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"...E chissà se è solo un gioco,

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14 febbraio 2021 7 14 /02 /febbraio /2021 00:01

"Chesta sera" è un classico del repertorio di Nino D'Angelo. Uno dei brani più noti dell'artista napoletano che è stato inciso nel 1997 nell'album "A nu passo d''a città" oltre poi ad essere ripreso in varie raccolte. Il testo rappresenta la tristezza di un uomo che non riesce ad assorbire una storia d'amore finita e che, in una malinconica serata, ricordando i suoi occhi la rievoca palesando l'estremo bisogno che ancora ha di riavere quella donna al suo fianco. Il protagonista prova, quindi, a dimenticare la verità con l'aiuto dell'alcool ma nulla può davvero distoglierlo da quel pensiero. L'autore si chiede in quale altro amore, in quale altra storia, la "sua" donna si nasconda in questa serata particolamente dura dove l'unica cosa che vorrebbe è proprio lei: "Addo' staj...addo' staj...dint''a quale ammore t'annascunne chesta sera ca je vulesse sul'a tte...". Un grande brano che, probabilmente, non ha avuto il giusto riscontro a livello nazionale a causa di una non adeguata diffusione mediatica. Nonostante ciò, però, il brano gode di grande fama soprattutto nel Sud d'Italia dove D'Angelo è ritenuto, giustamente, tra i grandi della nostra musica e, probabilmente, l'ultimo grande autore ed interprete della vera musica napoletana di qualità. Infatti, D'Angelo, è tra i pochi a conservare la tradizione della musica popolare napoletana senza mai cedere alla più favorevole prosettiva dal punto di vista commerciale di cantare in italiano. Probabilmente in tal modo potrebbe vendere di più sull'intero territorio nazionale ma tradirebbe la sua natura, cosa che non ha mai fatto nemmeno al Festival di Sanremo, dove si è sempre esibito in napoletano pagando, evidentemente, in fase di voto il prezzo di questa scelta. "Chesta sera", ripresa in seguito anche da Monica Sarnelli, è solo uno dei grandi successi di un artista che ha sempre proposto musica di qualità e, soprattutto, con le eccellenti produzioni dell'ultimo decennio è entrato di diritto tra i grandi cantautori italiani.

 

 

 


 

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Monica Sarnelli

Nino D'Angelo     

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13 febbraio 2021 6 13 /02 /febbraio /2021 00:01

"L'arcangelo" è un brano di  Ivano Fossati del 2006 e pubblicato nell'omonimo album lanciato dal singolo "Cara democrazia". Nel disco prevale la presenza di chitarre elettriche e, proprio la suddetta canzone, ricorda, attraverso le sonorità, vecchi successi del cantautore genovese come "La pianta del tè" e "La mia banda suona il rock". Il testo parla del destino di uomini costretti a lasciare le proprie terre in cerca di un futuro e del trattamento a loro riservato da un popolo, quello italiano, che pare abbia dimenticato il proprio passato da emigranti e che non riesce, o meglio non vuole, capire le necessità di queste persone. Clandestini, quindi, che giungono nel nostro Paese dal Sud America o dall'Africa che cercano in Italia la loro America, ovvero quella speranza di costruirsi un futuro. Extracomunitari che cercando questa opportunità rischiano la vita in traversate marittime ai limiti della decenza e che, giunti sul territorio, trovano spesso una realtà molto diversa da quella sognata. Si affidano, quindi, alla fede cercando solidarietà ad un popolo talvolta troppo distratto da futili pensieri che lo distoglie dal capire che quel clandestino è un uomo come tutti ed ha gli stessi diritti di un italiano e merita di essere trattato con dignità. Una chiara immagine, quella espressa da Fossati, che ben rappresenta la realtà dei nostri giorni e che invita alla fratellanza ed alla comprensione umana tra simili. L'autore si augura che il vento cambi e che ci sia una possibilità per tutta questa gente considerata di serie b. Si auspica un futuro diverso del mondo che salvi queste persone da questi ignobili e mortificanti destini. L'ennesima prova, quindi, della sensibilità e della maestria di uno dei più grandi autori del nostro tempo che ha saputo, negli anni, mostrarsi sempre un impeccabile fotografo della realtà. Una eccellenza del nostro Paese che ha scritto alcune tra le pagine più importanti della nostra musica italiana di qualità. 

 

 

 


 

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Ivano Fossati

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12 febbraio 2021 5 12 /02 /febbraio /2021 00:01

"Luca era gay" è un brano con il quale  Giuseppe Povia si presenta al Festival di Sanremo nel 2009 e già alla sola presentazione del titolo si infiammano le polemiche tra l'artista, la commissione che aveva ammesso la canzone alla gara e le associazioni omossessuali a cui appare evidente, dal titolo, che nella canzone l'omossessualità venga trattata come una malattia dalla quale il protagonista della stessa sarebbe guarito. Si susseguono, quindi, cortei, manifestazioni e dichiarazioni per evitare che Povia canti a Sanremo soprattutto da parte dell'Arcigay guidata da Franco Grillini che si appellerà anche al conduttore della manifestazione Paolo Bonolis affinchè siano preservati i diritti degli omossessuali. Bonolis, conoscendo l'entità della canzone, si schiera con Povia ma le polimiche non si placheranno nemmeno dopo l'esecuzione del brano ritenuto offensivo dai gay. Ma il testo, come spiega Povia, non parla dei gay in generale ma racconta la storia di una persona singola, un certo Massimiliano, che l'artista dice di aver conosciuto in treno e che a causa di una situazione familiare e di una fragilità emotiva viveva una condizione sentimentale, psicologica e sessuale confusa che lo spinse ad avere esperienze omossessuali prima di scoprire, grazie ad una donna, la sua vera natura. Il disagio provato dal protagonista nel relazionarsi con le donne, infatti, nasceva dall'oppressione di una madre morbosa che, dopo l'abbandono del marito, precludeva, per gelosia, al figlio di frequentare altre donne e lo invitava a non sposarsi mai solo per il proprio personale fallimento in tema di matrimonio. In tutto ciò, Luca, era condizionato ed evitava amicizie femminili per non tradire la figura materna e quando si trovò ad avere le prime esperienze con gli uomini credette di aver trovato l'amore. Nel contempo, però, il disagio interiore non si placava ed il ragazzo era sempre alla ricerca della propria personalità ormai smarrita con la mancanza di una guida paterna e la presenza ingombrante della madre. Tutto si risolse, però, durante una festa dove per caso l'uomo conobbe una donna e con essa la sua reale natura. L'omossessualità, quindi, non viene trattata come una malattia come asserivano le associazioni gay bensì come un passaggio momentaneo della vita di questa persona avvenuto in un momento di confusione prima di scoprire davvero il suo destino e, con esso, qualle serenità tanto ricercata. Una storia personale ed unica che non può essere confusa come un trattato generico sull'omossessualità. Per tali ragioni, la canzone tra l'altro ben scritta, è stata giustamente ammessa al Festival dove si è piazzata seconda vincendo anche il premio della sala stampa radio-tv. A conferma della qualità del brano arriva, per Povia, anche il Premio Mogol come miglior testo dell'anno. Il brano sarà incluso nell'album "Centravanti di mestiere" e raggiungerà il terzo posto nelle classifiche di vendita. Da sottolineare, inoltre, nell'esecuzione del brano la voce femminile di Monica Russo che accompagna Povia e che chiude il brano attraverso un particolarissimo assolo vocale. La partecipazione a Sanremo sarà ricordata anche per i cartelli che Povia mostrava al pubblico al termine di ogni performace e che indicavano frasi del tipo: "Nessuno ha sempre ragione" o "Ognuno difende la sua verità".  Un ottimo brano, quindi, che conferma le capacità autoriali di Giuseppe Povia e che difende la libertà di pensiero e di espressione che deve avere un artista, in questo caso un cantautore, per la realizzazione delle loro rappresentazioni. Il cantautore, infatti, non può aver maggior pregio che quello di smuovere il pensiero e, quindi, di suscitare dibattito e riflessione affinchè, la canzone, non risulti banale e non si esaurica in quei quattro, cinque minuti dell'esecuzione bensì che sia capace di lasciare qualcosa nell'anima e nella mente di chi l'ascolta e non si può dire che Povia, con questo brano, non abbia raggiunto tale obiettivo. 

 

 

 


 

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Giuseppe Povia

Sanremo Story

 

 

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11 febbraio 2021 4 11 /02 /febbraio /2021 17:07

Pubblicato in questi giorni la seconda ed ultima parte del progetto "Lovestronauta" lanciato la scorsa estate da Salvatore Messina, vero nome del cantautore Salvoemme. Il centro del viaggio, come si intuisce dal titolo, è l'amore, sentimento da sempre fulcro del mondo ed infinito tema di ispirazione per ogni artista. Un tema ricorrente ed allo stesso tempo difficile da trattare da un cantautore proprio per il rischio di cadere nel banale, nel retorico o, semplicemente nel poco originale. Rischio che però, Messina, schiva abilmente grazie ad un lavoro di ricerca sia musicale che testuale evidente. Si propone anche in inglese e nel suo dialetto siculo in questo lavoro che però non si distacca, per la sua totalità, dalla cifra stilistica a cui ci ha abituato e cioè un pop vintage in veste moderna che affascina ed apre la mente attraverso le sue tematiche. L'amore, infatti, pur essendo il cuore di entrami i capitoli del suddetto progetto viene trattato da diversi punti di vista e va ad abbracciare discorsi più ampi andando a scavare nell'essenza del nostro vivere. Tra i vari brani, tutti interessanti, colpisce dai primi ascolti "Come stai?", un chiaro esempio dello stile dell'autore in cui convivono strofe melodiche tipiche del cantautorato italiano ed un ritornello in chiave rock decisamente più incalzante. Armi sonore che, si alternano e, talvolta, si fondono nei vari brani rendendo davvero interessante il viaggio artistico di questo giovane cantautore. "Lovestronauta" è solo il suo secondo album in studio e già si nota una qualità superiore alla media e se questi, come di prassi, dovrebbero essere gli anni della formazione e della sperimentazione verso una maturazione artistica, Messina, non poteva forse fare di meglio. La strada è spianata ed ha un chiaro orizzonte roseo alla destinazione ma per lui, come per tanti giovani, serve trovare, lungo il cammino, persone competenti e coraggiose ancora pronte a puntare sulla qualità in un mondo discografico sempre più diretto alla repentina monetizzazione attraverso "fenomeni" creati già con la data di scadenza che a progetti a lungo termine al fine di ottenere una solida carriera per l'artista ed un prodotto di qualità per l'utenza. A Salvatore ed a tutti i giovani artisti che hanno ancora qualcosa da dire va solo il nostro augurio nel non perdere mai la voglia di provarci e non darsi mai per vinti. Mai! 

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11 febbraio 2021 4 11 /02 /febbraio /2021 00:01

"Quella carezza della sera" è un brano del 1978 ed è sicuramente il più grande successo dei New Trolls , storica band di rock progressivo nata, inizialmente con il nome di Trolls nel 1966. L'anno dopo iniziò la storia dei New Trolls con la formazione originale formata da Vittorio De Scalzi, Nico Di Palo, Giorgio D'Adamo, Mauro Chiarugi e Gianni Belleno. Nel corso degli anni, però sono stati diverse i cambiamenti e le sostituzioni definitive o momentanee avvenute nel gruppo che ha subito anche scoglimenti e reunion portando anche a lunghe trattative sull'utilizzo del marchio "New Trolls". Nel 1976, infatti, entrò a far parte della band anche Ricky Belloni che appare tra gli autori insieme a D'Adamo, Belleno, Di Palo, De Scalzi ed il produttore Sergio Bardotti di "Quella carezza della sera" e dell'intero album che la contiene "Aldebaran" che riportò il gruppo ad un grosso successo in termini di critica e di vendite sul mercato musicale. Dal 1977 e, quindi, anche per questo disco entrò nel gruppo anche Giorgio Usai. La canzone che da il titolo all'album e "Quella carezza della sera" vennero lanciate anche come singolo in un 45 giri che trainò le vendite del disco. Sebbene la lista ufficiale degli autori sia quella sopraelencata pare che siano stati D'Adamo e Belleno a scrivere la canzone di sera in una camera d'albergo per poi farla ascoltare, in un secondo momento, agli altri componenti del gruppo che ebbero un'impressione tutt'altro che positiva sulla stessa dubitando su di un possibile successo. Seconda altre voci, invece, sembrerebbe che la canzone sia nata da un'ispirazione legata al brano "If you leave me now" dei Chicago. Qualunque sia la verità sulla sua nascita, c'è da dire che questa canzone è stata per i New Trolls un vero inno. Ancora oggi, infatti, rimane dopo tanti anni di successi il loro brano più noto e quello che più rappresenta la loro lunga carriera artistica. La canzone, negli anni successivi, è stata inserita in diverse raccolte fino a dare addirittura il nome ad una di queste nel 1989. Ne venne fatta una nuova versione anche nel 1992, consolidando definitivamente il suo ruolo di perla nel proprio repertorio. Il testo parla della mancanza del padre che prova il protagonista ricordando, appunto, quella carezza della sera che rappresenta una infanzia serena e con un futuro tutto da scoprire. Infatti, nel ritornello viene proposto il dubbio del protagonista che, cresciuto, non sa più se gli manca di più quella carezza della sera o quella voglia di avventura data da una età in cui tutto era ancora in discussione e che non poneva limiti alla propria fantasia. Del padre, citato dalla canzone, non è dato sapere se la sua mancanza è dovuta al decesso o ad una separazione dalla moglie e, quindi, dal nucleo familiare. In quegli anni, infatti, in Italia si iniziavano a vedere i primi casi di divorzio e, probabilmente, gli autori del brano hanno voluto rappresentare proprio questa situazione. In ogni caso rimane un grande successo dei New Trolls e della storia di tutta la musica italiana in generale.

 

 

 


 

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New Trolls

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10 febbraio 2021 3 10 /02 /febbraio /2021 00:01

"Homo Sapiens" è un brano di  Federico Salvatore del 2002 e pubblicato nell'album "L'osceno del villaggio". Avvenuta la svolta artistica proprio con questo disco Federico Salvatore assaggia l'amara realtà del circo mediatico nazionale. Dopo aver vissuto, infatti, anni in cui grazie al suo esuberante cabaret era acclamato e voluto da tutte le televisioni italiane Federico avverte lo squallore di certe situazioni dal repentino cambiamento degli atteggiamenti di taluni personaggi in seguito alla presentazione in diretta del brano denuncia "Se io fossi San Gennaro" contenuto nello stesso disco del 2002. Preso atto di tale realtà, il cantautore napoletano, deciso a perseguire la strada del cantautorato decide, a sua volta, di prendere le distanze da quel mondo che non sente suo ed esprime questo suo pensiero e questo suo nuovo modo di vivere la popolarità in questa canzone. L'artista, da allora, si è guardato bene dal frequentare certi ambienti e certe amicizie utili a conquistare contratti e copertine ma ha seguito la strada della sua musica anche se, senza alcuna pubblicità, non ha avuto vita facile nel diffonderla. Come spiega nel testo, però, l'eventuale mancata popolarità delle sue canzoni non è tra le sue preoccupazioni poichè potrebbe cantarle anche solo per se stesso dalla sua terrazza. Federico non si riconosce in un mondo di presunti artisti che sfruttano il gossip e gli espedienti più assurdi pur di far parlare di se e, quindi, dopo essere stato in qualche modo bandito dalle tv nazionali oggi è proprio lui a rifiutare un certo tipo di spettacolo. Ovviamente non tutti i media sono ciò che raffigura l'autore ma esiste sempre chi premia la professionalità e consente la promozione di reali prodotti artistici o di personalità eccellenti della nostra cultura. Ciò che ha aiutato Federico per la diffusione dei suoi ultimi lavori è stata anche la rete internet che non ha padroni e consenti libere espressioni anche da parte di chi per radio e televisioni non ha voce in capitolo. In ogni caso, Federico Salvatore, ha mostrato un gran rispetto per l'arte e per la sua dignità non accettando di far parte di un mondo falso ed ipocrita e continuando, con umiltà e passione, la propria strada. Il nuovo successo dell'artista, quindi, è figlio solo della sua qualità artistica ed umana. Federico ha dimostrato come, quando c'è talento, l'arte può anche fare a meno della tv. Il vero peccato, però, è che uno straordinario mezzo di comunicazione e di diffusione territoriale come la televisione conceda visibilità a taluni personaggi che con l'arte e con il talento non hanno nulla da spartire togliendo spazio ai veri professionisti dello spettacolo che sono gli artisti.

 

 

 


 

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Federico Salvatore

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9 febbraio 2021 2 09 /02 /febbraio /2021 00:01

"Il timido ubriaco" è tra le canzoni più note di Max Gazzè, Massimiliano all'anagrafe, ed è anche uno dei suoi maggiori successi commerciali. Gazzè presenta questa canzone al Festival di Sanremo del 2000 dopo la partecipazione dell'anno precedente tra i "Giovani" con "Una musica può fare", piazzatosi ottavo, ma che otterrà un notevole successo dopo la manifestazione. "Il timido ubriaco" che sarà inserito nella ristama dell'album "Max Gazzè (Gadzilla)" è, in realtà, una vecchia poesia scritta dal fratello Francesco che Max ha ristrutturato cambiando alcune forme metriche per farne una canzone. "La poesia - dice Gazzè - ha già di per sè una forma armonica, una sua musicalità naturale e in questo caso mi è bastato sottolineare o dare semmai un'altra chiave di lettura a quanto già la poesia esprimeva". Al Festival, la canzone, sfiora il podio classificandosi quarta nell'edizione vinta dalla Piccola Orchestra Avion Travel con il brano "Sentimento". Il testo, in particolare, parla di un uomo innamorato di una donna sposata e per la sua timidezza non riesce a dichiararsi osservando geloso chi al momento sta al fianco della sua amata. Un uomo viscido e grezzo che non riesce ad apprezzare la fortuna di avere quella donna dal protagonista tanto desiderata, al suo fianco. Per tali motivi e per la sua estrema timidezza si rifugia nell'alcool ed in questo modo si nasconde in un finto benessere interiore, una felicità fittizzia dove cerca di trovare le parole che gli mancano:"...rido, facendo del mio riso vile nido, cercandomi parole dentro al cuore, d'amore...". Nonostante l'alcool, la timidezza, non evita al protagonista di provare rabbia che però non riesce ad esprimere all'esterno: "mi muovo come anguilla nella sabbia, che rabbia". Poi il protagonista conlude con una riflessione sul matrimonio senza amore: "Pare, che coppie unite solo sull'altare, non abbiam mai trovato le parole, da sole..." e ciò lo spinge a pensare che: "Forse domani che pianissimo le morse del matrimonio ti annaglieranno, potranno...potranno mai le mie parole esserti da rosa...". Una canzone molto particolare ed originale, quindi, come è solito proporre un'artista innovativo e fantasioso oltre che estramamente talentuoso sia in qualità di autore che come musicista come, appunto, Max Gazzè. Come detto, questo sarà il primo grande successo del cantautore dal punto di viste delle vendite sul mercato musicale. Infatti, il singolo, si rivelò il sedicesimo più venduto dell'anno. Il videoclip, invece, è stato diretto da Francesco Cabras e Alberto Molinari e vede l'artista cantare con la scena illuminata dalla sola luce di un fiammero che mantiene tra le dita e col passare del tempo, e dei fiammiferi consumati, lo si vede invecchiare. Originalità, quindi, anche nel video per un artista davvero fuori dal comune.

 

 

 


 

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Max Gazzè

Sanremo Story

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8 febbraio 2021 1 08 /02 /febbraio /2021 00:01

"Vivere" è un brano di Vasco Rossi del 1993 e pubblicato nell'album "Gli spari sopra". La canzone è stata scritta dallo stesso rocker di Zocca in collaborazione con il compianto Massimo Riva, che ha ideato l'accordo da cui è nato il progetto, e con Tullio Ferro, già autore delle musiche di "Vita spericolata". Come raccontato dallo stesso artista, il brano, è nato per caso durante un breve soggiorno dei tre autori a Villa Condulmer nel veneto. Per questo fortunato album che vinse 10 dischi di platino, già trainato dal singolo che ne da il titolo, ne è stato fatto anche un importante tour poi pubblicato in vhs. Per Vasco, già artista affermato, sono gli anni della defintiva consacrazione come trascinatore di folle e re degli stadi. Ancora oggi, i successi ottenuti da questo album in termini di vendite, rimangono record assoluto per Vasco Rossi che, nonostante tanti altri album significativi per la sua carriera, non ha mai bissato tale exploit. Il testo del brano è, nella sua semplicità, molto intenso poichè su di un giro armonico che si ripete più volte, l'autore rappresenta i diversi aspetti e le condizioni morali e psicologiche del vivere quotidiano. Assumendo uno stato riflessivo e malinconico Vasco esprime le sue riflessioni sul tempo che passa cercando di scandire le ore di una esistenza affichè si possa vivere nel modo in cui si crede ogni istante della propria vita. Poi vivere può essere come perder tempo o può essere visto come un comandamento in cui si deve solo seguire una strada già segnata da chi già ci è passato e, quindi, anche come un processo logico in cui emulando la massa si può perdere la propria individualità. Proprio in questo senso, Vasco, esprime la sua personalità ed il suo modo di vivere la vita fuori dagli schemi e senza aver alcuna cura dei giudizi altrui con il verso probabilmente più bello e significativo del brano ovvero: "Oggi non ho tempo, oggi voglio stare spento!". Un gran bel brano, quindi, in pieno stile Vasco che appare solo come una ennesima prova di un grande autore talvolta sminuito in tal senso da una certa critica per la sua immagine da rocker e per alcuni suoi comportamenti politicamente scorretti. Vasco è questo: un artista fuori dal comune che sa come attirare le masse con semplici composizioni estive ma da sempre capace di scrivere anche testi importanti che esaltano la sua matrice cantautoriale figlia della sua grande passione per alcuni dei maggiori esponenti italiani di tale corrente artistica come Fabrizio De Andrè o Francesco Guccini.

 

 

 


 

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Fabrizio De Andrè

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Vasco Rossi

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7 febbraio 2021 7 07 /02 /febbraio /2021 00:01

"C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones" è un celebre brano di Gianni Morandi del 1966 e pubblicato in un singolo insieme a "Se perdo anche te". Scritta da Franco Migliacci e Mauro Lusini, la canzone, venne presentata al Festival delle Rose in due versioni: quella di Morandi e quella dell'autore della musica e coautore del testo Lusini. Oltre a queste due versioni ne esiste un'altra sempre di Gianni Morandi del 1998 realizzata per l'album "30 volte Morandi". Inoltre già nel 1966, ci furono delle modifiche sulla stesura presentata in origine e per tale motivo la casa discograficò ritirò dal mercato la primissima verisone per diffondere la successiva che presenta un genere meno beat e l'introduzione dell'armonica. Gli arrangiamenti sono curati da Ennio Morricone come anche per l'altro singolo. Il brano poi verrà incluso nell'album "Gianni 4" del 1967. Fu da subito un grande successo ed ancora oggi rimane tra i brani più rappresentativi della ricca discografia dell'artista di Monghidoro. Il testo parla di un ragazzo americano appassionato di musica, come gran parte dei giovani, che viene richiamato dall'esercito per prendere parte alla guerra in Vietnam. Il giovane, quindi, è costretto a tagliare i suoi lunghi capelli e a lasciare la sua chitarra per imbracciare un altro strumento, ovvero il mitra. Il testo si conclude con la morte del ragazzo che lascia il suo cuore in Vietnam e di lui rimangono solo inutili e fredde medaglie. Testo intenso che esprime la crudele realtà della guerra che strappa via giovani vite nei loro anni migliori solo per la volontà di un potere che non a pietà nemmeno per i propri connazionali bensì usa le loro vite per difendere una poltrona o per assurde ambizioni di dominio. Un grande successo entrato nella storia della musica italiana e che, come tale, è stato oggetto di diverse cover come quella di Rosario Fiorello, eseguita imitando la voce dello stesso Morandi, o quella di Lucio Dalla. Ci sono state diverse cover realizzate anche da artisti stranieri come quella di Joan Baez che l'ha cantata in italiano o quelle in portoghese delle band Os Incriveis e Engenheiros do Hawaii che l'hanno esportata in Sud America con il titolo "Era um garoto que como eu amava os Beatles e os Rolling Stones" ottenendo un grosso riscontro rispettivamente nel 1970 e nel 1990. Un pezzo di storia, quindi, della nostra musica che ha contribuito ad impreziosire il patrimonio della ricca discografia di Morandi e della musica italiana in generale. 

 

 

 


 

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Rosario Fiorello

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6 febbraio 2021 6 06 /02 /febbraio /2021 00:01

"Questione di feeling" è un brano del 1985 cantato in duetto da Mina e Riccardo Cocciante e scritto dallo stesso cantautore di origine vietnamita in collaborazione con Giulio Rapetti in arte Mogol. Il brano, arrangiato da Paul Buckmaster, venne inciso in un 45 giri come singolo oltre ad essere pubblicato negli album dei due artisti "Il mare dei papaveri" di Cocciante e "Finalmente ho conosciuto il conte Dracula..." di Mina. Il singolo ebbe un grosso successo restando nelle classifiche per ben 18 settimane. Inoltre, anche l'album di Cocciante riscosse un successo strepitoso arrivando a superare le 250 mila copie vendute e venendo pubblicato, oltre che in italiano, anche in inglese, francese, portoghese e spagnolo. Mentre Mina ne eseguirà anche una versione in spagnolo nel 2007 in duetto con Tiziano Ferro per l'album "Todavìa" con il titolo "Cuestiòn de feeling" e con il testo in spagnolo realizzato da Luis Gòmez Escolar. Inoltre, la versione originale, divenne anche la sigla della trasmissione televisiva "Pentatlon" condotta da Mike Bongiorno. Il testo parla della complicità naturale di due persone il cui grado di appartenenza non è dato sapere che si lasciano andare in un espressione artistica improvvisata con la massima leggerezza contando solo sul loro feeling innato. Una complicità che gli dona la possibilità di lasciarsi andare in libertà senza alcuna forma di timore o di freno inibitorio. Cantare quasi per scherzo ciò che si ha dentro rende i due anche più sinceri poichè abbandonano incosapevolamente quelle maschere che ogni individuo si trova inevitabilmente a portare nel quotidiano. Una espressione di libertà e di verità, quindi, che viene rappresentata mediante un duetto canoro ma che può essere tranquillamente metafora di una relazione sentimentale o di un qualsivoglia rapporto interpersonale. Un grande brano nato dalla penna di due grandi autori ed eseguito da quei grandi interpreti della nostra musica che corrispondono ai nomi di Mina e di Riccardo Cocciante. Un duetto che ha fatto storia e che ci ha regalato una perla della nostra storia musicale che ancora oggi mantiene intatta la sua forza.  

 

 

 

 


 
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