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  • Cronista per vari giornali locali e articolista on line da diversi anni in svariati argomenti.
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"...ma dentro i suoi occhi, un dolore profondo:

vedere il cammino, diverso del mondo,

la guerra e la gente, che cambia il suo cuore,

la verità che muore..."

Amedeo Minghi - Un uomo venuto da lontano

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29 settembre 2018 6 29 /09 /settembre /2018 23:01
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X La sfida dei 100, 1°Fase-4°Sfida: Francesco Guccini e Franco Battiato 24%, Franco Califano e Gino Paoli 18%, Gianni Bella 12%

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15 settembre 2018 6 15 /09 /settembre /2018 23:01

"La favola mia" è una delle canzoni più amate del repertorio di Renato Zero, Fiacchini all'anagrafe, ed è stata pubblicata nel 1978 per l'album "Zerolandia". Nella prima stampa del vinile il brano porta le firme di Franca Evangelisti, Renato Zero e Piero Pintucci mentre nelle successive ristampe alla Evangelisti si aggiungono Roberto Conrado, Albert Verrecchia e Piero Montanari. A parte questa curiosità, il brano, diventa presto un cavallo di battaglia dell'artisti anche perchè il testo è evidentemente autobiografico. La canzone, infatti, rappresenta l'illusione quotidiana espressa dal teatrante attraverso versi, maschere e costumi che concede la possibilità di soddisfare quella voglia di vivere un sogno di un pubblico che non osa scoprire le proprie vanità ed i propri bisogni più ludici ed infantili. L'artista, in questo caso, si sostituisce allo spettatore trasformando in realtà le proprie fantasie attraverso l'incantato sogno di una serata che si ripete, puntualmente ogni sera, non appena sia apre il sipario. Una magia che permette ad un pubblico di tornare bambino ed all'artista di indossare delle maschere ben più vere di quelle che si è costretti a portare nella odierna collettività sociale. Dietro quella maschera, però, Zero ricorda la presenza di uomo comune costretto a convivere quotidianamente con le stesse problematiche che riempiono i giorni di chi assiste a quelle esibizioni. Viene, quindi, espressa la volontà dell'artista di non assumere un ruolo di superiorità rispetto ai propri fans bensì di sottolineare la propria modestia e vicinanza al popolo. Zero, quindi, vive il sogno che lo spettatore chiede attraverso la propria poesia e la propria affascinante arte dimenticando, per qualche ora, la nuda realtà per offrire una notte di magia che si rinnova in ogni nuovo spettacolo. Un capolavoro assoluto, quindi, che ben rappresenta la storia e la  vita artistica di Renato Zero che ha affrontato il proprio cammino musicale, e continua a farlo, proprio in tal senso con la volontà di regalare quel sogno ad un pubblico che non ha smesso mai di affascinarsi dinnanzi a quella favola rappresentata da un cantautore di cotanto spessore umano ed artistico.

 

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Renato Zero 

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14 settembre 2018 5 14 /09 /settembre /2018 23:01

E' il 1987 quando, dopo la vittoria a Sanremo del trio formato da Umberto Tozzi, Gianni Morandi ed Enrico Ruggeri con "Si può dare di più", lo stesso gruppo è chiamato a partecipare all'Eurofestival a Bruxelles. A causa di impegni lavorativi, però, il solo Tozzi può accettare quell'invito e, a farsi avanti per accompagnarlo in questa avventura europea è uno degli autori, insieme allo stesso Tozzi ed a Giancarlo Bigazzi, del brano vittorioso a Sanremo ovvero Raffaele Riefoli, in arte Raf. L'artista pugliese, fino a quel momento, non aveva mai cantato in italiano ma solo in inglese. Una scelta artistica per la quale si era precluso anche la possibilità di far parte del trio di "Si puo dare di più" ma che, in questa occasione, perde la sua forza anche perchè lo stesso Raf non è più convinto di quella strada che, comunque, lo aveva portato ad un discreto successo. Ad ogni modo, visto il progetto già pronto e scritto dallo stesso gruppo di lavoro del successo sanremese, i due artisti danno vita al duetto "Gente di mare" che esprime un po' la natura degli italiani e della loro storia di navigatori. Raf, in particolare, sente molto suo questo testo avendo vissuto l'adolescenza a due passi dal mare prima di abbandonare il luogo natio per viaggiare per il mondo. La canzone ottiene un ottimo successo, si classifica terza all'Eurofestival e in Italia resta in classifica per ben ventisette settimane arrivando anche al secondo posto. Del brano, inoltre, ne è stata fatta anche una cover in portoghese dall'artista brasiliano Fabio Junior dal titolo "Felicidade".  Dopo questi due successi il gruppo di lavoro composto da Tozzi, Raf, Bigazzi e da due musicisti che rispondono al nome di Mario Manzani e dell'allora sconosciuto tastierista Marco Masini sembra solido e sforna altri brani per i successivi album dei due artisti. Ma il sodalizio dura poco perchè, dopo uno spettacolare tour teatrale ove Raf accompagnò Tozzi in diverse gloriose tappe e dopo altre sporadiche collaborazioni, nel 1993 Raf decide di chiudere il rapporto di lavoro con Bigazzi e di consolidare l'unione lavorativa con il figlio di Mogol, Alfredo Rapetti, in arte Cheope con il quale raggiunse poi i più grandi successi della sua storia artistica. L'anno successivo, inaspettatamente si rompe, ed in maniera anche traumatica, la lunga collaborazione tra Bigazzi e Tozzi che a partire dagli anni '70 aveva prodotto tanti successi ed aveva segnato in maniera evidente il corso della nuova musica italiana. Il divorzio, pare, ebbe inizio da una falsa accusa che Tozzi fece allo stesso paroliere e produttore Giancarlo Bigazzi qualche anno prima ovvero quella di aver ceduto, senza il consenso del cantautore torinese, un brano scritto originariamente per lo stesso Tozzi ad una giovane promessa su cui Bigazzi aveva puntato e cioè Marco Masini. Il brano in questione era "Adagio per un addio" che, dopo diverse modifiche, divenne la celebre "Perchè lo fai" con la quale Masini si classificò terzo al Festival di Sanremo del 1991 proprio davanti a Tozzi che propose, in ripiego al brano ceduto a Masini, "Gli altri siamo noi" e dietro a Renato Zero e Riccardo Cocciante che vinse quell'edizione con "Se stiamo insieme". Tale situazione è stata descritta dallo stesso Giancarlo Bigazzi che acquistò una pagina della rivista "Musica e dischi" per spiegare il diverbio. Bigazzi, poi, si rivolse al giudice chiedendo che venisse cancellato il nome di Tozzi come coautore di diversi brani famosi per i quali, l'artista torinese, secondo Bigazzi non avrebbe scritto nemmeno una riga dei testi nè una nota delle musiche. L'autore, inoltre, si disse pronto a dimostrare la cosa con testimonianze inoppugnabili. Nell'accusa si fa riferimento a brani come "Si puo dare di più", "Gli altri siamo noi" e, appunto, "Gente di mare". Tozzi, all'epoca, dichiarò di non aver capito questo comportamento e non vedeva perchè Bigazzi volesse rompere in maniera tanto forte un rapporto di lavoro che era arrivato alla sua naturale conclusione. La cosa, in ogni caso, provocò una pausa artistica per Tozzi che, proprio dal 1994, cominciò a scriversi sia i testi che le musiche dei propri lavori non arrivando, però, mai ad eguagliare il successo avuto con Bigazzi. La querelle, però, non ha provocato problemi nel rapporto d'amicizia tra Tozzi e Masini che, tra l'altro, nel 2006 hanno collaborato in un disco cantando l'uno i successi dell'altro e viceversa consolidando una collaborazione iniziata tanti anni prima.

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10 settembre 2018 1 10 /09 /settembre /2018 23:01

"Io vagabondo (che non sono altro)" è un grande successo della musica italiana ed è sicuramente il cavallo di battaglia della storica band dei Nomadi, nata nel 1963. Il brano, scritto da Alberto Salerno per il testo e dal bassista Damiano Dattoli per la musica, è stato lanciato dai Nomadi nel 1972 nella manifestazione Un disco per l'estate dove, però, si classificò solo tredicesimo. Il successo popolare, invece, fu grande fin da subito ed il 45 giri che conteneva anche "Eterno" superò 1.000.000 di copie vendute. In seguito, la canzone, fu inserita nella cassetta "Stereo 8" che portava l'omonimo titolo del brano. Negli anni successivi, poi, il brano è diventato un vero e proprio simbolo della band che l'ha incisa in diverse versioni e pubblicata più volte nelle varie raccolte. Inoltre, dal 1972 ad oggi, il brano è sempre stato il punto più atteso di ogni esibizione live del gruppo fondato da Beppe Carletti, tutt'ora in formazione, e da Augusto Daolio, voce storica della band scomparso nel 1992. Oggi la band è formata da Carletti, Cico Falzone, Daniele Campani, Massimo Vecchi, Sergio Reggioli e Cristiano Turato, nuova voce del gruppo che ha sostituito nel 2012 il dimissionario per scelta Danilo Sacco. All'epoca del suddetto brano, invece, al fianco di Carletti e Daolio c'erano Paolo Lancellotti, che ha lasciato la band nel 1990 dopo essersi aggregato nel 1969, Umberto Maggi, componente dei Nomadi tra il 1970 ed il 1984, e Amos Amaranti che ha fatto parte del gruppo per un solo anno ma giusto in tempo per scrivere la pagina più bella della storia del gruppo. Tornando al brano, ne esiste una versione spagnola incisa nel 1973 con il titolo "Yo vagabundo" e, pubblicata successivamente anche in Italia nel 2003 nella raccolta "The platinum collection". Un'altra versione particolare è quella del 1995 pubblicata nell'album "Tributo ad Augusto" dove il brano viene cantato live dal pubblico sulle note suonate dal vivo dal gruppo. Nel corso degli anni tante sono state le cover prodotte da altri artisti come il duetto di Gianna Nannini con i Timoria pubblicata anch'essa in "Tributo ad Augusto" del 1995, quella di Rosario Fiorello sempre del 1995 nell'album "Finalmente tu", quella di Ornella Vanoni del 2001 per l'album "Un panino una birra e poi...", o quella dei Matia Bazar del 2007 per l'album "One1 Two2 Three3 Four4". Inoltre, nel 2004, è stata lanciata anche una versione dance del brano remixata da Roberto Giordana. Un grande successo, quindi, che rappresenta le riflessioni di un uomo che si ritrova vagabondo senza soldi né casa e tra i ricordi d'infanzia ed un futuro incerto si affida alla fede in Dio, ovvero, tutto ciò che gli è rimasto. Un destino beffardo che non poteva immaginare nell'ingenua età della fanciullezza. Un testo straordinario trasformato in un capolavoro immortale dalla voce di Augusto Daolio e da un gruppo di grandi professionisti della nostra musica, una formazione che, seppur cambiata varie volte in quasi tutti gli elementi non perde mai la sua identità e la sua qualità artistica.

 

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8 settembre 2018 6 08 /09 /settembre /2018 23:01

"Una carezza in un pugno" è uno dei brani più noti ed amati della discografia di Adriano Celentano. La canzone venne incisa nel 1968, a due anni dal grande successo ottenuto con "Il ragazzo della via Gluck" in un album che portava eccezionalmente due titoli "Azzurro" da un lato e "Una carezza in un pugno" dall'altro per sottolineare i due brani più importanti del progetto che, tra l'altro, conteneva anche "Canzone" e "La coppia più bella del mondo". Il testo è stato scritto da Luciano Beretta e Michele Del Prete mentre la musica è stata curata da Gino Santercole, nipote di Adriano, e Nando De Luca. Il disco, ovviamente, fu un successo e tutt'ora le due canzoni sono tra i cavalli di battaglia dell'artista milanese. All'epoca, il brano, sorprese anche per l'evidente errore grammaticale presente nel ritornello: "...Ma non vorrei che tu a mezzanotte e tre stai già pensando a un altro uomo..." che venne, però, ridimensionato dallo spessore dell'interprete e dalla devozione del pubblico verso lo stesso Celentano. Il brano rappresenta la tenera forza di un amore romantico e la feroce gelosia che lo stesso, talvolta, provoca. Il noto critico musicale Mario Luzzatto Fegiz definì la canzone: "La sintesi del sentimento: a mezzanotte la certezza, a mezzanotte e tre il dubbio". Il pensiero espresso nel brano, inoltre, assume un elevato spessore poetico grazie alla penna garbata di Beretta, grande autore e paroliere, considerato il vero poeta del Clan Celentano. Un'altra corrente di pensiero, invece, vede nel testo un intento molto meno poetico e cioè una sorta di velato inno alla masturbazione maschile. Questa ipotesi è stata promossa, tra gli altri, dal giornalista Luca Sofri che pare sia arrivato a tale conclusione attraverso delle dirette dichiarazioni di Santercole. In ogni caso, negli anni, il brano, ha acquistato sempre più forza grazie anche ad alcune fortunate cover che hanno permesso alle nuove generazioni di riscoprire la canzone come quella realizzata da Rosario Fiorello nel 1995 nell'album "Nuovamente falso" o quella del duo Musica Nuda, composto da Petra Magoni e Ferruccio Spinetti, per il disco "55/21" del 2008. Un capolavoro senza tempo, quindi, che ha contribuito in maniera importante alla consacrazione di un vero e proprio mito della nostra musica come Adriano Celentano.

 

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3 settembre 2018 1 03 /09 /settembre /2018 23:01

"La voglia di morire" è un brano di  Marco Masini del 1991 e pubblicato nello storico album  "Malinconoia". Scritta in collaborazione con Giancarlo Bigazzi e Marco Falangiani, la canzone, può sembrare dal titolo una rappresentazione del pessimismo di cui l'artista toscano è stato spesso tacciato erroneamente e, talvolta, meschinamente per avvalorare quell'infame etichetta di jettatore che l'artista ha dovuto subire per diversi anni da parte di addetti ai lavori che, per invidia o per ragioni commerciali, volevano escludere, attraverso questi loschi mezzucci, Masini dal panorama artistico. Chi non conosce il contenuto del brano, infatti, può cadere in questo tranello ma basta ascoltare il testo per capire che lo stesso non è un invito al suicidio, come si voleva far credere, bensì l'esatto contrario. Il testo spinge a risollevarsi ed è riferiferito a chi soffre un periodo di forte depressione. L'attenzione e la sensibilità di Masini verso le problematiche giovanili sono aspetti importanti che hanno contraddistino la prima fase artistica del cantautore e la depressione non poteva non essere presa in considerazione in un periodo storico come quello dei primi anni '90 dove si iniziava a prendere coscienza dell'aids e dove l'uso delle droghe era sempre più forte tra una generazione di ragazzi che cercavano proprio nella musica i propri profeti. Per tali ragioni, Masini, divenne un simbolo di quel popolo di adolescenti che vedevano in lui l'unico artista capace di interpretare i propri pensieri e le proprie paure e di metterle in musica attraverso testi poetici e conivolgenti. "La voglia di morire" rientra proprio tra questi brani che disegnano la realtà giovanile di quei tempi e quello stato d'animo, talvolta, opprimente che risiedeva in molti di quei ragazzi smarriti in quella delicata fase di crescita. Masini, quindi, cerca di interpretare le loro sensazioni elencando i sintomi che tale stato d'animo causa e li invita a guardare oltre la propria realtà per osservare chi vive il vero dolore citando, ad esempio, i mendicanti nei metrò o i bambini in fase terminale. Osservando queste tristi realtà si ha una prospettiva diversa della propria vita e del valore che la stessa ha. Spesso per un piccolo problema, magari sentimentale, ci si abbandona non pensando a quante persone pagherebbero per dover far fronte a questi piccoli disagi invece di dover convivere con vere difficoltà che, nonostante tutto, non li inducano mai a mollare ma sempre a lottare per quel dono di Dio che è la vita. L'autore, quindi, vede nell'amore per la vita l'arma più forte per combattere questo stato depressivo che verrà del tutto cancellato quando si incroceranno gli occhi con un partner che rappresenterà quella forza dell'amore in grado di spazzare via definitivamente quell'atroce dubbio esistenziale. Un pezzo struggente e, sicuramente, altamente significativo realizzato su di una musica sublime che ricorda le sonorità classiche e con un testo profondo e poetico che rendono il brano un capolavoro assoluto impreziosito dalla tipica voce roca ed il solito coivolgimento emotivo nell'interpretazione di un vero poeta della nostra musica come Marco Masini.

 

 

 


 

Altro su:

Giancarlo Bigazzi

Marco Masini       

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31 agosto 2018 5 31 /08 /agosto /2018 23:01
Sondaggi: La sfida dei 100, 1°Fase-4°Sfida
La sfida dei 100 - 1°Fase-4°Sfida
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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30 agosto 2018 4 30 /08 /agosto /2018 23:01
Sondaggi: Risultati Agosto 2018

 

X La sfida dei 100, 1°Fase-3°Sfida: Fabrizio De André 50%, Enrico Ruggeri e Francesco De Gregori 18%, Fiorella Mannoia 11%, Fabio Concato 4%

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19 agosto 2018 7 19 /08 /agosto /2018 23:01

"Sono solo canzonette" è un brano ma anche la filosofia di fare musica di Edoardo Bennato. Nonostante più volte nella sua lunga carriera, Bennato, ha scritto testi a sfonfo politico o sociale, nel 1980, con questo concept album che dà il titolo alla suddetta canzone, l'artista, vuole in qualche modo smitizzare la figura del cantautore come profeta politico o istigatore di masse pur sapendo che, in realtà, i cantautori hanno e continueranno ad avere grande presa tra i giovani. Bennato mette un freno a tutto questo spiegando che ciò che scrive, in fondo, sono solo canzoni e non ha la presunzione di sentirsi nè un guru nè una guida per un popolo talvolta oppresso. Questa musica, però, ha il pregio di distogliere dai problemi e di regalare emozioni di allegria e di spensieratezza senza escludere, in taluni casi, la possibilità di riflettere. Non sono trattati politici nè esortazioni di ribellione ma semplici espressioni di un'arte quale è la musica. Bennato, in questo modo, libera un po' tutta la classe cantautorale da quel compito spesso attribuito a tutti i più grandi artisti italiani in quell'epoca di strumento politico o divulgatore di qualsivoglia movimento. Un attestato di umiltà ma anche una presa di posizione in difesa della musica troppe volte strumentalizzata a fini politici. Tutto questo, però, Bennato lo fa con la solita ironia e le sue tipiche sonorità allegre e coinvolgenti regalando una canzone, ed un intero album, che ha segnato la storia della musica italiana ed ha consacrato l'artista in uno stile unico e riconoscibile ancora oggi. Un modo di fare musica che è diventato un marchio di fabbrica per il cantautore partenopeo che non disdegna mai di fare uso della fantasia e di quella essenza di eterno Peter Pan che non ha mai perso. L'album, infatti, si ispira proprio alla favola dell'eterno bambino e con quella semplicità ed ingenuità Bennato cerca di diffondere il proprio pensiero in un epoca dove la musica ha spesso una matrice intimista. Il suo rock, quindi, appare come una novità assoluta nel cantautorato italiano e lo rende uno degli artisti più amati dai giovani del tempo. Le sonorità del disco offrono autenitche novità musicali grazie anche all'apporto di grandi musicisti come lo stesso Bennato o come Enzo Avitabile al sax e Tony Cercola alle percussioni. Un disco importante, quindi, ed una canzone che ridà alla musica la sua giusta dimensione nel panorama sociale.

 

 

 


 

Altro su:

Edoardo Bennato

Enzo Avitabile 

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10 agosto 2018 5 10 /08 /agosto /2018 23:01

"L'era del cinghiale bianco" è un brano di Franco Battiato del 1979 e contenuto nell'omonimo album. Nonostante questo disco non sia tra i più venduti della discografia del cantautore siciliano, il suddetto brano, è diventato negli anni uno dei cavalli di battiaglia di Battiato che l'ha poi riproposto in diverse raccolte oltre ad eseguirlo in ogni suo concerto. Per questo testo Battiato prende spunto dal saggio: "Simboli della scienza sacra" del 1962 di René Guénon dove, il cinghiale, viene analizzato come elemento della mitologia dei Celti, per la quale era un animale sacro e simbolo dell'autorità spirituale contrapposta all'orso che rappresenta l'emblema del potere temporale, e come figura della tradizione Indù dove oltre a rappresentare il terzo dei dieci avatar di Vishnu, identifica la nostra stessa era e quindi, l'era del cinghiale bianco. Questa era, per gli Indù, rappresenta una fase mitologica e magica per l'uomo nella quale si raggiunge la conoscenza assoluta in senso spirituale. Battiato, dal canto suo, ha utilizzato questo legame per esprimere che con una minima presa di coscienza atta a ridimensionare tutti i piccoli insignifanti problemi quotidiani è possibile elevarsi ad uno stato di conoscenza interiore completa. Al brano collabora anche Giusto Pio a cui è affidato il violino presente nel tappeto musicale e che va ad accompagnare l'altro strumento predominante della canzone, ovvero la chitarra elettrica. L'aspirazione al raggiungimento di una dimensione spirituale è un messaggio che Battiato fa passare anche attraverso il minimo utilizzo delle parole. Il brano, infatti, presenta solo due brevi strofe oltre al ritornello lasciando campo libero alla musica ed al pensiero. La canzone, tra le altre cose, è stata tradotta anche per il mercato spagnolo per la raccolta "Nomadas" del 1987 con il titolo "La era del jabalì blanco". Un brano particolare, quindi, che ben identifica la personalità e l'unicità artistica di Franco Battiato, un cantautore di grande qualità e ben lontano dalla banalità di una certa musica di massa.

 

 

 


 

Altro su:

Franco Battiato

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