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29 marzo 2018 4 29 /03 /marzo /2018 23:01

"L'italiano" venne lanciata nel 1983 al 33° Festival di Sanremo da Toto Cutugno, Salvatore all'anagrafe, che ne è anche l'autore insieme a Cristiano "Popi" Minellono. In realtà, il brano, era già stato composto nel 1981 ed era destinato ad Adriano Celentano che, però, declinò l'invito e non lo incise mai. Al Festival, "L'italiano" arrivò solo quinto ma la sua grande forza si iniziò ad intravedere dal successo ottenuto nella speciale classifica "Totip" che potrebbe essere vista come l'attuale televoto. Inoltre, Cutugno, si piazzò secondo anche per il Premio della Critica assegnato ai Matia Bazar per "Vacanze romane". Anche le vendite, confermarono, l'ottimo riscontro sul pubblico de "L'italiano" che risultò il secondo disco più venduto tra quelli del Festival mentre, a livello internazionale, fu quello più venduto. Questi buoni risultati, però, non rendevano ancora l'idea di cosa sarebbe diventata in futuro questa canzone: "L'italiano", infatti, oltre ad essere il brano simbolo del ricco repertorio di Cutugno sarà anche una delle canzoni più rappresentative del nostro Paese nel mondo e risulterà tra le più conosciute ed amate insieme a brani del calibro di "Nel blu dipinto di blu" di Domenico Modugno,  "Caruso" di Lucio Dalla o ai classici napoletani. Il testo della canzone parla di pregi e difetti dell'italiano medio di quegli anni, tra un approccio meno coinvolto alla fede religiosa per un crescente stile libertino alla passione calcistica fino allo spiccato americanismo di quell'epoca che l'autore riassiume in "troppa America sui manifesti". Una sorta di carta d'identità dell'uomo italico che, anche palesando alcuni aspetti negativi, conferma sempre con orgoglio la sua appartenenza alla nazione. Un vero e proprio inno, che tra l'altro, è stata la colonna sonora della vittoria dell'Italia al mondiale di calcio in Germania nel 2006: al termine della finale, infatti, durante i festeggiamenti, dagli altoparlanti dello stadio tedesco uscivano proprio le note di questa canzone. Il celebre brano è stato tradotto in diverse lingue ed è stato oggetto di numerose cover in tutto il mondo interpretate da tantissimi artisti internazionali. La canzone è arrivata persino in Finlandia dove, Kari Tapio, l'ha tradotta in "Olen suomalainen", ovvero, "Sono finlandese".  

 

 

 


 

 

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23 marzo 2018 5 23 /03 /marzo /2018 00:01

E' il 1991 quando  Riccardo Cocciante, cantautore naturalizzato italiano ma nato in Vietnam da padre italiano e madre francese, si presenta al 41° Festival di Sanremo con il brano "Se stiamo insieme". La canzone, scritta a quattro mani con Giulio Rapetti, in arte Mogol, riscuote un grande successo da subito vincendo quella edizione del Festival davanti a Renato Zero e Marco Masini. Il testo affronta la crisi di un rapporto amoroso che, però, vorrebbe essere riscoperto e proprio questo aspetto porta il protagonista a chiedersi i motivi per i quali i due partner stanno ancora insieme e cos'è che comunque li lega. Naturalmente alla base di questo rapporto esiste un forte amore che resiste alle difficoltà della vita ma che a volte viene sopraffatto dai problemi e dai pensieri. La lotta mente-cuore che si ripropone e che l'autore vorrebbe mettere da parte per vivere quella avventura che ha sempre sognato e cioè una vita colma di emozioni e sensazioni che ormai non gli appartengono più. Infatti la vita del protagonista ormai si infrange nel gelo dell'indifferenza e della monotonia di un quotidiano senza emozioni. L'autore esprime la volontà di non accettare e non rassegnarsi a condurre così il resto della sua esistenza ed insieme alla sua partner cerca di tornare alle origini della loro unione per ritrovare quella stessa persona che l'aveva fatto innamorare e che oggi a lui manca tanto. Cocciante e Mogol, quindi, dipingono una situazione molto comune evidenziando, però, la determinazione del protagonista nel rifiutare questa realtà per ritrovare il cammino sognato all'inizio della sua stada di vita in due. Al messaggio del testo va aggiunta l'interpretazione appassionata e coivolgente eseguita da un vero grande artista come Riccardo Cocciante che, in quanto ad interpretazione ed espressività, è sicuramente tra gli elementi di spicco della nostra musica. Non a caso, infatti, Cocciante è uno degli interpreti italiani più amati all'estero e, soprattutto in Francia, patria degli chansonnier e della canzone d'autore. "Se stiamo insieme" è solo uno dei tanti brani di successo che compongono il repertorio di un artista che ha fatto e continua a fare, ultimamente attraverso l'opera, la storia della nostra musica nel mondo.

 

 

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18 marzo 2018 7 18 /03 /marzo /2018 00:01

"Piccolo uomo" è uno dei brani fondamentali della discografia di Mia Martini ed è anche il brano che rappresenta il vero primo grande successo commerciale dell'artista. Infatti, nel 1972, quando viene inciso il brano nel suo secondo album "Nel mondo, una cosa", Mimì viene da un primo approccio non facile con la musica e con l'ambiente discografico, presagio solo sfiorato di ciò che poi le accadrà in futuro. Il suo primo album, infatti, fu oggetto di molte critiche e censure per il brano "Padre davvero", vero primo capolavoro della Martini oscurato dalla Rai. Quando, quindi, l'anno successivo decide di lasciare la RCA per approdare alla Ricordi seguendo il suo manger Alberigo Crocetta, Mimì, trova subito il suo primo successo in termini di vendite attraverso un brano più melodico e, sicuramente, con toni meno forti di quelli che avevano caratterizzato il suo debutto discografico e provocato i primi problemi. "Piccolo uomo" fu composta per il testo dal grande "piccolo uomo" Bruno Lauzi insieme a Michelangelo La Bionda e per la musica da Dario Baldan Bembo e Leonardo Ricchi. Proprio Baldan Bembo non era convinto di concedere questo brano ad una ragazza, in fondo, esoridiente come Mimì ma preferiva una "macchina" collaudata come i Camaleonti. Alla fine, però, Mia Martini ebbe la meglio e presentò il brano al "Pop, Beat, Western Express" di Londra, prima di approdare nelle più importanti trasmissioni musicali italiani e di vincere la nona edizione del "Festivalbar" dopo essere stata incomprensibilmente esclusa alle selezioni di "Un disco per l'estate". Il grande successo fu favorito anche da una forte programmazione radiofonica ad opera di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni che nella loro trasmissione "Alto gradimento" passavano il pezzo con frequenza. Il brano garantì alla Martini il Disco d'oro oltre che alla permanenza in classifica per cinque mesi consecutivi anche senza mai raggiungere il primo posto. La canzone, poi, fu esportata e tradotta anche per il mercato francese, spagnolo e tedesco tra il '72 e il '73. Se in spagnolo il titolo rimase invariato, in francese divenne "Tout petit homme" mentre in tedesco si trasformò in "Auf der welt". La canzone, in seguito, venne riproposto dalla Martini nel suo ultimo album "La musica che mi gira intorno" del 1994 mentre nel 2010 viene realizzata una cover da Nathalie per il suo Ep "In punta di piedi" oltre ad essere ripresa live negli anni da tanti artisti tra cui lo stesso autore Bruno Lauzi e, la sorella di Mimì, Loredana Bertè. Il testo rappresenta una ricerca di perdono da parte di una donna fragile che non immagina un futuro senza quell'uomo intenzionato a lasciarla. La protagonista, quindi, comprendendo di essere in difetto implora l'uomo a non abbandonarla ad un destino incerto chiedendo un'ultima occasione per ricostruire un rapporto che per lei rappresenta la vita. La donna, quindi, è spaventata dai silenzi che riempiono questa fase complicata del loro rapporto sentimentale ad un passo dal definitivo addio e, autorimproverandosi, prega quel "piccolo uomo" a non precludere la determinata volontà di quella "piccola donna" a vivere la propria vita il cui esito appare fortemente legato al prosieguo del loro rapporto affettivo. Un messaggio chiaro ed espresso in modo altamente poetico dai versi di Lauzi e La Bionda ed enfatizzato dalla solita magica, sentita e profonda interpretazione della più grande espressione femminile della storia della musica italiana, un'artista unica come Mia Martini di cui se ne sente sempre più forte la mancanza in un panorama musicale attuale quasi totalmente privo di interpreti di tale spessore artistico ed umano.   

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17 marzo 2018 6 17 /03 /marzo /2018 00:01

"Lacreme 'e sta città" è un omaggio del cantautore napoletano Federico Salvatore a Pino Daniele, artista e simbolo di una intera città scomparso prematuramente lo scorso 4 gennaio. Federico, artista sempre molto sensibile e lontano da ogni logica di mercato propone questo pezzo, nato prima in forma di poesia a poche ore dalla tragedia, e poi messa in musica e distribuita sul web senza alcun scopo commerciale. Come in tutta la sua carriera, infatti, Salvatore non ha mai dato peso a questi aspetti economici o mediatici e la scelta di pubblicare questo pezzo potrebbe risultare una operazione "furba" per chi non ha la fortuna di conoscere l'uomo e l'artista Federico Salvatore. Per chi, invece, segue il suo percorso artistico tale gesto non può che risultare per ciò che è, ovvero, un sentito ed affascinante omaggio ad uomo che, con la sua arte, ha rappresentato una generazione, una Napoli che forse non c'è più, un universo fatto di sapori antichi e di sound contemporaneo. Un mix che a Federico come a tanti altri napoletani ricorda la propria gioventù, sensazioni che vengono enfatizzate dai versi immortali di Pino e dalle sue penetranti melodie. Federico, quindi, ripercorre queste immagini e queste emozioni citando diversi brani dell'artista e componendo un ultimo accorato ringraziamento a Pino a nome dell'intera città che ancora non si rassegna al suo addio e, quindi, "...l'acqua ca sfonna 'e vva...", della sua celebre "Quanno chiove", diventano, per Federico, "...'e llacreme 'e sta città...". Un bellissimo ed emozionante omaggio, quindi, realizzato con il cuore e con lo stomaco da uno dei più degni rappresentanti attuali della musica e della cultura napoletana come Federico Salvatore che resta, dopo l'addio di Pino, una delle poche anime partenopee veraci ancora capaci di sorprendere, emozionare e far riflettere attraverso una penna mai banale e ad un cuore che segue testardo la sua strada anche se spesso lontana dalle luci dei riflettori.    

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16 marzo 2018 5 16 /03 /marzo /2018 00:01
"Caruso": Dalla lo dipinge in un capolavoro

L'eclettico cantautore  Lucio Dalla nel 1986 pubblica un brano che entra da subito nella storia della musica italiana vendendo oltre nove milioni di copie in tutto il mondo ed inciso in diverse versioni da molteplici grandi artisti della discografia italiana ed estera. Il brano in questione è "Caruso" e proviene dall'album "DallAmeriCaruso". La canzone ricopre Dalla di una rinnovata popolarità e notorietà dopo un periodo di appannamento oltre a consacrarlo definitivamente in qualità di eccellente autore agli occhi della critica e del pubblico. La dedica al grande tenore napoletano Enrico Caruso morto nel 1921 dopo una vita di successi dovuti al suo straordinario talento riconosciuto in tutto il mondo nasce da una disavventura capitata allo stesso Dalla. Il caso ha voluto che l'artista bolognese soggiornasse, a causa di un guasto alla propria imbarcazione, nello stesso albergo della città di Napoli dove Caruso trascorse gli ultimi momenti della sua vita fino alla morte. I propietari dell'arbergo, quindi, raccontarono a Dalla gli ultimi attimi del tenore ed anche la sua passione verso una giovane allieva a cui dava lezioni di canto. Grazie a queste informazioni Lucio Dalla trovò l'ispirazione per scrivere questo capolavoro eterno. La fortuna spesso è nascosta dietro l'angolo e questa storia ne è una prova: se l'imbarcazione sulla quale viaggiava il cantautore non si fosse rotta "Caruso" non sarebbe mai stata scritta ed il mondo intero non avrebbe potuto emozionarsi ascoltando questo incantevole ritratto del tenore dipinto dalla penna di un ispiratissimo Lucio Dalla. Per fortuna tutto ciò e successo e sia Dalla che gli amanti della buona musica saranno sempre grati a quella barca che ha deciso di mollare proprio in quei luoghi. Il testo della canzone cita come luogo Sorrento dove, infatti, Caruso trascorse la sua convalescenza ma l'albergo dove morì e dove soggiornò Dalla è il Vesuvio di Napoli poichè il tenore si sarebbe dovuto recare a Roma per subire un ulteriore interevento chirurgico al polmone. Il tenore si spense a 48 anni per una pleurite infetta ma, fra le tante tesi, il figlio ipotizzò che tutto ebbe inizio da un colpo ricevuto da una colonna crollata da una scenografia durante un suo spettacolo circa un mese prima del decesso. Tornando al brano, Dalla, si cimenta nel ritornello anche nel dialetto napoletano e da quel momento il suo rapporto con la città e la cultura partenopea si intensifica sempre di più fino a definirsi un napoletano d'adozione pur non rinnegando mai le proprie origini bolognese. D'altro canto, per questo capolavoro dedicato a Caruso e per i suoi apprezzamenti per la storia di Napoli, anche la città campana ha sempre accolto a braccia aperte questo grande esponente della musica cantautoriale italiana.

 

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15 marzo 2018 4 15 /03 /marzo /2018 00:01

La grande amicizia tra due grandissimi artisti di Napoli, Massimo Troisi e Pino Daniele, produce un emozionante sodalizio artistico che porta alla scrittura di diverse colonne sonore da parte di Daniele per i film di Troisi ed in due casi vere e proprie collaborazioni anche in fase di scrittura ed esibizione. Le due chicche sono contenute nell'album "Sotto 'o sole" del 1991, dove il cantautore napoletano riesegue alcuni brani del suo repertorio in occasione della creazione della colonna sonora per il film "Pensavo fosse amore invece era un calesse" ragalando, inoltre due indeiti. La canzone principe dell'album è "Quando" che rimarrà per sempre uno dei pezzi più belli di Daniele e tra i preferiti di Troisi che la userà come sottofondo della propria segreteria telefonica. Tornando alla collaborazione tra i due, nel disco c'è "Saglie saglie", una canzone del 1977 in cui Troisi presta la voce in questa rilettura ed il secondo inedito "'O ssaje comme fa 'o core" scritta proprio dallo stesso attore di San Giorgio a Cremano. Dalla penna di Troisi esce un testo bellissimo che Daniele mette in musica in modo superbo ottenendo un capolavoro di rara bellezza. Il brano parla d'amore e delle scelte del cuore che, incurante del fatto che sia o meno legato ad altre perosne, quando incontra la sua metà fa le sue scelte e non ammette ragioni. Una lotta impari mente-cuore dove il cuore ha sempre la meglio anche quando si prova con ogni forza a scegliere la via più razionale o eticamente corrette. Al cuore non si comanda e i due autori hanno voluto esprimere proprio questo concetto in questa delicato e raffinato teorema del comportamento umano nei rapporti d'amore. Spesso il cuore, infatti, non da nemmeno il tempo di pensare che già ha compiuto la sua scelta. "A me, a me...'o ssaje comme fa 'o core...a me, a me...quann' s'è annamurato.". Altre volte, invece, malgrado la nostra volontà razionale ci spinge a restare con una persona è il cuore a cambiare strada non accettando mediazioni. "Je no, je no...'o ssaje comme fa 'o core...je no, je no...quann s'è sbagliato.". Un manuale, quindi, che mette per iscritto le leggi del cuore interpretandolo attraverso le note di Pino Daniele e la sensibilità di un artista come Massimo Troisi che, per il suo cuore e per l'arte, ha dato letteralmente la vita. Quando stava ultimando il suo ultimo film "Il postino" nel 1994, infatti, Troisi ricevette una comunicazione che lo invitava a partire subito per gli Stati Uniti dove era pronto un cuore per il suo trapianto, il cast era pronto ad interrompere le riprese per aspettarlo ma Massimo volle posticipare il viaggio dicendo di voler terminare quel film con il proprio cuore e questa scelta sentimentale gli fu fatale: dodici ore dopo la conclusione del film quel cuore malato si fermò per sempre lasciando un vuoto incolmabile nell'arte e nella cultura italiana ma soprattutto nella città di Napoli dove rimarrà per sempre una colonna della nostra storia. 

 

 

 
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14 marzo 2018 3 14 /03 /marzo /2018 00:01

E' il 1991 quando  Enzo Gragnaniello, reduce da ben due riconosciementi al "Premio Tenco" (ne riceverà un terzo nel 1999) in qualità di autore, scrive un pezzo di storia della nostra musica sia italiana che dialettale dal titolo "Cu 'mme". Il testo della canzone, infatti, è scritto in napoletano ma rompe subito ogni barriera geografica per la sua grande forza e per la passione espressa nel cantarla da due grandi artisti della musica italiana a cui, Gragnaniello, ha deciso di consegnare il brano. Roberto Murolo e  Mia Martini sono, infatti, i primi a cantare questa canzone facendone un capolavoro assoluto della cultura popolare italiana e la incidono da soli nel 1992 inserendola nell'album "Ottantavogliadicantare" con il quale il maestro Murolo festeggia i suoi ottant'anni. Successivamente, vista la forza della canzone, Gragnaniello si aggiunge ai due formando un trio d'eccezione che confeziona forse la versione migliore di questo brano per l'album "L'Italia è bbella" del 1993 prendendo il titolo del disco dalla canzone con la quale nello stesso anno Murolo si presentò al Festival di Sanremo. La canzone, da li in poi, assume vita propria rendendosi patrimonio comune della nostra musica. Tanti sono, infatti, gli artisti italiani che si sono cimentati in questa interpretazione ma la più toccante è sicuramente quella fatta da Gragniello insieme a Loredana Bertè in ricordo della sorella Mia Martini prematuramente scomparsa nel 1995. Nel 2003 giunge la morte anche di Roberto Murolo ed oggi, quindi, di quel sublime trio rimane il solo Enzo Gragnaniello che pur avendo sfornato altri grandi testi non ottiene, dal punto di vista mediatico, il giusto riscontro. Spesso, tra l'altro, quando viene riproposta "Cu 'mme" Gragnaniello non viene nemmeno citato attribuendo, in maniera errata, la paternità della canzone a Murolo. A Murolo e Mimì va dato atto di aver reso questa canzone eterna ma va sempre ricordato e sottolineato che questa perla è figlia della penna e della capacità artistica di Enzo Gragnaniello. Il testo della canzone fa riferimento all'anima che si tormenta tra le difficoltà del quotidiano ed invita a trovare la propria identità e la serenità innalzandosi verso la quiete attraverso un viaggio interiore nel profondo del nostro essere tralasciando le cose futili della vita e dando risalto all'infinita bellezza del creato. Un capolavoro, quindi, da ascoltare e riascoltare per apprezzare a fondo la grandezza di un grande cantautore come Gragniello e di due interpreti straordinari come Roberto Murolo e Mia Martini.

 

 

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11 marzo 2018 7 11 /03 /marzo /2018 00:01

Come spesso accade per gli artisti non particolarmente inclini al ruolo mediatico e poco interessati alle logiche di mercato, la loro valorizzazione, avviene solo dopo la morte. Infatti, quando scompare qualche personaggio che ha lasciato, comunque, segni indelebili nel proprio settore artistico avviene uno strano processo di rivalutazione mediatica dello stesso e delle sue opere. Probabilmente la cosa deriva da una nuova ed inaspettata possibilità di lucro annusata da questi avvoltoi mediatici che fa leva sulla sensibilità del popolo rispetto al fresco defunto che, invece, quando era in vita non offriva margini commerciali di rilievo. Allora l'artista, fino al giorno prima dimenticato, abbandonato dai produttori, non promozionato, ostruito nella sua professione diventa, in un sol colpo, il mito da osannare, un patrimonio artistico a cui è impossibile rinunciare e, forse, patrimonio è proprio la parola giusta per decifrare questo strano comportamento dei media. E' successo nel cinema con Totò: tacciato per tutta la vita di fare film di terza categoria destinati solo ad un pubblico popolare, ad esempio, ed è successo tantissime volte anche nella musica italiana. Si possono citare i casi di Mia Martini: bollata iettatrice e costantemente ostacolata nel suo lavoro, Luigi Tenco: criticato fino al suicidio, Umberto Bindi: oscurato per la sua omosessualità e ridotto ad una morte in estrema povertà, Franco Califano: prima demonizzato tra storie di malavita e droga e poi sapientemente sfruttato e deriso come fenomeno televisivo tenendo sempre in secondo piano il suo talento, e tanti altri casi arrivando a quelli più recenti di Pino Mango: ormai da anni fuori da quasi tutti i circuiti radiofonici e televisivi nazionali e sempre in difficoltà, come la maggior parte dei suoi artisti coetanei, nel trovare produzioni per nuovi progetti e Pino Daniele: che, visto l'andazzo dell'industria discografica italiana si era ormai isolato tra sperimentazioni internazionali e riproposizoni di album storici figli di tempi in cui la qualità, nella musica italiana, contava ancora qualcosa. Ce ne sarebbero tanti altri di nomi come Pierangelo Bertoli, come Bruno Lauzi, e come Sergio Endrigo che anche la giustizia, un po' come i media, e per gentile concessione del rivale in tribunale, si è ricordato di lui solo quando non era più in vita ricoscendogli, dopo 18 anni di cause, la co-paterintà della colonna sonora del film "Il Postino" interpretato da Massimo Troisi e diretto da Michael Radford nel 1994. Quella sublime composizione che consentì a Luis Bacalov di vincere l'Oscar per la miglior colonna sonora, oltre al Nasto D'Argento, il David di Donatello ed il Premio Bafta per la medesima categoria, era del tutto simile alla musica di "Nelle mie notti", brano scritto da Endrigo per Riccardo Del Turco nel 1974. Dal 2013, quindi, la sentenza ha condiviso quel meritatissimo Oscar tra Bacalov, Del Turco, Paolo Margheri, paroliere del brano del '74, e, naturalmente, Sergio Endrigo. Bacalov, infatti, argentino ma cresciuto professionalmente in Italia aveva collaborato con tanti artisti italiani tra cui anche Endrigo per ben 11 anni. La causa, ebbe inizio nel 2001 e tra sentenze e ricorsi arrivò nel 2005 la morte di Endrigo e solo nel 2013, come detto, Bacalov, decise di concedere, anche se in evidente ritardo, ad Endrigo e company questo giusto riconoscimento. Un riconoscimento postumo, dunque, che arriva in ritardo ma che conferma, come le sue canzoni, la grandezza di un artista senza tempo.    

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1 marzo 2018 4 01 /03 /marzo /2018 00:01
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28 febbraio 2018 3 28 /02 /febbraio /2018 00:01
Sondaggi: Speciale Sanremo 2018

 

X Il migliore: Luca Barbarossa 30%

X Il peggiore: Le Vibrazioni 42%

Migliore "Nuova proposta": Mirkoeilcane 57%

X Miglior testo: Ron 43%

X Miglior interpretazione: Ron 36%

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