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"Non so se sono stato mai poeta

e non mi importa niente di saperlo,

riempirò i bicchieri del mio vino,

non so com'è, però vi invito a berlo..."

Pierangelo Bertoli - A muso duro

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10 novembre 2021 3 10 /11 /novembre /2021 00:01

"L'istrione" è uno dei brani più celebri del grande chansonnier francese  Charles Aznavour, all'anagrafe Shahnour Vaghinagh Aznavourian. La canzone tradotta dall'originale "Le cabotin" da Giorgio Calabrese sotto la guida degli autori Aznavour e Georges Garvarentz, è stata portata in Italia nel 1970 dallo stesso artista transalpino che grazie alle sue conoscenze linguistiche ha fatto conoscere le sue canzoni in tutto il mondo riuscendo a cantare in ben 6 lingue oltre che in dialetto napoletano. Un mostro sacro, quindi, della musica leggera capace di emozionare come pochi e trasmettere arte nel suo stato più puro. Per tale motivo, Renato Zero , decide di incidere "L'istrione" nella sua raccolta del 2000 "Tutti gli zero del mondo". Zero, probabilmente, tra i cantautori italiani è quello a cui più si addisce l'aggettivo di istrione essendo in palcoscenico un vero mattatore e dimostrando una teatralità non comune nel mondo della musica italiana. Nello show televisivo che poi diede il titolo al disco, Zero, decide di eseguire il suddetto brano con un altro artista poliedrico e, soprattutto, grande interprete come Massimo Ranieri che, a sua volta, la pubblicherà nel disco live del 2010. I due regalano una versione di questo brano magnifica che non fa rimpiangere l'originale. Un'altra versione ottima, inoltre, la inciderà  Enrico Ruggeri nell'album "All In: L'ultima follia di Enrico" del 2009. Un brano non per tutti, quindi, che solo alcuni artisti italiani con determinate caratteristiche hanno potuto interpretare risultando credibili e non facendo cadere il senso di questo testo stupendo. "L'istrione", infatti, rappresenta la confessione di un commediante che esprime, da un lato, la sua natura umana e quindi in dubbi e le paure che lo attraversano prima di andare in scena, e dall'altro lato, la naturalezza con la quale le sue innate doti lo portano ad interpretare, quasi meccanicamente, un qualsiasi ruolo in maniera impeccabile e professionale risultando credibile e trascinante. Questa canzone, tra l'altro, può sembrare quasi un atto di immodestia e di eccessiva vanità dell'autore ma, in realtà, è una dichiarazione sincera del proprio essere artista che si palesa ogni qualvolta si apre quel sipario. La figura del commediante, inoltre, può essere interpretata anche come metafora dell'uomo che recita la sua parte nella commedia della vita indossando, a seconda delle circostanze, delle maschere mentendo finchè sembri verità, finchè esso stesso si autoconvinca che sia realtà. In qualunque modo si voglia vedere, sta di fatto, che questa è sicuramente una delle canzoni più belle della storia della musica leggera mondiale ed è una prova concreta della superba grandezza di un vero istrione come Charles Aznavour.  

 

 

 


 

 

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9 novembre 2021 2 09 /11 /novembre /2021 00:01

"In bianco e nero" è un brano scritto da  Carmen Consoli e portato al Festival di Sanremo del 2000 dalla stessa cantautrice catanese. Al Festival, la canzone, si piazza solo settima ma otterrà nel tempo un ottimo risultato nel riscontro commerciale e radiofonico. Questo brano rappresenterà, infatti, la reale consacrazione della Consoli che già si era messa in evidenza tre anni prima, tra le nuove proposte di Sanremo, con la canzone "Confusa e felice" che le aprì le porte della notorietà. L'album intitolato sempre "Confusa e felice" rimane per ben 21 settimane tra i dischi più venduti raggiungendo il disco di platino e permettendo alla "cantantessa", così è soprannominata, di vincere il premio "PIM", premio italiano della musica, come rivelazione dell'anno. Nonostante questo grande exploit la Consoli, come detto, riceve la sua consacrazione con l'album "Stato di necessità" che contiene, appunto, "In bianco e nero" oltre a "Parole di burro" ed alla fortunatissima "L'ultimo bacio" che farà da colonna sonora all'omonimo film di Gabriele Muccino. Questa volta, il disco, resta in classifica per 36 settimane e farà vincere all'artista siciliana due "Italian Music Awards" come miglior artista donna e miglior singolo per "Parole di burro" e due "PIM" per le medesime categorie oltre al "Nastro d'argento" come miglior colonna sonora per "L'ultimo bacio". A confermare il successo di questo album arriva l'edizione francese del disco "Etat de necessitè" prodotto da Henri Salvador e l'inserimento tra i dieci miglior album del decennio ad opera del "Corriere della sera" nel 2010. "In bianco e nero", in particolare, è una canzone che ben rappresenta lo stile di questa artista particolarissima che, oltre a differenziarsi per un inusuale timbro vocale, si fa notare per il vasto registro linguistico utilizzato nei testi risultando, anche nella scelta delle parole, originale, forbita e mai banale. Malgrado questo uso talvolta estremo della lingua italiana, la Consoli, riesce ad essere sempre diretta nei messaggi che intende lanciare e nei significati che vuole trasmettere. Questa canzone, in parte autobiografica, parte da alcune foto della madre, ora defunta, da bambina e da ragazza in cui l'autrice si rivede nel lineamenti e ciò rincara il rammarico di non essere mai riuscita ad instaurare con lei un dialogo ed un reale rapporto di fiducia e di complicità. Spesso, infatti, le due donne descritte dall'autrice della canzone etravano in una tacita competizione vivendo un rapporto che sfociava in malumori e continue incomprensioni. La protagonista, quindi, nota delle affinità che gli rendono incomprensibili quei comportamenti di lontananza e di noncuranza fatti di silenzi e di ostilità e rimpiange di non aver avuto la forza, quando la madre era in vita, di chiederle delucidazioni in merito a questi atteggiamenti invece di dimostrarsi inacessibile e fiera temendo una sciocca ed innata rivalità. Un gran bel testo, quindi, che rende l'idea delle capacità autoriale di questa artista che ha saputo imporre un proprio stile grazie al suo talento ed alla qualità delle sue proposte musicali. Non a caso Carmen Consoli è entrata nelle grazie di un grande della nostra musica come Franco Battiato che più volte gli ha permesso di aprire i suoi concerti oltre a collaborare, sia in veste autoriale che canora, in più di un'occasione.

 

 

 

 

 

 

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8 novembre 2021 1 08 /11 /novembre /2021 00:01

"Una lacrima sul viso" è uno dei brani storici italiani ed è anche uno dei più rappresentativi di Roberto Satti, ovvero, Bobby Solo. L'artista, lancia questo brano, che gli garantirà l'ingresso tra i big della musica italiana ed una carriera lunga e gloriosa, al Festival di Sanremo del 1964 dove arriverà in finale. L'artista straniero che accompagna Solo è Frankie Laine che interpreta il brano in inglese con il titolo "For your love". L'Elvis italiano porta questo brano per ben otto settimane in testa alle classifiche di vendita pur suscitando polemiche per il primo storico playback sanremese avvenuto fuori gara durante la finale a causa di una laringite dell'artista. La scelta fu contestata e gli costò probabilmente la vittoria, conquistata poi l'anno successivo con "Se piangi, se ridi" come una sorta di compensazione, poichè assolutamente vietata dal regolamento ma ciò non evitò al brano un grande successo di pubblico e critica. Il testo che parla della scoperta dei sentimenti di una ragazza nei confronti del protagonista da, appunto, una lacrima sul viso e dal quale nasce una storia d'amore, è stato scritto con Giulio Rapetti, in arte, Mogol. Visto il successo il brano si trasforma anche in un film dell'epoca, i cosiddetti "musicarelli", dal titolo "Una lacrima sul viso" sempre del 1964 e diretto da Ettore Maria Fizzarotti che vede tra gli interpreti anche Nino Taranto oltre, ovviamente, a Bobby Solo che interpreta un cantante americano dal nome di Bobby Tonner in quello che sarà il suo esordio cinematografico. "Una lacrima sul viso" rappresentò anche l'esordio musicale di Roberto Satti e fu proprio per quell'occasione che nacque il suo nome d'arte che in realtà doveva essere semplicemente Bobby. Il capo della Dischi Ricordi, Vincenzo Micocci, dopo che il padre dell'artista rifiutò di mettere a disposizione il suo cognome per un progetto di musica rock, disse alla segretaria: "Chiamiamolo all'inglese, Bobby, solo Bobby", la segretaria, però, capì male la comunicazione ed è così che venne fuori Bobby Solo. Quel nome e quella sua prima esibizione fu la sua fortuna anche se, tra gli autori del brano, Bobby Solo, non essendo iscritto alla Siae, non compare. C'è, invece, la firma di Lunero, pseudonimo di Iller Pattacini, al fianco di quella di Mogol. Storie e retroscena che stanno dietro ad un successo che supererà anche i confini nazionali arrivando a vendere oltre due milioni di copie in diverse lingue. Il brano, infatti, tra le altre cose fu anche tradotto in tedesco con il titolo "Du hast ja tranen in den augen". Per la cronaca, il brano, fu pubblicato prima in un Ep insieme a "Ora che sei già una donna", "Blu è blu" e "Valeria" e poi nell'album d'esordio dell'artista "Bobby Solo", oltre che nel singolo insieme a "Non ne posso più", sempre nel 1964. Oggi, dopo oltre cinquant'anni, però, il brano non ha perso la sua forza e continua ad essere un evergreen della musica italiana oltre che il principale cavallo di battaglia dell'Elvis italiano Bobby Solo.     

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7 novembre 2021 7 07 /11 /novembre /2021 00:01

"La vestaglia" è una canzone molto particolare di  Massimo Ranieri che non rietra tra i cavalli di battaglia dell'artista napoletano e che dopo la presentazione al Festival di Sanremo del 1995, dove si classificò addirittura quindicesima, non ha avuto la giusta considerazione. Ovviamente è un brano che fa sempre parte delle scalette dei suoi concerti ed è uno dei più amati dal suo pubblico ma in quanto a pubblicità e passaggi radiofonici è stata, spesso, snobbata. La canzone, inserita nell'album "Ranieri" del 1995, è stata scritta da Marcello Marrocchi e Giampiero Artegiani e racconta la fine della passione in una coppia comune dopo tanti anni di convivenza. Il cambiamento della personalità e degli atteggiamenti che si hanno in pubblico rispetto a quelli che si hanno tra le mura domestiche, i ricordi di un passato che sembrano appartenere ad un'altra persona per la voglia di non credere che gli anni hanno portato a queste trasformazioni. La tenerezza e la gioia di vivere insieme che c'era in giovinezza è diventato ormai un aspetto passato ed ora rimane da accettare una convivenza fredda, quasi da estranei che riescono a mostrarsi uniti e felici solo in presenza di amici come se si recitasse un ruolo che finisce quando si rimane soli. L'insoddisfazione e la frustrazione porta il protagonista a non sopportare neanche più la sua voce oltre a tutti quei comportamenti ostili, a quell'aria sempre indignata ed alla consuetudine di contraddirlo in tutto per il solo gusto di gettare veleno nei suoi confronti. Il protagonista, talvolta, vorrebbe mostrarsi disposto ad una riconciliazione ma prima ancora di dichiararsi i comportamenti del partner fanno si che quella voglia rimanga sepolta nel suo cuore. Il gelo e la distanza in questa fase critica del rapporto viene espesso dagli autori con la metafora della vestaglia, ovvero, l'abito che tronca sul nascere ogni passione che prova ad affiorare instivamente vedendo la propria donna spogliarsi. Una femminilità nascosta che induce il protagonista a restarsene da solo e ad essere solo alla ricerca di un po' di pace che ritrova solo tuffandosi, con la mente, nei ricordi di un passato che non tornerà e che gli rimane in mano solo la cosapevolezza che quella donna che dormiva sul suo cuore è cambiata. Ma, tanto è stato l'amore provato per lei che, quelle sensazioni gli sono rimaste sulla pelle e, nonostante tutto, la fredda figura che oggi rappresenta la sua partner non intacca e non riesce ad offuscare il ricordo di quella ragazzina che portava con lui sotto le stelle.     

 

 

 


 
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6 novembre 2021 6 06 /11 /novembre /2021 00:01

"A cosa pensi" è uno delle perle del periodo d'oro di Marco Masini. Incisa nel suo primo album, "Marco Masini" del 1990, pubblicato subito dopo la vittoria tra le Nuove Proposte del Festival di Sanremo con "Disperato", la canzone è è stata scritta dal cantautore fiorentino in collaborazione con Giuseppe Dati, autore e fido componente di quella grande squadra guidata dal produttore, autore e talent scout Giacarlo Bigazzi. Sono gli anni dell'exploit di Masini, di quella sua voce roca e graffiante capace di penetrare l'anima di chi lo ascolta raccontando le problematiche giovanile del tempo come nessuno prima di lui era riuscito a fare. Non c'è perbenismo nelle sue parole nè conformismo ma solo cruda realtà offerta, però, con poesia, metafora e sensazioni espresse tra urla grintose e graffiante e pacati momenti di dolce compresione dove riecheggia forte la fede nei veri valori umani e sociali che andavano un po' perdendosi in quel periodo storico. Masini, quindi, diventa un simbolo, un profeta in jeans che divide il pubblico: c'è chi lo ama e chi lo odia ma non è un artista che provoca indifferenza. Lui, e la sua squadra di autori, ha davvero qualcosa da dire e l'oceanica folla che riempe i suoi concerti sono una testimonianza diretta di ciò che significa Masini nei primi anni '90. Tante le tematiche difficili trattate in quegli anni con uno stile unico che è un po' una via di mezzo tra i grandi cantautori degli anni '70, la melodia degli '80 e il pop dei '90. Un mix innovativo che trova la sua grande forza nelle parole e quindi in testi colmi di significati e di grande impatto emotivo che trovano la giusta dimensione nel timbro vocale di Marco e nel suo modo di interpretare quei pezzi che hanno segnato un'epoca importante della nostra storia musicale e culturale. "A cosa pensi" è uno di questi brani: in questo caso si tratta la tematica della depressione e della chiusura verso un mondo esterno di cui non si ha più fiducia. Il protagonista, infatti, esorta la sua donna a non chiudersi in sè ma a ribellarsi esponendo, almeno all'interno del loro rapporto affettivo, i problemi e le difficoltà che vive invece di perdersi in una malinconica solitudine senza permettere, nemmeno a chi le vuole bene, di aiutarla. L'uomo si sente impotente e vorrebbe far di tutto pur di aiutarla a reagire e a condividere il suo dolore affichè si riempia quel vuoto che sta accompagnando le sue giornate. Vivere, quindi, le proprie fragilità come un fallimento e lasciarsi spaventare da un futuro incerto fino a chiudersi in sè stessi è sicuramente una di quelle preoccupazioni che, allora come oggi, possono portare le persone più deboli alla depressione ed alla totale chiusura alla vita. Masini e company, quindi, avevano ancora una volta colto nel segno rappresentando come meglio non si poteva una problematica giovanile molto presente ma difficilmente dichiarata da chi ne era vittima. La voce di un cantante, le sue parole furono, quindi, una illuminazione per queste persone spesso rifiutate dalla società: finalmente c'era qualcuno che li capiva e che dava a loro quella voce e quel coraggio che non avrebbero mai trovato in loro stessi per denunciare la cosa e condividerla con una nuova "famiglia" rappresentata dai fans dell'artista. Il rapporto, infatti, che esiste tra i seguaci di Masini e l'artista è un qualcosa di molto profondo e di veramente raro nell'ambito della musica italiana. Un rapporto affettivo e di unione che forse, in Italia, è rispecchiabile solo in quello analogo tra Renato Zero e i suoi "sorcini". L'unione, infatti, va oltre la musica e trova la sua essenza nelle parole, nella condivisione, nell'appartenenza che, soprattutto negli anni '90, appariva quasi come una fede di cui Marco ne era il profeta. Masini, pur apprezzando, non ha mai voluto vestire i panni del profeta o di un maestro di vita ma ha sempre espresso la volontà di essere visto come uno di loro, un amico che aveva la fortuna di fare un lavoro che gli permetteva di dar voce a chi voce, nella società del tempo, non ne aveva con un riferimento particolare ai giovani di quella generazione. Oggi le cose sono cambiate, i tempi sono diversi ed anche Masini è cambiato: è arrivata, più per esigenze professionali che per scelta, la tregua del leone, come ho già spiegato in un recente articolo, la sua squadra vincente si è persa nel tempo ed oggi è in evoluzione cercando nuovi linguaggi ma chi ha vissuto quegli anni rimarrà sempre legato a quel profeta in jeans capace di graffiare il cuore a colpi di poesia.       

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5 novembre 2021 5 05 /11 /novembre /2021 00:01

Arriva nel 1993 l'ultimo brano inciso da Domenico Modugno prima della sua morte giunta un anno dopo. La canzone che fa parte di "Delfini" primo album pubblicato dal figlio Massimo ha come "Delfini (Sai che c'è)" ed è cantata in duetto. Scritta da Luigi Lopez e Franco Migliacci, il brano, invita a vivere la vita, tra difficoltà e bellezze, con leggerezza usando come metafora il mare e la giocosa libertà che hanno i delfini nel viverlo. I problemi e le disavventure che si incontrano nel mare della vita possono essere tante ma ci sono anche gli aspetti positivi e gradevoli che danno la forza ed il piacere di viverla. In fondo, gli autori ci parlano del naturale cammino terrestre consigliando di non prendersi troppo sul serio perchè nulla cambierà le leggi della natura e, quindi, di sorridere sempre alla vita. Anche peccare e commettere errori è concesso poichè la perfezione, purtoppo o per fortuna, non è dell'uomo. Una canzone, quindi, pregna di significato che affronta anche il rapporto padre-figlio che, in questo caso, è sublimato da uno spendido e toccante duetto che lascia ancor più emozionati se si pensa che solo un anno dopo Modugno sarebbe scomparso. Un ultima grande esibizione dedicata agli italiani prima di concedarsi dallo spettacolo della vita che a lui ha riservato un grande dono artistico e lui ha ricambiato donando la sua arte al mondo. Non a caso, a quasi vent'anni dalla scompasa, è ancora uno degli artisti più rappresentativi del nostro Paese in tutto il mondo e lo sarà per sempre grazie alle tante canzoni che ci ha lasciato in eredità come "Nel blu dipinto di blu", "Meraviglioso", "Vecchio frac", "Piove", "Tu si na cosa grande" e tante altre piccole perle che sono entrate di diritto a far parte del grande bagaglio artistico e culturale della tradizione musicale e popolare della nostra penisola. Il figlio Massimo, dopo quel disco, ne ha pubblicato un altro nel 2004 dal titolo "Quando l'aria mi sfiora" non ottenendo un gran successo, ma anche se non avrà la stessa fortuna del padre conserverà sempre nel cuore il ricordo e le sensazioni ricevute durante quel duetto che arrivano limpide anche attraverso lo schermo. Nato nel 1928, il cantautore pugliese, è stato il primo italiano a vincere il premio "Grammy" ed, in quell'occasione ne vinse addirittura due per "Nel blu dipinto di blu" come disco e canzone dell'anno. Tra i riconoscimenti avuti in carriera anche quattro primi posti al Festival di Sanremo ed un "Premio Tenco". Godiamoci, quindi, questo inno alla vita ricordando di sorridere sempre, in fondo "...è un gioco da bambini il mare...".

 

 

 


 
 
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4 novembre 2021 4 04 /11 /novembre /2021 00:01

"Cambiare" è probabilmente il brano più rappresentativo ed amato del compianto Alex Baroni, Alessandro Guido Maria all'anagrafe, ed è anche il brano che gli ha permesso di palesare al grande pubblico il suo immenso talento. E' il 1997, infatti, quando Alex presenta il suddetto brano tra le Nuove Proposte del 47° Festival di Sanremo dove, tra l'altro, era già stato l'anno precedente nelle vesti di corista. Baroni, infatti, prima di iniziare il suo percorso artistico personale è stato un eccellente corista per diversi grandi nomi della musica italiana. Con "Cambiare", però, arriva la svolta: la canzone ottiene fin da subito un grande successo di critica e pubblico. A Sanremo non vince ma si aggiudica il premio per la Miglior Voce e per la Miglior Interpretazione mentre il suo primo album da solista (dopo il primissimo con i Metrica), che porta il suo nome e che viene lanciato proprio in questa occasione gli apre le porte della grande musica. Il soul offerto da quello che sarà indicato come il Stevie Wonder italiano è un qualcosa di nuovo nel panorama degli anni '90 in Italia e le sue doti vocali affiancate ad una buona capacità autoriale portano Baroni, in poco tempo, ad essere uno degli artisti italiani più amati dal pubblico. "Cambiare" che parla della volontà di svoltare da una storia sentimentale forte evidentemente finita ma praticamente impossibile da debellare dalla propria anima e dai propri pensieri. Tutto, in tema di sentimenti, rimane se si è amato davvero e il "cambiare" rimane solo un'illusione per credere in futuro. Ecco, quindi, la grande attenzione ai testi, in questo caso ad opera proprio di Baroni a differenza della composizione musicale che è a cura di Massimo Calabrese, Marco Rinalduzzi e Marco D'Angelo. Dopo la morte dell'artista, avvenuta nel 2002 per un tragico incidente stradale, tanti sono stati gli omaggi per ricordare questo sfortunato ragazzo che in pochi anni è riuscito ad entrare, attraverso la qualità, nei cuori di tutti gli appassionati di musica. Dalla ex compagna Giorgia ("Marzo", "Gocce di memoria", "Per sempre"), all'ex produttore e collaboratore Eros Ramazzotti ("Infinitamente", oltre ad aver scritto per lui "Un'emozione per sempre" che Baroni non ha mai potuto incidere) fino a Noemi, che ha interpretato proprio "Cambiare" per un album tributo ad Alex inciso nel 2012, sono stati davvero in tanti a prestare la loro voce o i propri pensieri per omaggiare attraverso la musica un talento stroncato alla vita a soli 35 anni. "Cambiare" rimarrà, quindi, per sempre il ricordo più bello e limpido della sua avventura in musica poichè ha rappresentato l'inizio di una favola privata, però, del suo consueto lieto fine.     

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3 novembre 2021 3 03 /11 /novembre /2021 00:01

"Amico assoluto" è un brano di Renato Zero del 2004 pubblicato come unico singolo per la raccolta live "Figli del sogno". Il brano è presente nell'album sia nella versione in studio che in quella live eseguita durante il tour "Cattura il meglio in Tour 2004" in duetto con Michele Zarrillo ed Alexia. Il dvd, inoltre, resterà in vetta alle vendite per sette settimane diventando il dvd musicale più venduto dell'anno. La canzone invita a credere nel sogno e ad alimentarlo sempre con l'aiuto della fantasia mettendo da parte l'orgoglio e la paura di mostrare la propria vera natura. La rabbia di una realtà colma di insoddisfazione sembra abbia costretto l'amore ad arrendersi ed il sogno a spegnersi in un mondo sempre meno onesto e poco attento ai valori. Zero, però, confida in una nuova occasione che possa riportare la gente ad abbassare le proprie difese alimentando quel sogno che oggi riposa nel profondo di ogni anima. L'autore, infatti, si auspica che la rotta possa essere cambiata e che il sogno possa riconquistare quella valenza che possiede forse solo negli anni dell'adolescenza. Il sogno, secondo Renato, si nutre di verità e, quindi, solo quando gli uomini si stancheranno di recitare dei ruoli nella nostra società e butteranno via le loro finte maschere esso potrà tornare essere risvegliato. Un brano profondo, vero ed estremamente poetico che sottolinea, semmai ce ne fosse bisogno, la grandezza di uno dei più raffinati artista della scena musicale italiana. Un cantautore sensibile, Renato, che riesce con grande maestria a toccare corde dell'animo umano irrangiungibili per buona parte dei suoi colleghi. Zero, infatti, con la sua musica riesce ogni volta a risvegliare quel sogno che troverà sempre nuova linfa fino a quando un genio di tale portata continuerà a diffondere emozioni.

 

  
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2 novembre 2021 2 02 /11 /novembre /2021 18:40

"Campio'" è uno dei brani più belli ed intensi dell'ultimo lavoro discografico di Nino D'Angelo "Il poeta che non sa parlare". Sugli splendidi arrangiamenti del Maestro Nuccio Tortora, i testi dell'artista napoletano rimarcano ancora una volta la valenza di un autore spesso sottovalutato e rinchiuso in ambito fin troppo stretto per le sue qualità. Fosse nato altrove, Nino, avrebbe un peso diverso nella nostra discografia ma, fosse nato altrove, non sarebbe stato Nino D'Angelo. Il marchio delle sue origini è indelebile ed imprescindibile dall'artista ed è sicuramente una sua forza nonostante ciò lo porti costantemente a difendere la quota artistica delle sue produzioni da chi ancora lo valuta con la puzza sotto il naso. Il suddetto brano, come detto, è forse il più toccante dell'album, il più profondo. È un abbraccio sincero, l'ultimo purtroppo, che l'uomo Nino regala all'amico Diego Armando Maradona prima ancora che al campione. I due hanno condiviso nello stesso periodo i relativi anni d'oro delle loro carriere ed hanno unito una città tra passione sportiva ed emozioni in musica. Nel brano si sente tutto il sincero cordoglio verso un uomo e verso un epoca vestita di sogno che non potrà più tornare. Con Diego se ne va anche l'animo bambino di Nino e di una generazione che potuto assistere e vivere quel sogno ad occhi aperti. In un attimo tutto è finito e tutto il mondo, nonostante la pandemia, nel pieno della sua forza, si è fermato per salutare incredulo quell'eroe rimasto fanciullo ed abbandonato da solo nella stanza dei giochi da quegli adulti che hanno saputo solo sfruttarlo nella sua grandezza e mai aiutato nelle sue difficoltà. A testa alta ha sempre affrontato tutti con un dribbling e una risata senza mai piegarsi al potere e ad una realtà troppo falsa per chi ancora guardava il mondo con gli occhi di un bambino. Nino e Diego, due figli della povertà che hanno vinto, hanno avuto destini simili provenienti da due mondi tanto lontani geograficamente ma incredibilmente vicini dal punto di vista sociale. Forse per questo Diego,a Napoli, si è sempre sentito a casa e per i napoletani è stato come un figlio o un fratello poi i successi sportivi hanno consolidato quel legame in modo indissolubile. La morte in solitudine, la meno meritata, la più triste era di quanto più improbabile potesse capitargli essendo stato circondato da folle festanti in ogni attimo della sua vita pubblica anche se, quella privata, è sempre stata intrisa da una falsa compagnia di soli opportunisti. Quella fine improvvisa e imprevista ha squarciato l'anima di tutti coloro lo hanno amato dando vita a manifestazioni di affetto e di disperazione in ogni angolo del pianeta. Ma come succede per i grandi, quella data, ha rappresentato solo il giorno in cui il mito è diventato leggenda perché per certi uomini la morte non esiste, non può esistere l'oblio per cotanta grandezza. Nino, con questo brano, ha salutato l'amico, l'uomo terreno e lo ha fatto in maniera estremamente toccante e sincera in dimostrazione all'attaccamento ed al ricordo indelebile che quel piccolo grande uomo ha saputo meritarsi nella sua avventura su questo mondo ed, in particolare, nella sua gloriosa parentesi napoletana. Il nostro ringraziamento va al Maestro D'Angelo per aver voluto condividere con tutto noi questo personale ed intimo ultimo abbraccio a cui non possiamo non unirci appassionatamente.

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2 novembre 2021 2 02 /11 /novembre /2021 00:01

"Il nostro concerto" è un brano che ha segnato la storia della musica italiana e che ancora oggi, a più di cinquant'anni dalla sua incisione rimane uno dei pezzi più rappresentativi della musica italiana ed, in particolare, del suo raffintato interprete e compositore: Umberto Bindi. Esponente di spicco della grande scuola cantautorale genevose, Bindi, nonostante il suo indiscusso talento non ha avuto vita facile in un mondo discografico e mediatico cinico e sempre pronto a colpire le anime più sensibili. La sua dichiarata omosessualità, infatti, ebbe fin da subito, per i detrattori, molto più peso della sua arte a partire da quando, nel 1961, in seguito alla sua partecipazione al Festival di Sanremo, i giornali misero in risalto l'anello che l'artista portava al dito trascurando quasi del tutto il brano, "Non mi dire chi sei" proposto alla kermesse insieme a Miranda Martino. Da quel momento in poi, nonostante la stima dei colleghi ed i tanti successi scritti per i più grandi artisti dell'epoca, Bindi, subì una ostruzione indegna che ne colpirono l'artista e soprattutto l'uomo. La sua spiccata sensibilità, infatti, non gli consentì di reagire nella maniera giusta e, tra l'indifferenza di un settore a cui aveva dato tanto, trascorse gli ultimi anni di vita in povertà prima che il sopraggiungere di problemi di salute lo portassero alla morte nel 2002. In pochi, nel mondo musicale e mediatico, gli rimasero vicino in quegli ultimi anni cercando di aiutarlo moralemente oltre che economicamente. Fra questi ci fu sicuramente Gino Paoli che si fece promotore di una campagna mediatica che permise a Bindi di ricevere, per pochi mesi prima della morte, i benefici della legge Bacchelli, destinata agli artisti in difficoltà. L'appello di Paoli venne, quindi, diffuso e accolto da molti esponenti dello spettacolo ma per troppi anni, gli stessi elementi, avevano praticamente dimenticato Bindi e le sue opere. Non fu così per Renato Zero, che lo riportò al Festival di Sanremo nel 1996 donandogli "Letti", un capolavoro che aveva nel cassetto e producendo un nuovo disco per l'artista ligure e, allo stesso modo, lo stesso Pippo Baudo che lo volle in quella edizione restituendogli con quell'ultima ovazione popolare, almeno in parte, quello che per tanti anni gli era stato negato. Una vita artistica, oltre che umana, completamente ostacolata, quindi, che non ha permesso però che il suo nome venisse cancellato dalla storia della grande musica italiana. Di questa storia, infatti, Umberto Bindi ne è parte integrante grazie a perle di pura poesia che ha lasciato lungo il suo percorso impreziosendo la discografia e la carriera di tanti grandi nomi della nostra musica che anche a lui devono la loro fortuna. Alcune di queste perle, però, Bindi le ha tenute per se ed il caso, appunto di "Il nostro concerto" scritta con il fidato paroliere Giorgio Calabrese nel 1960 e pubblicata perima in un 45 giri e poi nell'album "Umberto Bindi" del 1961. Il brano, dalla struttura sinfonica e dalla durata di oltre cinque minuti, non era in linea con i successi dell'epoca ma ebbe fin da subito un grande riscontro popolare diventanto presto un classico della nostra musica. Negli anni, la canzone, è stata oggetto di diverse riproposizioni da parte di artisti come Peppino Di Capri, Jimmy Fontana, Franco Simone, Massimo Ranieri e tanti altri fino alle più recenti reinterpretazioni regalate da Claudio Baglioni, Morgan e da Renato Zero. Un brano, quindi, che non avrà mai fine e che resterà sempre un indelebile segno del passaggio, in un questo cinico mondo dello spettacolo, di un artista unico e di un anima buona e sensibile come quella di Umberto Bindi.       

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