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  • Cronista per vari giornali locali e articolista on line da diversi anni in svariati argomenti.
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"...Ricorda Signore questi servi disobbedienti

alle leggi del branco,

non dimenticare il loro volto,

che dopo tanto sbandare,

è appena giusto che la fortuna li aiuti,

come una svista, come un'anomalia, come una distrazione,

come un dovere..."

Fabrizio De André & Ivano Fossati - Smisurata preghiera

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22 luglio 2020 3 22 /07 /luglio /2020 23:01

"Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers" noto anche come "Carlo Martello" è un brano molto particolare ed è anche il primo che consente a Fabrizio De André di avere un poco di notorietà visto che siamo nel 1963 quando ancora Faber non aveva lanciato i suoi grandi successi. A comporre questo brano, inciso insieme a "Il fannullone", fu l'amico Paolo Villaggio, anch'esso sconosciuto all'epoca. I due, in un giorno di pioggia del novembre 1962, attendevano la nascita dei loro figli che videro poi la luce nello stesso giorno e per ingannare il tempo Fabrizio prese la chitarra e fece ascoltare a Paolo una musica solenne che aveva composto. Paolo, forte delle sue conoscenze storiche, propose di scrivere una canzone su Carlo Martello, Re dei Franchi che fermò l'avanzata dell'Islam nell'ottavo secolo d.C. nella famosa battaglia di Poitiers. Villaggio, però, decise di accostare la grandezza dell'uomo e la solennità di quella musica ad un testo ironico e sarcastico sul mondo della cavalleria e della aristocrazia del tempo. Villaggio, quindi, immaginò l'atteso ritorno dell'eroe dalla battaglia che, invece, di avere pensieri alti e di grande levatura morale bramava dal desiderio sessuale dopo una lunga e forzata astinenza dovuta alla guerra. Per sottolineare ancor di più il contrasto, i due autori, scrissero il testo alternando due diversi ed opposti registri linguistici e cioè prima un linguaggio forbito e raffinato, come era d'uso nella cavalleria, e poi uno più popolare ed, a tratti, volgare. La vicenda poi narra dell'incontro del Re con una giovane donzella popolana che cede alle richieste del Sovrano prima di rivelarsi una prostituta e di chiedere il conto, per giunta salato, al sorpreso Martello. Il Re, a quel punto, con fare da cialtrone risale a cavallo e si dilegua ricordando che prima della sua partenza le tariffe delle prostitute erano più basse. L'ironica presa in gira di quel mondo aristocratico non passò inosservato poichè oltre a beffeggiare un Re di tale importanza si era trattato un argomento tabù usando, tra l'altro, termini poco consoni all'Italia bigotta dell'epoca. La canzone subì anche una censura nel verso che dall'originale: "...frustando il cavallo come un mulo, quella gran faccia da culo..." divenne: "...frustando il cavallo come un ciuco, tra glicine e il sambuco...". Nonostante ciò, a sollevare le polemiche fu un pretore di Catania soprattutto per il verso ritenuto immorale che recitava: "...E' mai possibile, o porco di un cane, che le avventure in codesto reame debban risolversi tutte con grandi puttane...". In questo modo, però, De André iniziò ad avere una certa visibilità e si può dire che quelle polemiche hanno, quindi, giovato alla storia culturale del nostro Paese che avrebbe potuto non accorgersi mai di un tale artista. L'apporto di Villaggio nella carriera di De André è stato , quindi, fondamentale anche se appare poco probabile che un genio di tale smisurata fattezza sarebbe potuto restare nell'ombra ancora per molto. La collaborazione artistica con Villaggio, però, si concluse con questi due brani presenti in questo 45 giri mentre la loro amicizia sarà forte e sincera fino alla scomparsa del cantautore.

   

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21 luglio 2020 2 21 /07 /luglio /2020 23:01

"Una donna" è un brano realizzato da Aleandro Baldi, Civai all'anagrafe, nel suo ultimo lavoro di inediti "Liberamente tratto" del 2007. La canzone ci parla della presa di coscienza di un uomo che riscopre l'amore in quella donna che aveva accantonato per cercare nuove, fasulle ed illusiorie emozioni. L'uomo si accorge che quella donna, mettendo da parte l'orgoglio ma mai perdendo la propria dignità, ha continuato ad amarlo pur non avendo la certezza di riconquistarlo. Ciò però accade presto grazie a quella grande forza emanata da un sentimento disinteressato, sincero e pulito che chiede solo il suo tempo per dare i frutti sperati. La tenacia e la determinazione della donna hanno raggiunto quell'obiettivo sperato solo grazie alla purezza di quel sentimento che, altrimenti, non avrebbe svegliato dall'effimero sogno quell'uomo tanto amato. Resosi conto di ciò, il protagonista, cede inerme e meravigliato alla forza dell'amore e confida nel tempo che gli darà la possibilità di amare a fondo quella donna come merita davvero. L'uomo, quindi, abbandona ogni illusione utopica e si auspica solo di conquistare e meritarsi quella donna che gli ha fatto conoscere la vera ed infinita forza dell'amore. Un gran bel testo, quindi, che si appoggia sulle tipiche melodie espresse da Baldi lungo la sua carriera e gode, come sempre, di una sentita e raffinata interpretazione da parte di un artista troppo spesso dimenticato dai media.

 

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Aleandro Baldi

 

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20 luglio 2020 1 20 /07 /luglio /2020 23:01

"Gli Squallor" è una canzone scritta e cantata da Federico Salvatore per l'album "L'azz 'e bastone" del 2000. In un periodo intermedio della sua carriera in cui alterna canzoni demenziali ad altre serie, Federico, con questo brano ci spiega le sue origini artistiche e ciò che l'ha spinto ad intraprendere una determinata strada. Prima di tutto arriva la passione del giovane artista per il gruppo degli Squallor, formato, in una sorta di complotto, da quattro amici e allo stesso tempo grandi nomi della musica italiana che attraverso questo progetto, in cui i nomi degli autori non venivano rivelati, si lasciavano andare liberando la loro creatività senza freni dovuti alla censura o ad una certa etica morale. Gli Squallor nascono nel 1971, nell'epoca delle canzonette d'amore e dei grandi cantautori, e fin da subito le loro proposte fanno scalpore ed attirano l'attenzione di un pubblico divertito e scandalizzato allo stesso tempo data la mentalità ancora poco aperta dell'epoca. Le canzoni degli Squallor stracciano via quel velo di ipocrisia e di falso moralismo iniziando ad usare parole forti che, però, già rientrano in un certo gergo giovanile e che, quindi, rappresentano una realtà molto più vera da quella esposta nelle canzonette da juke-box. Come detto, i componenti del gruppo, erano nomi molto noti nell'ambiente musicale erano infatti: Daniele Pace, paroliere e compositore morto nel 1985, Gaetano "Totò" Savio detto "Il maestro", cantante, musicista, autore, produttore scomparso nel 2004, Giancarlo Bigazzi, autore e produttore morto nel 2012 ed Alfredo Cerrutti, produttore ed autore, unico ancora in vita della formazione base. A questi poi vanno aggiunti Elio Gariboldi, che lasciò il gruppo dopo poco, morto nel 2010, Gianni Boncompagni, membro "occulto" del gruppo e Gigi Sabani che ha sostituito la voce di Savio nell'ultimo album "Cambiamento" in seguito ad un intervento subito dal celebre maestro che gli compromise le corde vocali. I pezzi forti e coloriti degli Squallor catturano l'attenzione anche di Federico Salvatore che dai banchi di scuola inizia a pensare ad un futuro artistico e seguendo le orme dei suoi Squallor capisce che per farsi notare deve eccedere con un certo tipo di volgarità. Mettendo in pratica questo progetto Federico subito viene notato da Maurizio Costanzo ed inizia ad entrare in quel giro che lo porta in fretta alla notorietà. La sua musica demenziale, come quella degli Squallor, colpisce ma come nel gruppo degli anni '70 anche dietro Federico c'è una profonda cultura musicale ed una grande capacità autoriale. Tutto ciò, in quegli anni si nota poco e quando Federico inizia a proporre una musica diversa, molto più importante, viene snobbato fino ad essere fatto fuori del tutto in seguito alla sua canzone-denuncia "Se io fossi San Gennaro". Federico, che avrà anche la fortuna di conoscere e collaborare con Giancarlo Bigazzi per diversi anni, da adulto si rende conto del perchè era così attratto da quella musica demenziale: non era la volgarità in sè a sorprenderlo ma quella libertà di espressione che fino ad allora era repressa e che solo gli Squallor hanno saputo liberare. Ed è questo il messaggio che Federico intende far passare con questo brano è cioè che "...il pretesto della volgarità è forse il primo segno della libertà...".  

 

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19 luglio 2020 7 19 /07 /luglio /2020 23:01

"Invisibili" è uno degli ultimi capolavori venuti fuori dalla penna di Cristiano De André, cantautore mai ripagato abbastanza mediaticamente per l'inevitabile e, spesso, naturalmente penalizzante confronto con l'illustre padre Fabrizio. Proprio questa sofferenza nel dover fare i conti con un cognome così pesante, volendo seguire, per amore e per virtù, la stessa strada artistica è una delle costanti che ritroviamo nel cammino discografico dell'artista genovese ed anche in questo brano non mancano tali riferimenti. Anche se non espressamente dedicato alla figura paterna, in questa canzone, scritta con Fabio Ferraboschi la presenza di Faber si sente e anche in maniera forte. Già l'atmosfera e l'uso del dialetto genovese nel ritornello rimandano a quelle celebri arie di "Creuza de ma", oltre ad elementi palesi in cui si fa riferimento all'inquietudine, ad un rapporto difficile fatto di incomunicabilità, della propensione al trattare tematiche scottanti con il verso "Tu abitavi in via dell'amore vicendevole..." fino alla chiara affermazione "...la mia incudine era un cognome inesorabile...". Inoltre si fa riferimento alla dipendenza dall'alcool che ha causato problemi ad entrami. Il tutto, come detto, raccontato sotto le immagini di una Genova degli anni '80, in cui Cristiano viveva la sua giovinezza tra le problematiche che quel tempo riservava alla sua generazione. Lo stesso artista ha spiegato questo brano con queste parole: "Invisibili racconta le esperienze che ho vissuto in prima persona durante la mia giovinezza. Racconta di Genova e dell'Italia in quel periodo in cui i giovani si erano messi in moto per sovvertire la cappa clerico-fascista-democristiana che aleggiava sul paese. Poi ci ha pensato la droga, l'eroina a piegare una generazione". Da questo contesto storico quindi nasce l'inadeguatezza di questi giovani rappresentata da De André e la loro invisibilità agli occhi del mondo. Un capolavoro assoluto pubblicato nel 2014 nella riedizione dell'album "Come in cielo, così in guerra", inciso nel 2013,in seguito alla partecipazione al Festival di Sanremo con il suddetto brano e con "Il cielo è vuoto". Per la cronaca, dell'inizale doppia esecuzione il televoto premia, la pur bella, "Il cielo è vuoto", scartando fin da subito "Invisibili" e provocando rammarico a De André che, giustamente, credeva molto in questo brano. Ironia della sorte o giustizia divina, ha voluto che proprio "Invisibili", anche essendo stata ascoltata una sola volta sul palco dell'Ariston, riceverà sia il Premio della Critica che quello del Miglior Testo risultando, quindi, il vero brano vincitore del Festival aldilà dell'oscuro e poco affidabile meccanismo del televoto. Con "Il cielo è vuoto", invece, l'artista arriverà settimo in classifica. In ogni caso, il brano, è una di quelle perle che rimarrà per sempre nonostante Festival, televoti e meccanismi discografici perché è uno di quei pezzi che restano dentro e che continueranno sempre a volare sulle ali delle nostre emozioni.   

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18 luglio 2020 6 18 /07 /luglio /2020 23:01

"Fortuna" è un bellissimo brano presentato da  Luca Barbarossa al Festival di Sanremo del 2003 e poi inciso nell'omonimo album dello stesso anno. Se dal punto di vista musicale ci sono somiglianze con la celebre  "Il bandito e il campione" di Francesco De Gregori, il testo è originale e molto profondo. Scritta dallo stesso cantautore romano, la canzone, è ambientata in un villaggio di nomadi in cui il protagonista attende il suo turno per "ballare" con quella che chiama in maniera poetica la sua "...Dea dell'amore...". In questo contesto gitano, il protagonista si perde nell'affascinante atmosfera di un luogo ove non si teme neanche la morte. Qui ognuno vive di espedienti, c'è chi legge mani vendendo illusioni e chi, invece, ha affari più loschi. Ma, in quel tipo di comunità, tutto sembra normale e non fa specie la presenza di matti o di zingari che, senza troppi pensieri, vivono la loro vita tra polvere e stelle. Al centro di questo luogo dimenticato dal tempo c'è lei, Fortuna, che canta mentre "...insegna l'amore al suo terzo cliente...". Il protagonista ascolta il suo canto in questa notte magica che regala sorrisi anche a chi non ha davvero nulla per sorridere, nè soldi nè pane. Eppure, tutto pare illuminato di una luce particolare che si accende ancor di più quando tocca a lui cogliere quel fiore e "ballare" perdendosi in quei fianchi della sua dolce Dea dell'amore al punto che, lo stesso protagonista ipotizza che, quella notte ad amare Fortuna "...c'è anche Dio col suo sgaurdo...". Una esagerazione forse che, però, fa capire bene ciò che l'autore intende rappresentare descrivendo quella situazione surreale per certi versi, ma profondamente reale e cruda. Un testo affascinante che ci fa dimenticare che la protagonista sia una prostituta facendola davvero passare come una dispensatrice di amore, gioia e sorrisi. Una bellissima canzone non premiata a Sanremo, dove è arrivata decima, e nemmeno molto fortunata sul mercato discografico un po' come il suo autore che, a differenza di altri pseudo-artisti osannati dalla critica, viene spesso dimenticato dai media. Per ovviare a ciò, Luca, ha trovato però un'altra strada reiventadosi conduttore radiofonico e proponendo qualità è diventato uno dei punti saldi della programmazione di Radio2. Nonostante non sia mai stato promosso quanto la sua arte meritava, però, Luca è riuscito a rimanere sempre trai i big della nostra musica e non ha mai perso quella visibilità che ci permette ancora di godere, di tanto in tanto, della sua bella musica. 

 

 

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17 luglio 2020 5 17 /07 /luglio /2020 23:01

"Oggi come ieri come domani" è un bellissimo brano composto ed inciso da Aleandro Baldi, Civai all'anagrafe, nel 2007 per l'album, tanto bello quanto sfortunato, "Liberamente tratto", lanciato anche sul mercato internazionale con il titolo di "Ricomincio da qui". Un album sfortunato come detto o, meglio, non diffuso nè promosso a sufficienza per il solito incomprensibile comportamento che i media riservano ad Aleandro. Radio e televisioni, infatti, di questo tentativo di rilancio, dopo diversi anni di silenzio dell'artista, se ne sono completamente fregati a parte qualche apparizione dovuta all'amico conterraneo Carlo Conti. Eppure questo disco, se diffuso, poteva realmente restituire un grande artista alla nostra musica invece di conferirgli l'ennesima delusione da parte di un mondo dello spettacolo cinico e per niente meritocratico. Nonostante questo, però, i veri appassionati della buona musica italiana non hanno perso l'occasione di riassaporare la cifra stilistica di un grande autore ed immenso interprete come Aleandro Baldi. Questo disco, oltre a rappresentare la volontà di Aleandro di rimettersi in gioco, è anche il primo lavoro realizzato senza la guida artistica di Giancarlo Bigazzi, suo scopritore e coautore dei suoi maggiori successi. Per questo disco, infatti, Baldi collabora con Marco Luca Massini per i testi e con Maurizio Bozzi e Marco Pezzola per gli arrangiamenti. All'epoca, Aleandro, dichiarò che per la realizzazione di questo disco si era ispirato al romanzo di Jonathan Swift "I viaggi di Gulliver" del 1726 avendo scoperto che non si trattava di un testo per ragazzi bensì di una velata denuncia satirica sulle miserie e i limiti della società umana. A conferma di ciò, vista l'epoca, l'editore convinse l'autore a non firmare la propria opera ma di pubblicarla in maniera anonima per evitare ritorsioni dagli uomini di potere del tempo. Ma questo disco, come dimostra la suddetta canzone, è anche un modo per ripercorre la vita di questo artista e le sue più profonde sensazioni che lo hanno spinto a trovare nuova fiducia per ripartire con la sua musica. Rivede la sua vita come un film, Aleandro, ricordado momenti belli ed altri bui ma non dimenticando mai chi lo ha accompagnato in questo lungo viaggio dove, il protagonista, "...non sempre vince ma gli piace quel che fa...". Un testo profondo che riesce ad affascinare anche grazie alla sentita e vera interpretazione di un grande artista che, ancora una volta, rischia di cadere nel dimenticatoio a differenza di tanti altri personaggi privi di talento osannati e promossi, chissà per quali tornaconto, da radio e televisioni.

 

 

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16 luglio 2020 4 16 /07 /luglio /2020 23:01

"Il profumo del mare" è una gran bella canzone presentata da Gianni Bella, conosciuto più come autore che come interprete, al Festival di Sanremo del 2001 ed incisa nell'omonimo album. Come detto, pur avendo pubblicato molti album fin dagli '70, Gianni Bella è noto al grande pubblico soprattutto come autore e compositore delle canzoni della sorella Marcella oltre che per Adriano Celentano per il quale, ad esempio, ha scritto la stupenda "L'emozione non ha voce" divenuta poi un cavallo di battaglia del molleggiato. Agli inizia della sua strada artistica, Gianni Bella faceva squadra con Giancarlo Bigazzi, altro grade autore con il quale, ad esempio, ha scritto la celebre "Montagne verdi" con la quale lo stesso Gianni accompagnò la sorella sul palco dell'Ariston nel 1972. Negli anni a seguire, Marcella si afferma tra i grandi interpreti e Gianni prosegue la sua strada da solista con risultati altalenanti. Già negli anni '80, Gianni, inizia a lavorare sempre di più dietro le quinte ed affiancandosi ad un altro grande autore come Giulio Rapetti in arte Mogol intraprende la strada che lo vedrà eccelso componente di una squadra artistica unica che vede come frontman proprio Adriano Celentano. L'amore per il palco, però, non abbandona Gianni e, di tanto in tanto, si ripresenta anche in qualità di interprete come nel suddetto caso del 2001 o come nel 2007 dove si unirà alla sorella Marcella per presentare, sempre a Sanremo, "Forever per sempre". "Il profumo del mare", splendida canzone scritta proprio insieme a Mogol che racconta di un uomo affranto dalla brusca ed inaspettata conclusione di una importante storia d'amore, si piazza solo dodicesima ma resterà comunque una esibizione di rara bellezza ed intensità poetica. Nel 2010, Gianni, è stato colpito da un ictus che ha fatto temere il peggio ma, per fortuna, grazie anche all'affetto dimostratogli sia dalle persone care che dal mondo dello spettacolo, l'artista è stato dimesso dopo sette mesi in seguito ai notevoli miglioramenti ottenuti. Oggi, Gianni, ha ripreso a lavorare al fianco di Mogol per nuovi progetti artistici.  

 

 

 

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15 luglio 2020 3 15 /07 /luglio /2020 23:01

"Guagliune" è un brano molto bello inciso da Peppino Di Capri, all'anagrafe Giuseppe Faiella, nel 2007 per l'album "Ad occhi chiusi... Napoli". Scritta dallo stesso cantautore caprese in collaborazione con C. Caramiello, la canzone è un accorato appello ai ragazzi di Napoli affinchè non perdano la speranza in un futuro che diventa sempre più incerto nella pur splendida "cartolina" partenopea. Purtroppo esistono ancora tanti pregiudizi che penalizzano, senza reali motivi, chi ha i natali in questi luoghi. C'è ancora un prezzo da pagare per essere nati in un vero paradiso terrestre come Napoli e Peppino, figlio di queste terre, conosce bene queste situazioni e cerca, con fare paterno, di incoraggiare i giovani a trovare, anche in questa città, la propria strada senza perdere mai la speranza di avere un futuro. Ma Peppino, con questo brano, vuole anche mettere in guardia i ragazzi napoletani dalle brutte strade che si possono intraprendere in momenti di difficoltà e di debolezza. Un canto sentito, quindi, quello di Peppino che parla ai ragazzi di Napoli come con i propri figli o nipoti mettendo in chiaro ciò che rappresenta essere figli di Napoli in questo particolare momento storico. Alla fine dei conti, però, nonostante l'ingiusto prezzo da pagare, rimangono sempre tanti aspetti positivi nell'essere nati in un terra con la storia, la tradizione, la bellezza e la cultura di Napoli. Di Capri, infatti, alla fine invita i giovani a cercare qui la propria speranza. Un capolavoro assoluto, quindi, che nasce dalla penna di un vero artista di questa terra.

 

 

 

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14 luglio 2020 2 14 /07 /luglio /2020 23:01

E' il 2000 quando, dopo diversi anni di assenza dalle scene, Gerardina Trovato si ripresenta al 50° Festival di Sanremo con "Gechi e vampiri", un brano che già dal titolo richiama a situazioni non proprio positive o solari anche se, in realtà, la canzone pur essendo un chiaro riferimento autobiografico su di una fase poco felice dell'artista, vuole essere un punto di svolta ed una rinascita fisica e morale. Il cambiamento, infatti, parte dal look, capelli più lunghi e qualche chilo in meno che fanno addirittura girare voci tra i media di una malattia che, per fortuna, non c'è mai stata. Oltre al look, però, Gerardina vuole rinascere dal punto di vista artistico riprendendo quel discorso che aveva accantonato qualche anno prima. Per fare questo, l'artista siciliana, scrive "Gechi e vampiri" insieme a Tom Sinatra e racconta gli anni più bui della sua vita. Nel brano, la cantautrice, confessa la sua vita irregolare fatta di sporche routine e compagnie sbagliate che gli avevano fatto smarrire la sua strada fino a che "...anche i sogni si fanno i bagagli e un bel giorno non li cerchi più...". Una confessione sincera che va inoltrata con delle più recenti dichiarazioni, trattate in maniera specifica in un altro articolo, dell'artista che era costretta, per motivi economici e mediatici, a glissare sulle voci di una sua presunta bisessualità dovute solo al look dell'artista ai tempi di "Non ho più la mia città" e rimanendo, quindi, ostaggio dei discografici che la constrinsero anche alla partecipazione al reality "Music Farm" del 2005. Restando, però, al 2000 e non conoscendo ancora queste rivelazioni apparve evidente che Geradina avesse superato quella fase cupa e che si stesse aprendo per lei una nuova vita anche dal punto di vista artistico. Inoltre, la canzone a Sanremo va benissimo e rischia di vincere poichè risulta prima dopo la votazione della giuria popolare. Sarà, invece, la giuria di qualità a penalizzare l'artista portandola al definitvo sesto posto. La classifica, però, non è un problema e nonstante la presunta crisi di nervi avvenuta in albergo prima delle votazioni popolari, rivelatesi poi positive, e il giusto rammarico per la mancata vittoria Gerardina si dice rinata e pronta a riconquistare il suo posto nel panorama musicale italiano. L'album "Gechi, vampiri e altre storie" arriva ad ottenere il disco di platino ma dopo un po' la sua carriera torna nell'anonimato fino alla partecipazione "forzata" a "Music Farm" che non offre alcun slancio alla sua carriera. Negli anni successivi ci sono delle altre pubblicazioni poco fortunate ma solo dopo le suddetti recenti dichiarazioni si è riuscito a capire il perchè di questi repentini alti e bassi. Ora l'artista si è liberata da questa gente che le ha compromesso la carriera e la vita e sta lavorando ad un nuovo disco oltre che ad un libro sulla sua vita dal quale pare, dovrebbe essere realizzato anche un film. Non resta, quindi, che augurare che gechi e vampiri non facciano più parte della vita futura di una artista dall'indiscusso talento.

 

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Gerardina Trovato 

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13 luglio 2020 1 13 /07 /luglio /2020 23:01

"Hotel Supramonte" è un brano scritto da Fabrizio De André riadattando una composizione del 1978 di Massimo Bubola che portava per titolo "Hotel Miramonti". La canzone venne poi inserita nel decimo album del cantautore genovese del 1981 che non ha un titolo ma che viene identificato come "L'indiano" per la raffigurazione presente in copertina che è un opera di Frederic Remington. Il brano rivisitato da De André conserva la matrice sentimentale originale per poi accennare velatamente al ricordo dei giorni di prigionia e delle sensazioni provate in quei momenti passati nell'entroterra sardo. Il Supramonte è, in realtà, la catena montuosa che occupa la parte centro-orientale della Sardegna, regione nella quale, De André, aveva scelto di vivere dalla seconda metà degli anni '70. In previsione della nascita della figlia Luisa Vittoria, infatti, l'artista decise di trasferirsi nella tenuta dell'Agnata, vicino Tempio Pausania, con l'allora compagna Dori Ghezzi che, tra l'altro, sposerà nel 1989. In quei luoghi a cui De André sentiva di appartenere successe il drammatico rapimento per mano della così detta Anonima Sequestri nella serata del 27 agosto 1979. I due artisti vennero tenuti prigionieri alle pendici del Monte Lerno presso Pattada per ben 4 mesi prima di essere rilasciati, Dori il 21 dicembre e Fabrizio il 22, grazie al pagamento del riscatto effettuato in larga parte dal padre di Fabrizio, Giuseppe, di circa 550 milioni di lire. La brutta esperienza, però, non portò Fabrizio ad odiare quella terra, anzi, quel territorio continuò ad ispirarlo ed in questa atmosfera surreale nacque il suddetto album che vive sul parallelismo che lega il popolo sardo ai Pellerossa, entrambi vittime oppresse dai loro colonizzatori. Anche per i rapitori, De André, si mostrerà comprensivo concedendo loro il perdono anche nelle fasi processuali e provando addirittura pietà per chi, come quella gente, è costretta ad una simile condizione di vita. Proprio in merito a queste persone, infatti, De André appena il giorno dopo il rilascio ebbe la lucidità di commentare così:"Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai". Queste parole di pietà nascono anche da alcuni comportamenti che i rapitori avevano riservato ai loro "ospiti" e cioè quelli di permettere ai due di stare per diverso tempo slegati e senza bende. Di chi, invece, De Andrè non avrà mai pietà sono i mandanti di quel sequestro poichè persone agiate e prive di scrupoli. Quel luogo inospitale, quindi, anche rifugio per i latitanti del posto nella poetica di De André divenne un Hotel dove soggiornare in compagnia della propria partner pur esprimendo un forte senso di solitudine e di rassegnazione. Nel brano, infatti, non si attende altro che questo momento passi in fretta:"...Passerà anche questa stazione../..come passa il dolore..." per mano di quel "signore distratto" con cui viene rappresentato il tempo in quei lunghi istanti vissuti per centodiciassette giorni. Un grandissimo pezzo che ricorda un momento tragico della vita di De André e di Dori Ghezzi vissuto, però, con grande dignità. Secondo Bubola, coautore del brano, negli anni la canzone perderà il riferimento a quei giorni drammatici per tornare ad essere ciò che era in principio, ovvero, una pura canzone d'amore vissuto anche se, appare difficile, per chi conosce la storia e la vita di De André dimenticare che questa canzone e questo intero album siano frutto anche di quei lunghi mesi di prigionia.

 

 

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Dori Ghezzi

Fabrizio De André

Luvi De André

Massimo Bubola 

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