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  • Cronista per vari giornali locali e articolista on line da diversi anni in svariati argomenti.
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"Ogni giorno racconto la favola mia,

la racconto ogni giorno, chiunque tu sia

e mi vesto di sogno per darti se vuoi,

l'illusione di un bimbo che gioca agli eroi..."

 

Renato Zero- La favola mia

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11 dicembre 2017 1 11 /12 /dicembre /2017 00:01

"Vedrai vedrai" è un brano storico di Luigi Tenco pubblicato nell'album che porta il suo nome del 1965 ed in quello successivo dal titolo "Tenco" del 1966. Il brano diventerà presto uno dei cavalli di battaglia del cantautore genovese prima di essere reinterpretato da numerosi artisti del panorama italiano dopo la tragica e, ancora oggi avvolta nel mistero, morte dell'artista. Tra gli altri, infatti, hanno ricantato il brano Mia Martini, Mina, Ornella Vanoni, Renato ZeroClaudio Baglioni oltre quello che è considerato un po' l'erede sia per origini territoriali che per cifra stilistica e cioè Francesco Baccini. Il testo parla dell'insofferenza di uomo che non riesce a dare alle persone che ama ciò che meriterebbero. Una rabbia scaturita da promesse disattese e dalla continua fiducia che, nonostante tutto, gli viene concessa senza remore da chi gli sta accanto. L'autore, infatti, preferirebbe essere rimporoverato, attaccato per la sua inconcludenza invece di trovare sempre accanto una persona comprensiva che gli continua a parlare con tenerezza come quando era bambino. Il protagonista, quindi, ripete la solita promessa, "...vedrai, vedrai, vedrai che cambierà..." senza dare certezze su tempi e modalità confessando, quindi, la sua stessa insicurezza su queste parole ripetute ormai chissà quante volte. Appare, dunque, quasi più come un messaggio di resa che di speranza in cui, l'autore, si affida completamente ad un destino di cui non si sente responsabile. Il brano, uno dei più amari dell'intera discografia italiana, assume un carattere ancor più crudo dalla interpretazione sofferta e sentita di Tenco che ha sempre ammesso di essere un uomo poco incline al sorriso facile. Una sua dichiarazione celebre è, infatti : "Io sono uno che sorride di rado, questo è vero, ma in giro ce ne sono già tanti che ridono e sorridono sempre, però poi non ti dicono mai cosa pensano dentro". La sincerità e sensibilità sono stati sempre aspetti che hanno caratterizzato la musica e la vita di questo artista che si suiciderà, almeno secondo gli atti attuali sempre, comunque, in evoluzione, nel 1967, a due anni dall'incisione di questo brano, in seguito ad una delusione sanremese. Del presunto suicidio e delle varie ipotesi ne abbiamo già parlato in un precedente articolo, ora, invece, è meglio continuare a godere del talento e dell'arte di uno dei più grandi cantautori della nostra storia discografica attraverso una delle sue perle più preziose.  

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9 dicembre 2017 6 09 /12 /dicembre /2017 00:01

"Io se fossi Dio" è un brano scritto da Giorgio Gaber, Gaberscik all'anagrafe, nel 1980 ed arrangiato da Sergio Farina. La canzone doveva far parte dell'album "Pressione bassa" ma la casa discografica dell'epoca "Carosello" e la "Dischi Ricordi" che distribuiva i dischi costrinsero Gaber ad eliminare il suddetto brano dall'album per evitarne un temuto sequestro dovuto alle forte accuse presenti nel testo. Gaber, quindi, pubblicò il brano come singolo con la piccola etichetta "F1 Team" di Sergio De Gennaro. I timori del mondo discografico non erano, poi, infondati, poichè il brano scatenò molte polemiche e fece scandalo soprattutto per alcuni versi riservati ai politici ed ai giornalisti. A soli due anni, infatti, dall'assassinio di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse, Gaber, ricordò a tutti quali erano i giudizi e le opinioni sull'uomo Moro e sul suo percorso politico prima che diventasse un martire in seguito alla sua morte. L'Italia, un po' come oggi, non viveva una vita politica serena e Gaber volle sottolineare tutte quelle scelte e quei comportamenti compiuti dai diversi schieramenti politici e, quindi anche da Moro, che avevano provocato l'allora stato precario del Paese. Gaber, però, demonizzando il comportamento dei terroristi gli attribuisce anche la colpa di aver fatto di certi uomini di dubbia moralità dei martiri grazie alle loro azioni violente. Gaber, poi, attacca anche i giornalisti rei di sguazzare nel dolore della gente e di riportare sempre le lacrime in prima pagina non mostrando alcuna forma di dignità e non avendo rispetto per le vittime di terribili tragedie ne per i loro familiari. Il brano che dal titolo si rifà al sonetto di Cecco Angiolieri "S'i' fosse foco" e diventerà uno dei manifesti della carriera di Giorgio Gaber che, anche, in questo caso mostra la sua doppia faccia, dura e poetica l'una e sarcastica ed ironica l'altra, dal sottotitolo del brano che segue "Io se fossi Dio" con "(e io potrei anche esserlo, sennò non vedo chi!)". Nel 1991, inoltre, Gaber ne realizza una seconda versione con accuse più generiche ma non meno graffianti che culmina nel rapporto tra Mafia e Stato che, secondo il brano, è praticamente la stessa cosa. "Io se fossi Dio" è quindi, è un pezzo di storia del nostro Paese ed insieme a "L'avvelenata" di Francesco Guccini del 1976, è ricordata come una delle canzoni di cruda denuncia più forti della musica italiana e, qualche anno più tardi, ispirerà anche Federico Salvatore per la sua "Se io fossi San Gennaro", brano anch'esso di denuncia ma rivolto alla realtà napoletana scritto nel 2001 e pubblicato anch'esso su etichetta indipendente avendo provocato allo stesso modo del brano di Gaber molte polemiche sia prima, nel mondo discografico, che dopo l'esecuzione, tra i media nazionali. In ogni caso, queste citate, restano canzoni che hanno il raro pregio di non seguire un codice etico e politicamente corretto che spesso ingabbia la fantasia e l'anima di un artista. In questi brani la verità si tocca con mano ed esalta il coraggio e la determinazione avuta dai loro autori nello scriverle senza peli sulla lingua e nel pubblicarle in un mondo discografico spesso falso e legato, insieme ai media, a determinati giri politici. Onore, quindi, a questi cantautori che hanno messo la loro voce e la loro faccia per cantare, senza paura e rischiando la carriera, la realtà che ci circonda.

 

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1 dicembre 2017 5 01 /12 /dicembre /2017 00:01
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1 dicembre 2017 5 01 /12 /dicembre /2017 00:01
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1 dicembre 2017 5 01 /12 /dicembre /2017 00:01
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1 dicembre 2017 5 01 /12 /dicembre /2017 00:01
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Miglior Album Inediti
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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1 dicembre 2017 5 01 /12 /dicembre /2017 00:01
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1 dicembre 2017 5 01 /12 /dicembre /2017 00:01
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Miglior "Best of" 2017
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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30 novembre 2017 4 30 /11 /novembre /2017 00:01
Sondaggi: Risultati Novembre 2017

 

X Chi vorresti al fianco di Baglioni a Sanremo 2018: Serena Rossi 33%

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23 novembre 2017 4 23 /11 /novembre /2017 16:54

"Viaggio dentro me stesso" è il nuovo interessante singolo lanciato dal giovane cantautore Salvatore Messina in arte SALVOEMME. In questo brano l'artista cerca e, in qualche modo, trova il proprio "io" attraverso un viaggio che rappresenta il riflesso di un percorso di vita fatto di aspetti umani, professionali ed emotivi che convergono, mediante immagini narrative e sonore, in una consapevolezza della propria individualità. Un dono, l'ha definito il cantautore, che a sua volta gira al pubblico affinché ognuno possa esserne rapito e, quindi, aiutato a ritrovare la propria identità usufruendo dello stesso percorso inciso in musica dall'artista. Come sempre, testo e musica sono dello stesso Messina mentre l'arrangiamento è a cura di Roberto La Fauci. Il videoclip, invece, è diretto e montato da SALVOEMME che ha utilizzato anche riprese di amici e passanti a cui era stato chiesto di immortalare dei momenti focali in linea con il messaggio lanciato dal brano. Non resta, quindi, che attendere l'uscita prossima dell'album completo dopo il sesto singolo lanciato dall'artista che, insieme ai precedenti, continua a far ben sperare per un lavoro ben fatto, originale e che possa decretare quel successo sul grande pubblico che SALVOEMME meriterebbe vista la pochezza cantautoriale espressa negli ultimi tempi dal panorama artistico italiano. In bocca al lupo!    

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