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  • Cronista per vari giornali locali e articolista on line da diversi anni in svariati argomenti.
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Citazione del mese

"Se ci ritroveremo tutti in fondo al lungo viaggio,

avremo indietro l'anima, l'amore ed il coraggio.

Felice è lo stupore dopo il suono dei rintocchi,

perché so che l'infinito avrà i tuoi occhi..."

 

Enrico Ruggeri - L'infinito avrà i tuoi occhi

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16 maggio 2018 3 16 /05 /maggio /2018 17:35

"Quando qualcuno se ne va, resta l'amore intorno, i baci non hanno più, quel sapore eterno": inizia così, come una sorta di testamento, "Resta quel che resta", l'inedito postumo di Pino Daniele lanciato il 14 maggio, in contemporanea, da diverse radio nazionali. A circa tre anni e mezzo dalla morte, questo brano mai inciso, è stato tirato fuori, in forma di bozza, da Ferdinando Salzano, manager e amico storico di Pino, che lo conservava, insieme ad altri provini, dal 2009 quando, il suddetto brano, doveva far parte dell'album "Acoustic jam" poi mai pubblicato. Salzano, quindi, decide di affidare questa opera incompiuta a Corrado Rustici, musicista e cantautore che aveva in programma di fare un qualcosa con Pino senza, però, averne il tempo vista la prematura scomparsa dell'artista. Il lavoro ultimato e lanciato per precedere l'evento commemorativo "Pino è", che si terrà il 7 giugno allo stadio San Paolo di Napoli con la presenza di numerosi artisti ed amici di Daniele, assume l'aspetto di un qualcosa di magico, un messaggio che sembra provenire dall'aldilà. Il brano, però, non è un canto malinconico bensì un messaggio di serenità che rispecchia a pieno il carattere e il modo di affrontare la vita di Pino, soprattutto negli ultimi anni. La tempistica, però, con cui è stato lanciato il brano da allo stesso, tutto un altro sapore e non può che provocare brividi e grande rammarico per un addio arrivato troppo presto. In attesa della grande notte del San Paolo, e del musical "Musicanti" composto con le musiche del cantautore napoletano e che da dicembre inizierà a girare i teatri italiani, non resta che goderci questo ennesima carezza di un'artista che ha fatto epoca e che rimarrà per sempre un punto saldo della musica e della cultura napoletana e non. "Quando qualcuno se ne va, resta l'amore intorno"... infatti, Pino, intorno a te, al tuo nome, alla tua persona, alla tua arte, l'amore non avrà mai fine.  

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15 maggio 2018 2 15 /05 /maggio /2018 23:01

"Non amarmi" è un brano eseguito al Festival di Sanremo del 1992 da  Aleandro Baldi, Civai all'anagrafe, e  Francesca Alotta. Scritta dallo stesso cantautore toscano con la collaborazione di  Giancarlo Bigazzi e Marco Falagiani, la canzone, presenta tratti marcatamente autobiografici. Si parla, infatti, di un amore difficile in cui uno dei protagonisti soffre di un grave handicap, la cecità ed ha paura di essere amato solo per compassione e per pietà chiedendo alla ragazza di lasciare perdere questa storia convinto della difficoltà di questo cammino: "Non amarmi ti farò soffrire negli inverni che ci sono a volte nel mio cuore...". Il cieco teme anche che l'amore sia frutto di un diversivo, magari, nato con l'intenzione di provare una esperienza insolita e non, quindi, basato su di un reale sentimento: "Non amarmi per il gusto di qualcosa di diverso..." oppure "Non amarmi per cambiare il mondo, tanto il mondo non si cambia...". Il protagonista pur comprendendo l'amore sincero della ragazza, dunque, teme anche per il suo futuro e per gli ostacoli in cui può incorrere in una vita insieme ad un non vedente. Conosce bene il suo essere ed i momenti di forte depressione che talvolta lo travolgono e non desidera che a subirne le pene sia anche la sua compagna. Proprio il forte amore lo spinge a tenerla lontana ma la ragazza non ha paura e non vede ostacoli che non siano superabili con le ali dell'amore. Un brano straordinario che al suo debutto vince la categoria Giovani del Festival di Sanremo e subito diventa un pezzo di storia della musica pop italiana. "Non amarmi", inserita nell'album "Il sole", resta in classifica per diversi mesi occupando la prima posizione per ben 12 settimane. Nel 1999, la canzone, viene ripresa da  Jennifer Lopez per il suo disco di debutto "On the 6". La sua versione, in lingua spagnola, si intitola "No me ames" e la canta in duetto con il suo futuro marito Marc Anthony. Il testo di questa cover è opera di Ignacio Ballesteros che decide di non stravolgere il brano bensì di rimanere molto fedele all'originale. Il brano ottiene grande successo anche in spagnolo ed entra in diverse classifiche dell'America Latina ricevendo anche una nomination per i "Latin Grammy Award". Nel 2002, inoltre, Baldi nel suo "The Best of" ne ha proposto una nuova versione acustica. Una grande canzone, quindi, scritta da un autore spesso snobbato dai media che, però, non ha mai smesso di incidere nuovi album di alta qualità seppur ignorato da radio e televisioni. Dimenticarsi di un autore di tale spessore è davvero un peccato e si spera che quanto prima gli sia concessa la visibilità che merita per dargli la posssibilità di diffondere in maniera capillare la sua nuova musica oltra ai diversi successi che sono già entrati nella storia della nostra musica.

 

 

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15 maggio 2018 2 15 /05 /maggio /2018 18:20

Tommaso Primo e Liberato sono, forse, oggi le due realtà giovanili più significative del nuovo panorama musicale partenopeo. I due, in modo opposto, si sono distinti negli ultimi tempi con i loro lavori e sono stati premiati, in primis, dall'utenza telematica e, pian piano, stanno ottenendo riscontri anche da una platea più generica. Non è tutto oro, però, quel che luccica perché se Tommaso Primo ha tutte le carte in regola per seguire la scia di illustri predecessori del palcoscenico canoro napoletano, Liberato, il cantante senza volto, punta tutto sul marketing riuscendo, in un mondo dove la privacy ormai non esiste più, a nascondere la propria identità per oltre un anno. Prima o poi, evidentemente, questo enigma verrà sciolto e difficilmente, l'anonimo artista, riuscirà a mantenere quel pubblico che finora ha sapientemente affascinato e catturato col mistero e poco altro. Dal punto di vista musicale, infatti, se Primo offre un cantautorato ammaliante che miscela la tradizione napoletana ad una modernità di sonorità, tematiche e linguaggio, Liberato anche qui segue il mercato, andando in scia ai tanti "fenomeni" del momento grazie alla musica trap, originariamente nata come voce degli ambienti criminali americani e poi diventata una banale sottocategoria del rap che sminuisce anche la forza e lo spessore socio-culturale dello stesso genere. Dal punto di vista stilistico e canoro, poi, Tommaso Primo, propone originalità in un timbro vocale che può ricordare un Fabio Concato in versione napoletana con echi, per linguaggio e tematiche, che portano, talvolta a ricordare Edoardo Bennato o, esagerando, a un Pino Daniele ancora in via di maturazione. Liberato, dal canto suo, parte da un background neomelodico per poi farsi aiutare , per favorire le sonorità e celare difetti, da artifici elettronici, auto-tune, sintetizzatori e strumenti vari, che coprono o favoriscono, una vocalità che, ad oggi, appare più anonima del suo volto. Tutte queste caratteristiche, evidentemente opposte, che portano ad un risultato mediatico e commerciale molto simile esprimono lo specchio della nostra musica, della nostra cultura e della nostra società in ogni settore dove chi ha le carte in regola spesso deve lottare più del dovuto per farsi luce quando c'è chi, senza apparenti qualità, almeno non espresse finora, con il potere mediatico ed un abile mossa di marketing, conquista lo stesso obiettivo. Siamo curiosi, adesso, di vedere che futuro ci sarà per i due nella loro strada artistica. Di solito la qualità, alla lunga, paga sempre mentre il mistero, una volta svelato il trucco, scema il suo fascino a meno che, Liberato e il suo staff di marketing, non abbia in mente qualche nuova sorprendente mossa per continuare ad ipnotizzare la sua massa di seguaci.        

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15 maggio 2018 2 15 /05 /maggio /2018 15:43

"Ti voglio" è il nuovo singolo lanciato da Artù, all'anagrafe Alessio Dari, giovane cantautore romano di grandi prospettive di cui già abbiamo avuto modo di parlare in tempi non sospetti. Ebbi personalmente la fortuna di ascoltarlo dal vivo svariati anni fa ed era chiara la forza di un progetto artistico nato per volontà del produttore Alberto Quartana che convinse l'artista a riprovarci quando lo stesso aveva già pensato di abbandonare il sogno di una carriera musicale. Oggi quel progetto riparte più forte che mai ed il 25 maggio vedrà la luce il nuovo album dal titolo "Vola Ale!". Inoltre, come detto, l'album presenta una chicca che, forse, nessun giovane artista più di lui avrebbe meritato e cioè completare ed incidere un brano mai edito di Rino Gaetano, cantautore a cui Alessio da sempre si ispira. A donargli questa preziosa opportunità è stata la sorella del compianto artista Anna che, ritrovando questa vecchia traccia incompleta e mai incisa ha deciso di consegnarla nelle mani di Artù. Dari la fa sua, completa il testo e lascia, nel finale, l'inciso originale di quel refuso con la voce, da brividi, di Gaetano. Ne esce fuori "Ti voglio", una nuova esaltante prova del talento di Rino Gaetano e della caratteristica vena ironica ma non per questo banale che persuade anche le corde stilistiche di Dari. Il risultato è eccellente ed è impreziosito dal videoclip realizzato dal regista Maurizio Nichetti. Una unione che ci porta diritto in atmosfere anni '80 ma con una modernità che sorprende sempre come tutta la discografia di Gaetano che, nonostante lo scorrere del tempo, rimane sempre attuale nelle tematiche e nelle sonorità. Miglior incoraggiamento, Artù, non poteva ottenere per avviare al meglio questa nuova fase della sua strada in musica che, siamo certi, lo porterà molto lontano. In bocca al lupo! 

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13 maggio 2018 7 13 /05 /maggio /2018 23:01

"Caro babbo" è uno dei capolavori assoluti della discografia di  Marco Masini. Pubblicata nel 1990 all'interno dell'album d'esordio del cantautore toscano "Marco Masini", la canzone, è una delle più autobiografiche del suo repertorio poichè ispirata da una vera lettera di Marco mai realmente consegnata al padre che ne ha scoperto l'esistenza ed il contenuto solo attraverso la pubblicazione della canzone. Scritta in collaborazione con  Giancarlo Bigazzi e Giuseppe Dati, "Caro babbo" racconta il rapporto turbolento tra il protagonista ed il proprio padre. Dai dolci ricordi vissuti da bambino con un padre presente e disponibile, ai primi screzi dell'adolescenza dove la figura del genitore era sempre più assente come quella del marito verso la moglie arrivando a diventare quasi un nemico. Viene, quindi, raffigurato lo stato d'animo combattutto di un ragazzo diviso tra l'amore dovuto soprattutto dal legame di sangue, che vive come un dispetto, a quell'odio scaturito in seguito ai suoi comportamenti tutt'altro che affettuosi. Il protagonista, quindi, cerca di rinsaldare questo rapporto scrivendo al padre le emozioni di una vita passata insieme con la speranza di ritrovarlo come succedeva da bambino quando giocavano a nascondino. Questa speranza però è lieve poichè soffocata dai dubbi sui reali sentimenti del padre verso di lui. Il protagonista, tra le lacrime, si chiede: "Cosa aspetti ad arrivare, babbo, se mi sei amico?". Un testo struggente che riesce ad emozionare molto facilmente soprattutto grazie all'interpretazione che Masini, rivivendo queste situazioni, riesce a trasmettere a chi la ascolta. Non a caso, "Caro babbo", è la canzone più amata dallo stesso Masini che non la esclude mai dalla scaletta dei suoi concerti sia per il legame affettivo e sia per la bellezza di un testo che non può non essere definito un vero capolavoro. L'album che contiene anche "Disperato", canzone con la quale vinse nello stesso anno la categoria Giovani del Festival di Sanremo, ottiene un successo clamoroso per un esordiente arrivando a vendere più di 900 mila copie ed aggiudicandosi un disco d'oro ed uno di platino. Da questo disco partirà la sua grande storia musicale che ormai dura da oltre vent'anni passati tra successi e momenti bui ma sempre costellati da brani stupendi che sono entrati a far parte della storia della musica italiana.      

 

 

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9 maggio 2018 3 09 /05 /maggio /2018 16:25

"Tu si 'a vita mia" è uno degli inediti del cofanetto "Nino D'Angelo 6.0" ed è sicuramente da inserire tra le perle della recente discografia dell'artista napoletano. Il brano, arrangiato da Nuccio Tortora, però lascia un po' l'amaro in bocca per la durata del testo. Data la bellezza e la profondità del testo, quando lo stesso termina ed arriva la parte strumentale, viene naturale la voglia di essere ancora accarezzato dalle sue parole. Su di una base musicale curatissima e stilisticamente affascinante di quasi quattro minuti,infatti, il testo, anch'esso eccellente, non arriva ai due muniti lasciando un senso di incompleto. C'è da chiedersi solo il perché visto che ci troviamo davanti ad un pezzo che avrebbe tutte le caratteristiche per essere definito un capolavoro assoluto e per diventare un classico senza tempo. Un altro paio di strofe della stessa intensità avrebbero sicuramente rafforzato il messaggio e concesso all'artista di esprimere ancora meglio la profondità di questo testo. Invece, nonostante resti un capolavoro, il suddetto brano appare come un'opera lasciata a metà e ciò è un vero peccato. Parlando poi di un'artista come D'Angelo appare difficile pensare che gli sia mancata l'ispirazione per completare un testo nato per diventare un ennesimo punto saldo della sua discografia. Probabilmente si è trattata di una scelta artistica ma vi è anche l'ipotesi, essendo l'ultima traccia degli inediti, che per la pubblicazione imminente non vi sia stato il tempo materiale per fare di più. Magari un giorno avremo una risposta ma, per ora, vi consiglio di godervi comunque questa perla che, seppur monca, rimane un incredibile affresco di un vero artista che, nella maturità, ha trovato il suo apice autoriale ed espressivo. Per la cronaca, il brano, è dedicato alla musica, parte centrale della sua vita ed, in qualche modo, il suo più grande amore e con questo ennesimo atto di devozione l'artista ammette la sua naturale dipendenza verso quest'arte che gli ha dato tutto ed ancora oggi condiziona ogni attimo ed ogni pensiero della sua esistenza. C'è da dire, però, che D'Angelo ha sempre onorato al meglio questa dipendenza offrendo alla musica tutto se stesso per costruire una carriera ricca di successi e di emozioni e, soprattutto, non badando mai al commerciale, non cedendo mai alle leggi del mercato, non seguendo la massa ma, rimanendo sempre artisticamente ed umanamente coerente alla sua natura e al suo modo di concepire la musica. Si spera, inoltre, vista la poca disponibilità dei media nazionali a supportare tali prodotti poco inclini alla commercializzazione di massa, che "Tu si 'a vita mia" non faccia la fine di molti altri capolavori passati sotto silenzio e che, proprio in occasione di questo cofanetto, D'Angelo ne ha voluto rieditare alcuni nella sezione ironicamente intitolata "I miei più grandi insuccessi".        

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6 maggio 2018 7 06 /05 /maggio /2018 23:01

"La forza della vita" è un brano di  Paolo Vallesi del 1992. Inclusa nell'omonimo album, la canzone, è stata scritta in collaborazione con il paroliere Beppe Dati e presentata al 42° Festival di Sanremo. Alla kermesse musicale il brano si piazza terzo dietro a Mia Martini con  "Gli uomini non cambiano" ed a Luca Barbarossa che vince con "Portami a ballare". Il 1992 rappresenta anche l'esordio tra i "Big" del festival per Vallesi che l'anno precedente aveva vinto la categoria giovani con "Le persone inutili". "La forza della vita", fin dalla prima esecuzione, riscuote l'apprezzamento di critica e pubblico lanciando definitivamente Paolo Vallesi nel mondo della discografia di qualità. Infatti il brano regalerà all'autore notorietà ed apprezzamenti da ogni parte del mondo e resterà, in maniera indiscutibile, il cavallo di battaglia del suo repertorio. Il testo, nello specifico, parla della grande forza di volontà che esiste in ogni uomo e che viene fuori nei momenti di difficoltà. Il significativo messaggio che porta la canzone viene espresso in maniera particolarmente emozionante e con parole che riescono a penetrare nell'anima di chi la ascolta. Il trasporto emotivo è uno dei traini che questo brano usa per inculcare questo messaggio di speranza verso la vita che invita ad affrontare i momenti più duri e tristi con quella dignità che risiede nel nostro essere senza mollare mai nè abbandonarsi nello sconforto. Il singolo risulterà tra i più i venduti dell'anno così come il disco che supererà le 500.000 copie permettendo a Vallesi di vincere un disco di platino. Il successo riscosso spinge l'entourage del cantautore toscano a lanciare il disco anche sul mercato spagnolo con il titolo "La fuerza de la vida". Questo brano, quindi, permetterà a Vallesi di espandere la propria notorietà e di collaborare con artisti internazionali quali Alejandro Sanz, un vero mito in Spagna, e Marco Borsato, che tradurrà alcune sue canzoni per il mercato olandese. "La forza della vita" diventerà, di fatto, il secondo inno della  "Nazionale Cantanti" dopo, ovviamente,  "Si può dare di più". In seguito a questo disco, Vallesi, comporrà altri lavori di qualità ma non ripeterà mai il successo di "La forza della vita"  anche per le difficoltà dovute alla scarsa attenzione dei media nei suoi confronti ed alle radio che, raramente, trasmettono la sua musica. Parte delle colpe, però, sono da attribuire allo stesso artista che tante volte ha parlato di un suo ritorno e tante volte l'ha rimandato creando una situazione fastidiosa dietro a questo progetto "fantasma" che non riesce a vedere la luce. Si spera, quanto prima, che Vallesi superi le difficoltà legate soprattutto all'attuale mondo discografico e possa rilanciare la sua musica che rimane, comunque, un sinonimo di qualità artistica.

 

 

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3 maggio 2018 4 03 /05 /maggio /2018 23:01

"Anna verrà" è un brano scritto da Pino Daniele e pubblicato nell'album "Mascalzone latino" del 1989. Il cantautore, con questo brano, intende ricordare la figura dell'attrice romana Anna Magnani scomparsa nel 1973. Il riferimento alla Magnani viene fatto attraverso un messaggio di speranza per il futuro del mondo che Daniele lancia in merito alle guerre ed alle problematiche che affliggono l'umanità. Il collegamento con la Magnani risulta ovvio pensando alla grande interpretazione nel film, capolavoro del neorealismo, "Roma città aperta" di Roberto Rossellini che gli valse il Nastro d'argento. Nel film la "Sora Pina" interpretata dalla Magnani viene uccisa dai nazisti ed è, probabilmente, in base a quella scena che parte il pensiero di Daniele intenzionato a cancellare il male dal mondo ed a ripartire con una nuova vita senza atrocità. Vengono, quindi, ricordate emozioni e sensazioni positive e romantiche che potrebbero e dovrebbero essere alla base di una vita civile e di pace tra i popoli. Questo modo fatato, forse impossibile, viene raffigurato da un mare capace ancora di emozionare ed è proprio alla una figura alta dell'anima della Magnani chiede se quel momento è davvero così lontano per l'umanità. Ma "Anna verrà" o, almeno è l'auspico dell'autore che in questa definizione implica il ritorno della pace e la fine di ogni guerra. Sarà, infatti, un giorno pieno di sole che aiuterà il mondo a sognare ancora. Arriverà quel giorno dove si combatterà l'odio e la solitudine facendo tesoro degli errori del passato e rispettando il prossimo facendo qualsiasi cosa affinché torni davvero quel giorno in cui tutti saremo nuovamente pronti ad emozionarci davanti a quel mare, simbolo prepotente della grandezza e della bellezza della natura. Un'altra grande prova autoriale, quindi, di un'artista eccezionale patrimonio della nostra cultura.

 

 

 


 

 

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2 maggio 2018 3 02 /05 /maggio /2018 23:01

"Io non mi sento italiano" è un brano inserito nell'omonimo ultimo album di  Giorgio Gaber, Gaberscik all'anagrafe, uscito circa venti giorni dopo la sua morte avvenuta il 1° gennaio 2003. Il disco, scritto a quattro mani con Sandro Luporini, appare quindi come un testamento artistico del "Signor G" ed è, sicuramente, tra i lavori più rappresentativi dello stile di questo grande artsita. In questo album troviamo diverse canzoni di spessore come la stupenda "Non insegnate ai bambini" ma sarà proprio "Io non mi sento italiano" a diventare il brano simbolo del cantautore milanese. La canzone in questione è una ballata agrodolce su di un discusso senso di patriottismo messo spesso a dura prova dall'andamento di un Paese mal guidato. Ed è proprio ad un ipotetico Presidente che Gaber si rivolge per schiarirsi le idee e per esporre le proprie perplessità su determinate situazioni. Si spazia quindi dal triste ricordo di un assurdo fanatismo ai tempi del fascismo all'attuale, piuttosto ambigua, democrazia che determina uno Stato sfasciato in cui nulla funziona ma che accende continue zuffe e futili discussioni che non portano mai a qualcosa di concreto per la crescita del Paese. L'autore mette in dubbio, tra l'altro, l'utilità di un inno nazionale poco sentito dal popolo ed assolve, in parte, i calciatori ipotizzando che la loro rinuncia nel cantarlo possa dipendere anche da un maggiore senso del pudore oltre che da una scarsa istruzione. Tante situazioni che, secondo Gaber, fanno dell'Italia la periferia del mondo occidentale. Ma nel testo, l'autore, sottolinea anche gli aspetti che lo rendono fiero della sua nazionalità rifiutando l'idea di essere raffigurato all'estero dai soliti luoghi comuni: "Mi scusi Presidente ma forse noi italiani, per gli altri siamo soli spaghetti e mandolini. Allora qui m'incazzo, son fiero e me ne vanto, gli sbatto sulla faccia cos'è il Rinascimento...". A questa presa di posizione campanilistica l'atteggiamento ostile ed i dubbi di Gaber si affievoliscono pensando a come sarebbe stato se fosse nato altrove ed invitando il Governo a dedicarsi al futuro del nostro Paese che è stato messo in secondo piano rispetto alla prospettiva europea. Al termine del brano, Gaber, trova la risposta che cercava nel suo io ed ammette di essere fortunato ad essere italiano. La questione dell'appartenenza al nostro Paese, viste le difficoltà ed i "teatrini" che ci tocca vedere, vive quotidianamente in ognuno di noi e Giorgio Gaber da grande osservatore della realtà è riuscito a cogliere a pieno questo aspetto aiutandoci a trovare quella risposta che abbiamo di dentro. Gaber avrebbe dovuto portare in scena questo lavoro con il suo celebre Teatro-Canzone ma il cancro lo stoncò nella sua casa di Montemagno, in provincia di Lucca, nel capodanno del 2003 privando l'Italia di un'artista per il quale si poteva davvero andar fieri di essere italiani.

 

 

 


 

 

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1 maggio 2018 2 01 /05 /maggio /2018 23:01

E' il 1990 quando i Pooh decidono di partecipare per la prima, e finora unica, volta al 40° Festival di Sanremo. La motivazione di questa scelta è ovvia: hanno in mano un pezzo storico, una perla che non può avere palcoscenico migliore che l'Ariston per essere presentata al pubblico. La canzone in questione è "Uomini soli" scritta a quattro mani da Camillo Ferdinando "Roby" Facchinetti e Valerio Negrini, storico fondatore e partner dei Pooh in qualità di musicista e paroliere. Allora la formazione dei Pooh era ancora formata da quattro elementi infatti, oltre Facchinetti, c'erano gli ancor presenti Donato "Dodi" Battaglia e Bruno "Red" Canzian e Stefano D'Orazio che, invece, lascerà il gruppo nel 2009. La canzone tratta i temi degli emarginati e della solitudine degli uomini dovuta alle più disparate motivazioni come possono essere paure, ossessioni, scelte sessuali o di religione, problemi giudiziari o anche a cause relative a terze persone come può essere una madre possessiva o un amore sbagliato. Il testo invoca anche la figura di Dio, l'unico in quanto creatore, a poter cambiare il destino di questi uomini e della comunità tutta. Un pezzo che, accompagnato da una musica convolgente, arriva subito nella mente e nell'anima di chi la ascolta grazie anche alla profondità espressa dall'inconfondibile voce e dall'interpretazione di Roby Facchinetti oltre a quelle degli altri componenti che pur danno il loro contributo vocale, oltre che musicale, in questo brano. A Sanremo "Uomini soli" stravince classificandosi davanti a "Gli amori" di Toto Cutugno e a "Vattene amore" della coppia composta da Amedeo Minghi e Mietta, all'anagrafe Daniela Miglietta. Con questa canzone i Pooh confermano il loro nome, già ben affermato, nella storia della musica italiana. "Uomini soli" resta, infatti, tutt'ora una delle perle più luccicanti del loro infinito repertorio iniziato nel 1964 sotto il nome di "Jaguards" diventato poi "Pooh" nel 1966.

 

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