di Dusty Springfield, anch'essa in gara in quel Festival, con il titolo "You don't have to say you love me". Il mito vuole che l'artista registrò il brano nella tromba delle scale per avere un effetto migliore. Il brano scalò le classifiche mondiali e venne ripreso da tantissimi artisti tra cui addirittura Elvis Presley. Oggi, a 50 anni dall'esordio, il brano ed il suo interprete vengono premiati con un riconoscimento alla 65° edizione del Festival di Sanremo che testimonia l'infinita vita di una canzone che non conosce oblio. Il testo, in fondo, percorre un sentiero semplice ed attraversato più volte nella musica italiana ed internazionale e cioè quello di un uomo innamorato che sta per essere lasciato dalla sua donna e che non riesce ad immaginare una vita senza di lei. Un concetto, quindi, non particolarmente originale ma svolto attraverso un attenzione sia autoriale che musicale che gli ha permesso di abbattare ogni barriera e di essere ancora oggi, dopo cinquant'anni dal suo debutto, uno dei brani italiani più venduti e più ascoltati al mondo.  

Condividi post

Repost0
12 novembre 2020 4 12 /11 /novembre /2020 00:01

"Tre Signori" è un brano scritto e presentato da Enrico Ruggeri durante la serata finale del Festival di Sanremo 2015 nelle vesti di ospite e di promotore della Nazionale Cantanti in vista della nuova partita del cuore. Ruggeri, in realtà, con questo brano doveva essere in gara al Festival per poi defilarsi all'ultimo momento per problematiche relative ai tempi di lavorazione del nuovo album. Fu, infatti, lo stesso artista, dato ormai per certo tra i partecipanti alla kermesse canora, a palesare con rammarico, attraverso i social network, la sua defezione a poche ore dall'annuncio ufficiale del cast artistico di Carlo Conti. Il rammarico per lui è stato forte e lo è stato anche per la musica italiana e per il Festival in generale. La promessa, infatti, di un pezzo particolare ed affascinante è stata ampiamente confermata alla sua esecuzione, fuori gara, al teatro Ariston. Ruggeri, ha in qualche modo immaginato quel luogo dell'anima e del pensiero che per convenzione chiamiamo paradiso omaggiando tre illustri personaggi che vivono quella dimensione dopo aver onorato al meglio la loro vita in terra.L'artista immagina, quindi, Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci che accolgono l'ultimo arrivato Giorgio Faletti descrivendo una situazione tutt'altro che triste e monotona. L'autore crede che, come nella vita terrena, anche in quella celeste, i tre continuino a fare dell'ironia, dell'intelligenza, del pensiero e dell'arte le proprie armi. Ruggeri ci parla di tre grandi artisti che hanno saputo dare il meglio di loro stessi in diverse forme. I tre hanno rappresentato un ruolo importante nella cultura italiana, oltre che milanese, passando con naturalezza ed il medesimo talento tra musica, teatro, scrittura, poesia e quant'altro non mettendo mai barriere al proprio estro e risultando sempre all'altezza. Ruggeri, quindi, attraverso i versi del brano ripercorre un po' le loro storie artistiche e le loro virtù umane immaginado l'apertura di un nuovo sipario in cui hanno ritrovato la propria dimensione ed a cui continuano a dar lustro con il solito modo di fare scherzoso e sarcastico. Un omaggio, quindi, in punta di penna e poesia che vede la morte solo come una nuova fase della loro storia e che è stato composto da un personaggio che in quei "Tre Signori" si rivede non poco. Anche Ruggeri, infatti, ha mostrato con successo tante diverse facce della sua arte, muovendosi con disinvoltura tra musica d'autore, programmi televisivi, romanzi e, ultima in ordine di tempo, conduzione radiofonica. Un altro grande Signore, quindi, della nostra cultura che abbiamo ancora la fortuna di goderci nel nostro teatro terrestre e si spera sarà così ancora a lungo.          

Condividi post

Repost0
11 novembre 2020 3 11 /11 /novembre /2020 00:01

"Via con me", pubblicata anche con il titolo di "Via con me (It's wonderful)", è sicuramente il brano che ha permesso a Paolo Conte di consacrarsi in maniere definitiva tra i grandi della nostra musica. Il brano è inciso nel quarto album dell'artista "Paris milonga" del 1981 e rappresenta quello stile tra jazz e swing che contraddistinguerà tutta la carriera di Conte. Tra gli artisti italiani del genere, Paolo Conte, è praticamente una istituzione e questo anche perché ha saputo conciliare quelle particolari sonorità con una grande attenzione ai testi confermando, in tal modo, anche la matrice cantautoriale dell'artista astigiano. Nella sua carriera, Conte, infatti ha scritto per tantissimi artisti, pur collaborando con diversi parolieri come Vito Pallavicini, dimostrando le sue tante virtù oltre alla naturale abilità con il pianoforte che lo ha reso uno dei nomi più celebri del jazz italiano e non. Proprio con questo album, infatti, per la prima volta Paolo Conte abbatte con la sua musica i confini italici ottenendo grandi riscontri che manterrà fino ai giorni nostri. Un artista completo che è riuscito a collaborare con i più grandi musicisti jazz del pianeta e a portare, con tanta qualità, la musica italiana nel mondo pur proponendo prodotti tutt'altro che commerciali. E l'inizio di tutto ciò è proprio il suddetto album e soprattutto "Via con me" che negli anni non ha perso mai la sua forza pur essendo stata utilizzata come colonna sonora di diversi film in tutto il mondo oltre che per svariati spot pubblicitari e trasmissioni televisive. Lo stesso Conte, infatti, aveva paura dell'usura del brano e lo ammise dichiarando: "Vorrei che le canzoni non si consumassero mai. Per un compositore sono il profumo di un mazzo di fiori, e a forza di sentirle questo profumo a volte rischia di andarsene. Alcune di esse hanno avuto, però, più fortuna presso il pubblico. Una di queste, oltre "Azzurro", è di certo "Via con me". La cosa mi fa piacere perché, è sicuramente tra le mie preferite". Questa paura, però, è stata evidentemente sconfessata dai fatti. "Via con me", continua ad essere molto usata in diversi contesti in tutto il mondo ma non ha mai perso quel suo meraviglioso "profumo". Il testo del brano vede protagonista un uomo che incita la sua amata a seguirlo per la vita in un susseguirsi di immagini affascinanti e suggestive che rappresentano attimi di solitudine, di passione ma anche di ironia, elemento sempre molto presente nelle composizioni di Conte. Del brano, inoltre, sono state fatte divese cover che hanno visto protagonista, tra gli altri, anche Roberto Benigni che ne ha pubblicato una sua versione in un 45 giri del 1983 utilizzandola anche come colonna sonora del suo film "Tu mi turbi" dello stesso anno. Un successo senza fine, quindi, che mostra tutta la sensibilità artistica di uno dei grandi nomi dell'arte italiana e del jazz in particolare. 

Condividi post

Repost0
10 novembre 2020 2 10 /11 /novembre /2020 00:01

"Vita spericolata" è il brano più noto ed amato di Vasco Rossi ed anche quello che ha segnato in modo indelebile la sua straordinaria storia nella musica italiana. Presentata al Festival di Sanremo nel 1983, dopo la pesante ultima posizione conquistata l'anno precedente con "Vado al massimo", "Vita spericolata" non avrà molta più fortuna nella kermesse musicale arrivando alla penultima posizione ma, ben presto, diventerà il manifesto della sua proposta musicale, del suo modo di vedere ed affrontare la vita e di una intera generazione che ha voglia di esternare una sorta di ribellione verso un'epoca alquanto bigotta e conformista. Vasco mostra questa sua unicità e ribellione alle regole già dal palco dell'Ariston, abbandonando lo stesso pochi secondi prima della fine della sua esecuzione lasciando, quindi, che il playback, a quel punto palesemente svelato, concluda il brano in sua assenza. Ma questo è solo uno dei comportamenti naif di un Vasco che impareremo a conoscere ed amare nel corso degli anni successivi. D'altro canto, Vasco, non iniziava lì la sua carriera, ma quando incise l'album "Bollicine" nel 1983, in cui era presente la suddetta canzone, l'artista già aveva alle spalle ben 5 album e dietro l'incoraggiamento dell'amico e collaboratore occasionale anche negli anni che verranno Gaetano Curreri, già aveva confezionato brani importanti che verranno poi rivalutati una volta acquisita la reale popolarità grazie anche ai deludenti Festival di Sanremo. Quelle manifestazioni, infatti, aiutarono Vasco ad avvicinarsi ad un pubblico che, allora, mai si sarebbe avvicinato alla musica di un ragazzo dall'aspetto trasandato e controcorrente e dai modi tutt'altro che convenzionali. Ma la musica di Vasco, oltre alla naturale e trascinante forza espressa con musica, tonalità e stile interpretativo nasconde una grande matrice cantautoriale che si concretizza in testi talvolta apparentemente semplici ma mai banali. Non a caso, Vasco, è cresciuto amando maestri come Fabrizio De André e Francesco Guccini e del loro bagaglio personale e professionale Vasco ha conservato e riprodotto a modo suo quella voglia di ribellione e di dare voce agli antieroi a differenza di una più semplice discograficamente linea melodica priva di riflessione e di aspetti sociali. "Vita spericolata" scritta da Vasco su musica di Tullio Ferro, che ne farà anche una versione in inglese, quindi esprime tutto questo ed è per tali motivi che rappresenta al meglio il rocker di Zocca. La canzone, dopo Sanremo, inizierà a vivere di luce propria e conquisterà sempre più gente con il passare del tempo diventando anche oggetto di numerose cover di artisti come Francesco De Gregori e Massimo Ranieri e venendo inserita anche nel finale di "Quattro amici" da Gino Paoli. Il brano, in realtà, in prima battuta doveva essere dedicao ad una ragazza di nome Licia per poi trasformarsi, in seguito ad una ispirazione nelle ore antecedenti ad un concerto in un piovoso pomeriggio estivo a Cagliari nel 1982, in un manifesto giovanile inneggiante alla libertà di vivere la propria vita come meglio si crede. Nel brano vi è anche un omaggio a Fred Buscaglione con la citazione del celebre "Roxy bar" che riporta al brano "Che notte" del cantautore torinese. Una canzone, quindi, che farà storia e che dimostra quanto in realtà possa valere una falsa partenza quando vi è qualità e talento. In fin dei conti, Vasco, deve ringraziare Sanremo per la visibilità ottenuta ed è questa la forza della vetrina sanremese aldilà delle classifiche che, come dimostra questo e tanti altri casi anche inversi, lasciano sempre il tempo che trovano. Vasco sarebbe stato Vasco in qualunque caso ed è stato premiato dal fatto di aver mostrato il proprio essere e la propria musica anche in un contesto per lui ostile come il Festival di quei tempi. Ciò che emerso, infatti, l'ha portato, anno dopo anno, a diventare, con giusta causa, una leggenda vivente della nostra musica attraverso la sua affascinante e sregolata vita spericolata.   

Condividi post

Repost0
9 novembre 2020 1 09 /11 /novembre /2020 00:01

"Ma che freddo fa" è uno di quei successi italiani senza tempo ed è anche la canzone più rappresentativa della sua interprete, Nada Malanima, per tutti semplicemente, Nada. Tra l'altro, questo brano, presentato a Sanremo nel 1969, quando Nada aveva appena quindici anni, non è nemmeno il primo lavoro discografico dell'artista che pubblicò prima un 45 giri con una cover in italiano di "Les bicyclettes de Belsize" ma, "Ma che freddo fa", è in pratica il primo vero grande passo di una giovane adolescente verso la musica che conta. Inciderà, quindi, dopo Sanremo quello che sarà, ad oggi, il suo più grande successo in un 45 giri insieme a "Una rondine bianca" nel 1969. A Sanremo, per il suo modo di porsi sul palco, oltre che per la sua età, Nada si conquisterà il soprannome di "il pulcino del Gabrro" suo luogo di origine. Il brano, classificatosi quinto a Sanremo e presentato in quella manifestazione insieme alla band The Rockes, ottiene un immediato successo proprio nella versione della giovane Nada che si ritrova per cinque settimana di fila prima nelle classifiche di vendite. Un brano, quindi, che parte col piede giusto e che non perderà mai la sua forza trovando, negli anni, sempre nuove interpretazioni e nuove vesti canore. Dal 1969 ad oggi, infatti, il brano scritto da Franco Migliacci per il testo e da Claudio Mattone per la musica, viene ripreso, ad esempio, da Mina, Giusy Ferreri, Avion Travel e Max Gazzè oltre ad essere inserito anche nella colonna sonora del film "La finestra di fronte" diretto da Ferzan Ozpetek nel 2003. Il testo di Migliacci, scopritore di Nada, rimarca la delusione di una giovane ragazza verso i primi approcci all'amore. La protagonista ha vissuto una breve ma intensa relazione sentimentale ed ora che quella presenza non è più al suo fianco lei ne sente la mancanza e ciò avviene soprattutto di notte quando, il sole va via ed il freddo della notta la avvolge in una condizione vulnerabile di solitudine e di gelo interno dove è facile rimpiangere anche una semplice carezza. La ragazza, anche se su toni movimentati, arriva a concludere che la sua vita non ha più senso senza quella figura che per lei rappresentava l'amore. Un messaggio d'impatto reale e deciso molto vicino alle riflessioni che si possono ottenere quando una ferita, in questo caso amoroso, è ancora fresca ma che risultano ancora più forti quando si vedono uscire da tenera, anche se grintosa, ragazzina di appena quindici anni. Questo connubbio tra la giovane e capace interprete, le firme di due grandi autori come Migliacci e Mattone e la delusione d'amore come tema del brano fanno della canzone un successo senza tempo nè confini. Infatti, già nell'immediato e fino ad oggi, il brano ha fatto il giro del mondo riscuotendo particolare successo in Spagna, in Giappone ed in tanti altri paesi. D'altro canto con un impianto del genere che sprizza qualità da ogni poro ed una orecchiabilità che ne facilita la trasmissione ed il successo commerciale anche oltre i confini italiani il risultato non poteva essere differente ed ancora oggi, dopo quasi cinquant'anni "Ma che freddo fa" resta una colonna della musica italiana nel mondo ed è rimasto, nonostante la lunga ed ancora attiva carriera dell'artista, il cavallo di battaglia intramontabile di una grande interprete come Nada.

Condividi post

Repost0
8 novembre 2020 7 08 /11 /novembre /2020 00:01

"Sei un mito" è uno dei successi maggiori degli 883, gruppo formato essenzialmente da Max Pezzali e Mauro Repetto che ha fatto epoca negli anni '90. Gli 883, infatti, hanno segnato una generazione musicale con un linguaggio semplice e diretto accompagnato da ritmi orecchiabili e da un registro linguistico del tutto proprio e divenuto poi marchio di fabbrica anche nel cammino da solista di Pezzali. Uno stile unico, quindi, e caratteristico che permetteva una rapida e indiscutibile riscontrabilità del marchio 883. "Sei un mito" è contenuta nel secondo album della band e cioè "Nord sud ovest est" del 1993. Il disco arrivò a vendere oltre 1.400.000 copie più 130.000 vhs permettendo al gruppo di restare in testa alle classifiche per 14 settimane di seguito oltre che di vincere il Festivalbar di quell'anno. "Sei un mito", in particolare, fu oggetto della loro partecipazione al Cantagiro per poi essere riproposta anche sul mercato tedesco. Del brano poi sono state fatte, negli anni, diverse versioni tra cui quella interpretata insieme a Rosario Fiorello nella raccolta "Max 20" del 2013. Il brano scritto da Pezzali e Repetto parla di un ragazzo sorpreso dal buon esito di un invito galante nei confronti di una ragazza vista fino ad allora come un qualcosa di irrangiungibile. Il giovane, poi, si rende conto durante la serata che oltre la bellezza, la ragazza, nascondeva altre virtù come la simpatia, la disponibilità e la voglia di godersi la vita e le avventure sentimentali senza troppi giri di parole o discutibili promesse d'amore eterno. Sensazioni giovanili, quindi, che rappresentano le prime avventure con l'altro sesso e tutte le paranoie che ciò può comportare in adolescenza. Argomenti vicini ai giovani, dunque, come un po' tutto il percorso artistico degli 883 che proprio per tale motivazione e per il modo in cui trattavano queste problematiche hanno rappresentato quella generazione adolescenziale che ancora oggi rimane lo zoccolo duro dei seguaci di Pezzali. Un grande fenomeno musicale partito dalla sfrontatezza di due ragazzini e dal coraggio di un grande talent scout come Claudio Cecchetto che non ha esitato un attimo nel puntare su di loro. I fatti gli hanno dato ragione e gli 883 hanno raccolto in pochi anni quei traguardi che, talvolta, altri artisti inseguono per la vita. Solo l'anno dopo questo successo, infatti, Mauro Repetto deciderà di abbandonare il gruppo per motivi personali, salvo poi tornare ne 2013 per una breve rimpatriata in occasione dell'album del ventennale "Max 20" partecipando alla scrittura di due inediti e cantandone anche uno, e Pezzali si ritroverà a proseguire da solo prima con lo stesso marchio 883 e rinunciando allo stesso dal 2002 consegnandolo definitivamente al capitolo anni '90 della grande storia della musica italiana. 

Condividi post

Repost0
7 novembre 2020 6 07 /11 /novembre /2020 00:01

"Titanic" è un brano che Francesco De Gregori ha pubblicato nell'omonimo album del 1982 e che pone l'accento sulle differenze tra i ceti sociali di una umanità alla deriva utilizzando la metafora della celebre nave britannica affondata nel 1912 dopo una collisione con un iceberg. In realtà, in questo album, sono ben tre le canzoni che fanno riferimento alla tragedia del Titanic e si può, quindi, parlare di trilogia anche se il suddetto brano è quello dove il confronto diventa più palese ed evidente. Se gli altri due brani, infatti, "L'abbigliamento di un fuochista", eseguita insieme a Giovanna Marini, e "I muscoli del capitano" pongono l'accento rispettivamente sull'emigrazione e sulla incondizionata quanto infondata fiducia verso un futuro segnato dal progresso tecnologico, il brano centrale di questa trilogia rende chiara l'idea delle differenze tra le classi sociali dei viaggianti rappresentando un evidente parallelismo con ciò che si rispecchiava nel quotidiano dell'epoca e che, ancora oggi, non sembra cambiato di molto. Il brano, infatti, è ancora molto attuale poichè persiste anche nell'attuale collettivo sociale la enorme differenza tra i ricchi e i poveri che appare forse ancor più evidente visto il progressivo annullamento di un ceto medio dovuto alla crisi economica mondiale degli ultimi anni. De Gregori, utilizzando sarcasmo ed una irriverente ironia, fa sembrare positivo il trattamento riservato al popolo di basso ceto all'interno della nave tramite i pensieri del "cafone" protagonista del brano e, sottolinea, allo stesso modo gli eccessi e gli effimeri comportamenti egogentrici dei signori di prima classe innamorati dei propri cappelli e delle proprie bottiglie di champagne. In questo spaccato di società, De Gregori, evidenzia il diverso fine che ha portato queste due opposte categorie ad affrontare lo stesso viaggio: i cafoni vanno in America per non morire mentre i ricchi ci vanno per sposarsi. Ma tutta questa differenza, nella finta allegria proveniente da un illusorio ottimismo verso un futuro migliore, viene assorbita senza alcun trauma dalla classe più popolare che non riescono a vedere o non vogliono riconoscere che, malgrado si viaggia verso un sogno che porspetta, non senza incertezze, un futuro migliore, si continua a vivere, anche in quel clima festante, la solita lotta di classe che li relegerà sempre all'ultimo gradino della scala sociale. Come detto, in questo ubriacante sogno, i cafoni non vogliono osservare la realtà ma si illudono che in fondo in terza classe non si sta poi così male. Una rappresentazione geniale, quindi, quella di De Gregori che riesce con toni allegri a disegnare uno spaccato della nostra società molto fedele alla realtà e che evidenzia come si è vicini ad una drammatica deriva proprio come avvenne per il Titanic dopo la collisione con un iceberg che, l'autore menziona nel brano come una inquietante premonizione semplicemente utilizzando più volte la parola "ghiaccio". Quell'iceberg, ieri come allora, sembra essere ancora sulla rotta del viaggio di una umanità sempre meno attenta al destino del mondo. L'album, per la cronaca, andò molto bene sia dal punto di vista del pubblico restando in classifica per ben 23 settimane ed arrivando fino al secondo posto sia per ciò che concerne la critica che elogiò De Gregori per aver trovato la giusta misura per fondere al meglio la tradizione cantautorale con quella del canto popolare.

 

Altro su:

Francesco De Gregori

 

Condividi post

Repost0
6 novembre 2020 5 06 /11 /novembre /2020 00:01

"Ti penso e cambia il mondo" è uno degli ultimi grandi successi di Adriano Celentano. Incisa nel 2011 per l'album "Facciamo finta che sia niente", la canzone, è stata scritta da Pacifico, nome d'arte di Luigi De Crescenzo, per il testo e da Matteo Saggese e Stephen Lipson per la musica. Inoltre, per l'impianto armonico, viene utilizzato "Il Preludio in do minore, opus 28, numero 20" di Fryderyk Chopin. Il brano che parla di un uomo che cerca e trova conforto in Dio in un mondo ormai privo di valori ottiene fin da subito un ottimo riscontro ma raggiunge la massima popolarità durante il Festival di Sanremo del 2012 dove, Celentano, ospite della kermesse, canta questo brano in duetto con il conduttore di quell'edizione del Festival Gianni Morandi. L'esibizione ottiene un tal successo che i due decidono di riproporla anche durante il concerto evento di Celentano all'Arena di Verona tenutosi nell'ottobre del 2012 intitolato "Rock Economy". Inoltre, quest'ultima esecuzione, trasmessa anche in televisione venne registrata per il confanetto composto da un doppio cd ed un dvd "Adriano Live" pubblicato nel dicembre del 2012. Un grande successo, quindi, che vede Celentano cimentarsi su concetti molto cari alla sua storia musicale e pubblica essendo, l'artista, sempre molto vicino a questo tipo di problematiche sociali ed umanitarie. In questo caso Adriano interpreta in maniera magnifica un testo che pur non essendo proprio appare realmente come una propria sentita riflessione. Probabilmente Pacifico, autore del testo, ha carpito lo spirito e le sensazioni di un uomo smarrito in una realtà che non condivide ed è riuscito a mettere nero su bianco quel bisogno di trovare conforto in qualcosa più grande di noi. L'unica estrema soluzione appare, quindi, l'appello al Signore ed alla fede affinchè questo mondo alla deriva possa avere un futuro diverso. Un messaggio di speranza, dunque, che Celentano trasmette con il solito magnetismo ad un popolo afflitto e demoralizzato da un presente povero di valori che non offre la possibilità di credere di un domani migliore.

 

Condividi post

Repost0
5 novembre 2020 4 05 /11 /novembre /2020 00:01

"Pescatore" è uno dei grandi successi di Pierangelo Bertoli ed anche il brano che lo consacrò definitivamente tra i grandi nomi della musica italiana dopo una lunga e faticosa gavetta resa ancor più ardua dalle sue problematiche fisiche. Bertoli, infatti, era costretto su di una sedia rotelle già in tenera età a causa di una forma grave di poliomielite che lo privò dell'utilizzo degli arti inferiori per tutto il resto della sua vita. Tale handicap, in mondo difficile come quello dello spettacolo, ha evidentemente influito nella prima fase della sua storia ma poi il talento e l'arte pura offerta da questo grande cantautore ha avuto la meglio portandolo a superare ogni tipo di ostacolo e di pregiudizio. Come detto, quindi, pur avedo iniziato a pubblicare album notevoli già dal 1974, il vero successo arriva proprio con "Pescatore" incluso nell'album "Certi momenti" del 1980. La canzone, scritta da Marco Negri e modificata in parte dallo stesso Bertoli, porta il disco a vendere oltre 200 mila copie. Il testo propone la storia di un pescatore colto da una forte tempesta in mare aperto che ne mette a rischio la vita e quella della moglie che, non sapendo se il marito tornerà, è combattuta nel cedere alle tentazioni verso un altro uomo e si rivolge al Signore per chiedere consiglio. Il brano, quindi, presenta una voce maschile ed una femminile e sembra inevitabile un duetto anche se, a quei tempi, la cosa non era molto diffusa tanto che nel 1995, infatti, Bertoli, registrerà la canzone anche in versione maschile per la raccolta "Una voce tra due fuochi". Per il lancio, però, Bertoli decide di puntare su di una promettente giovane romana che, nel frattempo, impiega il suo tempo facendo la stuntwoman al cinema e registrando provini cercando di essere notata dall'industria discografica. Questa giovane ragazza risponde al nome di Fiorella Mannoia. Bertoli ascolta la sua voce in una cassetta e decide di puntare su di lei. La scelta si rivela azzeccata e il brano diventa subito un successo consacrando Bertoli e lanciando nel migliore dei modi la Mannoia che oggi è, molto probabilmente, la migliore interprete femminile della nostra musica. Nel suo ultimo album, "301 guerre fa" del 2002, invece Bertoli, proporrà la canzone in duetto con Fiordaliso che continuerà ad eseguirla nei suoi concerti anche dopo la morte dell'artista che avverrà nell'ottobre del 2002 a causa di complicazioni cardiache conseguenti ad un tumore ai polmoni con il quale stava combattendo da alcuni mesi. Anche dopo la sua morte la sua storia in musica ha continuato a raccogliere consensi e tanti sono stati gli omaggi di altri celebri artisti che hanno onorato la sua arte riproponendo le sue canzoni. "Pescatore", per esempio, è stata reinterpretata anche dai Nomadi in duetto con Giulia Ottonello per l'album tributo "...a Pierangelo Bertoli" del 2005.       

Condividi post

Repost0

Scarica l'App 3.0

                                                                           8047838430_df19fcb94f.jpg

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Lingua, Pagina Facebook e Donazioni

English French German Spain Italian Dutch Russian Portuguese Japanese Korean Arabic Chinese Simplified
 


this widget by www.AllBlogTools.com

La musica che gira intorno

Promuovi anche tu la tua Pagina

Chat

Flag Counter

Flag Counter