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  • : La musica che gira intorno...
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  • Cronista per vari giornali locali e articolista on line da diversi anni in svariati argomenti.
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"Se ci ritroveremo tutti in fondo al lungo viaggio,

avremo indietro l'anima, l'amore ed il coraggio.

Felice è lo stupore dopo il suono dei rintocchi,

perché so che l'infinito avrà i tuoi occhi..."

 

Enrico Ruggeri - L'infinito avrà i tuoi occhi

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5 novembre 2021 5 05 /11 /novembre /2021 00:01

Arriva nel 1993 l'ultimo brano inciso da Domenico Modugno prima della sua morte giunta un anno dopo. La canzone che fa parte di "Delfini" primo album pubblicato dal figlio Massimo ha come "Delfini (Sai che c'è)" ed è cantata in duetto. Scritta da Luigi Lopez e Franco Migliacci, il brano, invita a vivere la vita, tra difficoltà e bellezze, con leggerezza usando come metafora il mare e la giocosa libertà che hanno i delfini nel viverlo. I problemi e le disavventure che si incontrano nel mare della vita possono essere tante ma ci sono anche gli aspetti positivi e gradevoli che danno la forza ed il piacere di viverla. In fondo, gli autori ci parlano del naturale cammino terrestre consigliando di non prendersi troppo sul serio perchè nulla cambierà le leggi della natura e, quindi, di sorridere sempre alla vita. Anche peccare e commettere errori è concesso poichè la perfezione, purtoppo o per fortuna, non è dell'uomo. Una canzone, quindi, pregna di significato che affronta anche il rapporto padre-figlio che, in questo caso, è sublimato da uno spendido e toccante duetto che lascia ancor più emozionati se si pensa che solo un anno dopo Modugno sarebbe scomparso. Un ultima grande esibizione dedicata agli italiani prima di concedarsi dallo spettacolo della vita che a lui ha riservato un grande dono artistico e lui ha ricambiato donando la sua arte al mondo. Non a caso, a quasi vent'anni dalla scompasa, è ancora uno degli artisti più rappresentativi del nostro Paese in tutto il mondo e lo sarà per sempre grazie alle tante canzoni che ci ha lasciato in eredità come "Nel blu dipinto di blu", "Meraviglioso", "Vecchio frac", "Piove", "Tu si na cosa grande" e tante altre piccole perle che sono entrate di diritto a far parte del grande bagaglio artistico e culturale della tradizione musicale e popolare della nostra penisola. Il figlio Massimo, dopo quel disco, ne ha pubblicato un altro nel 2004 dal titolo "Quando l'aria mi sfiora" non ottenendo un gran successo, ma anche se non avrà la stessa fortuna del padre conserverà sempre nel cuore il ricordo e le sensazioni ricevute durante quel duetto che arrivano limpide anche attraverso lo schermo. Nato nel 1928, il cantautore pugliese, è stato il primo italiano a vincere il premio "Grammy" ed, in quell'occasione ne vinse addirittura due per "Nel blu dipinto di blu" come disco e canzone dell'anno. Tra i riconoscimenti avuti in carriera anche quattro primi posti al Festival di Sanremo ed un "Premio Tenco". Godiamoci, quindi, questo inno alla vita ricordando di sorridere sempre, in fondo "...è un gioco da bambini il mare...".

 

 

 


 
 
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4 novembre 2021 4 04 /11 /novembre /2021 00:01

"Cambiare" è probabilmente il brano più rappresentativo ed amato del compianto Alex Baroni, Alessandro Guido Maria all'anagrafe, ed è anche il brano che gli ha permesso di palesare al grande pubblico il suo immenso talento. E' il 1997, infatti, quando Alex presenta il suddetto brano tra le Nuove Proposte del 47° Festival di Sanremo dove, tra l'altro, era già stato l'anno precedente nelle vesti di corista. Baroni, infatti, prima di iniziare il suo percorso artistico personale è stato un eccellente corista per diversi grandi nomi della musica italiana. Con "Cambiare", però, arriva la svolta: la canzone ottiene fin da subito un grande successo di critica e pubblico. A Sanremo non vince ma si aggiudica il premio per la Miglior Voce e per la Miglior Interpretazione mentre il suo primo album da solista (dopo il primissimo con i Metrica), che porta il suo nome e che viene lanciato proprio in questa occasione gli apre le porte della grande musica. Il soul offerto da quello che sarà indicato come il Stevie Wonder italiano è un qualcosa di nuovo nel panorama degli anni '90 in Italia e le sue doti vocali affiancate ad una buona capacità autoriale portano Baroni, in poco tempo, ad essere uno degli artisti italiani più amati dal pubblico. "Cambiare" che parla della volontà di svoltare da una storia sentimentale forte evidentemente finita ma praticamente impossibile da debellare dalla propria anima e dai propri pensieri. Tutto, in tema di sentimenti, rimane se si è amato davvero e il "cambiare" rimane solo un'illusione per credere in futuro. Ecco, quindi, la grande attenzione ai testi, in questo caso ad opera proprio di Baroni a differenza della composizione musicale che è a cura di Massimo Calabrese, Marco Rinalduzzi e Marco D'Angelo. Dopo la morte dell'artista, avvenuta nel 2002 per un tragico incidente stradale, tanti sono stati gli omaggi per ricordare questo sfortunato ragazzo che in pochi anni è riuscito ad entrare, attraverso la qualità, nei cuori di tutti gli appassionati di musica. Dalla ex compagna Giorgia ("Marzo", "Gocce di memoria", "Per sempre"), all'ex produttore e collaboratore Eros Ramazzotti ("Infinitamente", oltre ad aver scritto per lui "Un'emozione per sempre" che Baroni non ha mai potuto incidere) fino a Noemi, che ha interpretato proprio "Cambiare" per un album tributo ad Alex inciso nel 2012, sono stati davvero in tanti a prestare la loro voce o i propri pensieri per omaggiare attraverso la musica un talento stroncato alla vita a soli 35 anni. "Cambiare" rimarrà, quindi, per sempre il ricordo più bello e limpido della sua avventura in musica poichè ha rappresentato l'inizio di una favola privata, però, del suo consueto lieto fine.     

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3 novembre 2021 3 03 /11 /novembre /2021 00:01

"Amico assoluto" è un brano di Renato Zero del 2004 pubblicato come unico singolo per la raccolta live "Figli del sogno". Il brano è presente nell'album sia nella versione in studio che in quella live eseguita durante il tour "Cattura il meglio in Tour 2004" in duetto con Michele Zarrillo ed Alexia. Il dvd, inoltre, resterà in vetta alle vendite per sette settimane diventando il dvd musicale più venduto dell'anno. La canzone invita a credere nel sogno e ad alimentarlo sempre con l'aiuto della fantasia mettendo da parte l'orgoglio e la paura di mostrare la propria vera natura. La rabbia di una realtà colma di insoddisfazione sembra abbia costretto l'amore ad arrendersi ed il sogno a spegnersi in un mondo sempre meno onesto e poco attento ai valori. Zero, però, confida in una nuova occasione che possa riportare la gente ad abbassare le proprie difese alimentando quel sogno che oggi riposa nel profondo di ogni anima. L'autore, infatti, si auspica che la rotta possa essere cambiata e che il sogno possa riconquistare quella valenza che possiede forse solo negli anni dell'adolescenza. Il sogno, secondo Renato, si nutre di verità e, quindi, solo quando gli uomini si stancheranno di recitare dei ruoli nella nostra società e butteranno via le loro finte maschere esso potrà tornare essere risvegliato. Un brano profondo, vero ed estremamente poetico che sottolinea, semmai ce ne fosse bisogno, la grandezza di uno dei più raffinati artista della scena musicale italiana. Un cantautore sensibile, Renato, che riesce con grande maestria a toccare corde dell'animo umano irrangiungibili per buona parte dei suoi colleghi. Zero, infatti, con la sua musica riesce ogni volta a risvegliare quel sogno che troverà sempre nuova linfa fino a quando un genio di tale portata continuerà a diffondere emozioni.

 

  
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2 novembre 2021 2 02 /11 /novembre /2021 18:40

"Campio'" è uno dei brani più belli ed intensi dell'ultimo lavoro discografico di Nino D'Angelo "Il poeta che non sa parlare". Sugli splendidi arrangiamenti del Maestro Nuccio Tortora, i testi dell'artista napoletano rimarcano ancora una volta la valenza di un autore spesso sottovalutato e rinchiuso in ambito fin troppo stretto per le sue qualità. Fosse nato altrove, Nino, avrebbe un peso diverso nella nostra discografia ma, fosse nato altrove, non sarebbe stato Nino D'Angelo. Il marchio delle sue origini è indelebile ed imprescindibile dall'artista ed è sicuramente una sua forza nonostante ciò lo porti costantemente a difendere la quota artistica delle sue produzioni da chi ancora lo valuta con la puzza sotto il naso. Il suddetto brano, come detto, è forse il più toccante dell'album, il più profondo. È un abbraccio sincero, l'ultimo purtroppo, che l'uomo Nino regala all'amico Diego Armando Maradona prima ancora che al campione. I due hanno condiviso nello stesso periodo i relativi anni d'oro delle loro carriere ed hanno unito una città tra passione sportiva ed emozioni in musica. Nel brano si sente tutto il sincero cordoglio verso un uomo e verso un epoca vestita di sogno che non potrà più tornare. Con Diego se ne va anche l'animo bambino di Nino e di una generazione che potuto assistere e vivere quel sogno ad occhi aperti. In un attimo tutto è finito e tutto il mondo, nonostante la pandemia, nel pieno della sua forza, si è fermato per salutare incredulo quell'eroe rimasto fanciullo ed abbandonato da solo nella stanza dei giochi da quegli adulti che hanno saputo solo sfruttarlo nella sua grandezza e mai aiutato nelle sue difficoltà. A testa alta ha sempre affrontato tutti con un dribbling e una risata senza mai piegarsi al potere e ad una realtà troppo falsa per chi ancora guardava il mondo con gli occhi di un bambino. Nino e Diego, due figli della povertà che hanno vinto, hanno avuto destini simili provenienti da due mondi tanto lontani geograficamente ma incredibilmente vicini dal punto di vista sociale. Forse per questo Diego,a Napoli, si è sempre sentito a casa e per i napoletani è stato come un figlio o un fratello poi i successi sportivi hanno consolidato quel legame in modo indissolubile. La morte in solitudine, la meno meritata, la più triste era di quanto più improbabile potesse capitargli essendo stato circondato da folle festanti in ogni attimo della sua vita pubblica anche se, quella privata, è sempre stata intrisa da una falsa compagnia di soli opportunisti. Quella fine improvvisa e imprevista ha squarciato l'anima di tutti coloro lo hanno amato dando vita a manifestazioni di affetto e di disperazione in ogni angolo del pianeta. Ma come succede per i grandi, quella data, ha rappresentato solo il giorno in cui il mito è diventato leggenda perché per certi uomini la morte non esiste, non può esistere l'oblio per cotanta grandezza. Nino, con questo brano, ha salutato l'amico, l'uomo terreno e lo ha fatto in maniera estremamente toccante e sincera in dimostrazione all'attaccamento ed al ricordo indelebile che quel piccolo grande uomo ha saputo meritarsi nella sua avventura su questo mondo ed, in particolare, nella sua gloriosa parentesi napoletana. Il nostro ringraziamento va al Maestro D'Angelo per aver voluto condividere con tutto noi questo personale ed intimo ultimo abbraccio a cui non possiamo non unirci appassionatamente.

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2 novembre 2021 2 02 /11 /novembre /2021 00:01

"Il nostro concerto" è un brano che ha segnato la storia della musica italiana e che ancora oggi, a più di cinquant'anni dalla sua incisione rimane uno dei pezzi più rappresentativi della musica italiana ed, in particolare, del suo raffintato interprete e compositore: Umberto Bindi. Esponente di spicco della grande scuola cantautorale genevose, Bindi, nonostante il suo indiscusso talento non ha avuto vita facile in un mondo discografico e mediatico cinico e sempre pronto a colpire le anime più sensibili. La sua dichiarata omosessualità, infatti, ebbe fin da subito, per i detrattori, molto più peso della sua arte a partire da quando, nel 1961, in seguito alla sua partecipazione al Festival di Sanremo, i giornali misero in risalto l'anello che l'artista portava al dito trascurando quasi del tutto il brano, "Non mi dire chi sei" proposto alla kermesse insieme a Miranda Martino. Da quel momento in poi, nonostante la stima dei colleghi ed i tanti successi scritti per i più grandi artisti dell'epoca, Bindi, subì una ostruzione indegna che ne colpirono l'artista e soprattutto l'uomo. La sua spiccata sensibilità, infatti, non gli consentì di reagire nella maniera giusta e, tra l'indifferenza di un settore a cui aveva dato tanto, trascorse gli ultimi anni di vita in povertà prima che il sopraggiungere di problemi di salute lo portassero alla morte nel 2002. In pochi, nel mondo musicale e mediatico, gli rimasero vicino in quegli ultimi anni cercando di aiutarlo moralemente oltre che economicamente. Fra questi ci fu sicuramente Gino Paoli che si fece promotore di una campagna mediatica che permise a Bindi di ricevere, per pochi mesi prima della morte, i benefici della legge Bacchelli, destinata agli artisti in difficoltà. L'appello di Paoli venne, quindi, diffuso e accolto da molti esponenti dello spettacolo ma per troppi anni, gli stessi elementi, avevano praticamente dimenticato Bindi e le sue opere. Non fu così per Renato Zero, che lo riportò al Festival di Sanremo nel 1996 donandogli "Letti", un capolavoro che aveva nel cassetto e producendo un nuovo disco per l'artista ligure e, allo stesso modo, lo stesso Pippo Baudo che lo volle in quella edizione restituendogli con quell'ultima ovazione popolare, almeno in parte, quello che per tanti anni gli era stato negato. Una vita artistica, oltre che umana, completamente ostacolata, quindi, che non ha permesso però che il suo nome venisse cancellato dalla storia della grande musica italiana. Di questa storia, infatti, Umberto Bindi ne è parte integrante grazie a perle di pura poesia che ha lasciato lungo il suo percorso impreziosendo la discografia e la carriera di tanti grandi nomi della nostra musica che anche a lui devono la loro fortuna. Alcune di queste perle, però, Bindi le ha tenute per se ed il caso, appunto di "Il nostro concerto" scritta con il fidato paroliere Giorgio Calabrese nel 1960 e pubblicata perima in un 45 giri e poi nell'album "Umberto Bindi" del 1961. Il brano, dalla struttura sinfonica e dalla durata di oltre cinque minuti, non era in linea con i successi dell'epoca ma ebbe fin da subito un grande riscontro popolare diventanto presto un classico della nostra musica. Negli anni, la canzone, è stata oggetto di diverse riproposizioni da parte di artisti come Peppino Di Capri, Jimmy Fontana, Franco Simone, Massimo Ranieri e tanti altri fino alle più recenti reinterpretazioni regalate da Claudio Baglioni, Morgan e da Renato Zero. Un brano, quindi, che non avrà mai fine e che resterà sempre un indelebile segno del passaggio, in un questo cinico mondo dello spettacolo, di un artista unico e di un anima buona e sensibile come quella di Umberto Bindi.       

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1 novembre 2021 1 01 /11 /novembre /2021 00:01
Sondaggi: La Sfida dei 100, Fase 8 - La Sfida Finale
La Sfida dei 100, 8°Fase-Sfida Finale
 
 
 
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31 ottobre 2021 7 31 /10 /ottobre /2021 00:01
Sondaggi: Risultati Ottobre 2021

 

X La Sfida dei 100, 7°Fase-2°Sfida: Lucio Dalla 60%

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29 ottobre 2021 5 29 /10 /ottobre /2021 23:01

"Piccola Katy" è uno dei brani più famosi e più rappresentativi dei Pooh. La storica band italiana, infatti, incide questo brano nel lato B di un 45 giri del 1968 insieme a "In silenzio" che sarebbe dovuto essere il pezzo forte del progetto. Nonostante la bontà del lato A, ad emergere fin da subito, è proprio quella "Piccola Katy", brano orecchiabile dal testo semplice che colpisce il pubblico e permette ai Pooh di entrare per la prima volta nei primi 15 posti delle classifiche italiane. Scritta da Valerio Negrini per il testo e da Roby Facchinetti per la musica, la canzone ottiene quel successo anche grazie all'interpretazione dell'allora frontman del gruppo Riccardo Fogli. Con Fogli, Facchinetti e Negrini, allora batterista e poi autore nascosto in seguito, c'è il chitarrista Mario Goretti che lascerà il posto proprio nell'estate del 1968 a Dodi Battaglia. Riccardo Fogli, invece, lascerà il gruppo nel 1973 e reinciderà il pezzo anche da solista. Anche i Pooh, nella formazione attuale, fatta eccezione per la presenza di Stefano D'Orazio, hanno rielaborato il brano in una versione più recente nel 1990. Una delle differenze tra la prima incisione e le successive è la sostituzione con un assolo di chitarra della parte parlata tra la seconda e la terza strofa dove Fogli interpreta con tanto di accento un inglese che tenta di parlare in italiano. La curiosità più significativa, però, legata a questo brano è sicuramente la genesi dello stesso: nel 1967, un anno prima dell'incisione, Valerio Negrini, compianto "quinto elemento" della band, aveva composto il testo, che rappresenta una sedicenne che tenta una fuga da casa durante la notte per le prime delusioni sentimentali per poi tornare indietro senza che la famiglia si sia accorta della cosa, e lo aveva consegnato a Facchinetti per farlo musicare. Roby, però, non trovava la veste musicale ideale per quei versi e così passò del tempo senza che la canzone trovasse una sua realizzazione. Qualche tempo dopo, Negrini e Facchinetti, in una notte di sbronza inziano a cantare in un furgoncino insieme ad alcuni amici quello che poi sarebbe diventato il motivo sonoro del brano dove, gli "oh oh", restano un chiaro segnale della condizione etilica di quella serata. Il giorno successivo, Facchinetti, memore di quella goliardica nottata, scriverà quella che diventerà un classico senza tempo per i Pooh e per l'intera musica italiana che però verrà firmata da Pantros, alias Armando Sciascia, e Selmoco, ovvero Francesco Anselmo, perché Negrini e Facchinetti non erano ancora iscritti alla Siae. Tra l'altro, nel riff iniziale di chitarra elettrica, c'è anche un chiaro riferimento al brano "Got to get you into my life" dei Beatles, gruppo al quale i Pooh si sono da sempre ispirati e che oggi rappresentano un po' il loro corrispettivo italiano. Un successo, quindi, che però negli anni '70 è stato messo da parte dal gruppo salvo poi riprenderlo e rilanciarlo insieme ad altre canzoni degli anni '60 dal tour "Buona fortuna" del 1981. Per la cronaca, il brano, venne pubblicato nel secondo album della band "Contrasto" nel 1968 ma non è mai stato riconosciuto ed inserito nella discografia ufficiale dal gruppo perché nato da una serie di provini messi insieme dalla casa discografica Vedette mentre i Pooh erano in concerto per sfruttare la popolarità del momento. La band, infatti, appena ne venne a conoscenza chiese ed ottenne il ritirato dal mercato di quel migliaio di copie allora stampate. Per tale motivo, oggi, quel vinile rappresenta un prezioso pezzo da collezione dal valore di circa 1800 euro. I Pooh, quindi, tornano in sala di registrazione ed incidono l'album "Memorie" pubblicato nel 1969 iniziando una controversia con la Vedette fino alla rottura del loro rapporto lavorativo nel 1970. Un altra curiosità legata al brano è, infine, la prima esecuzione televisiva realizzata in playback nella trasmissione "Sette voci" di Pippo Baudo dove però furono invitati solo Riccardo Fogli e Roby Facchinetti. Un pezzo storico, quindi, che pur non essendo in termini autoriali il meglio che i Pooh ci hanno regalato in cinquant'anni di storia ha rappresentato comunque un momento decisivo per la loro carriera permettendo alla band di ottenere in brave tempo una popolarità che poi hanno saputo sfruttare grazie al loro indiscusso talento di veri professionisti della musica italiana. Non a caso, dopo cinquant'anni, sono ancora uno dei gruppi italiani più amati di sempre e continuano, ancora oggi, a conquistare nuove generazioni con la loro arte.         

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28 ottobre 2021 4 28 /10 /ottobre /2021 23:01

"Vita d'artista" è un brano molto particolare di Enzo Ghinazzi, in arte Pupo, ed anche uno di quelli che avrebbe meritato maggior fortuna. La canzone, infatti, incisa nell'album "Change generation" del 1985 e scritta con il compositore Gilberto Borri non rientra tra i grandi successi popolari dell'artista toscano ma è sicuramente tra più apprezzate dai fans del cantautore. Nel testo, Pupo, ci parla di questo magico mondo dello spettacolo, che poi tanto magico non è, e lo fa con gli occhi e l'anima dell'artista attraverso le sensazioni e le emozioni che lo stesso prova in un sistema, in fondo, ipocrita e spesso fasullo. Pupo toglie, quindi, la maschera e mostra le insicurezze di un uomo comune obbligato, in qualche modo, a tanti piccoli trucchi per servire il pubblico e dare loro quel sogno che si aspettano. Una illusione che si avvera ogni qual volta si apre un sipario e che svanisce quando si esce dalla scena. L'artista, dunque, interpreta un ruolo e lo fa utilizzando tanti piccoli trucchi del mestiere che non lasciano spazio all'uomo. Anche alla fine di questa confessione, l'artista, ci lascia col dubbio sulla veridicità di ciò che ha appena cantato palesando, quindi, l'enventualità che anche queste parole sono parte della finzione scenica non riuscendo più, forse nemmeno lui in prima persona, a capire se a cantare è stato l'uomo o l'artista. Le due figure, infatti, tendono a confondersi creando quasi un annullamento della propria personalità al punto che, il protagonista, arriva a dire che se tornasse indietro non rifarebbe la stessa scelta. Ma, intanto, il suo percorso è questo e continua, come ogni artista, a dipingere emozioni attraverso le canzoni, creare mistero con uno sguardo perso nel vuoto ed a sembrare sempre un po' matto perché la gente non lo vuole un'artista normale. Un gran bel pezzo che dimostra le capacità autoriali di un cantautore spesso sottovalutato soprattutto dai media italiani dove ormai la sua presenza è limitata al ricordo di pochi pezzi commerciali o alla conduzione di programmi di intrattenimento mentre all'estero la sua musica viene ancora valorizzata ed il suo nome rimane legato alla storia della musica italiana. Questa, però, è la situazione di molti artisti italiani della generazione di Pupo che, magari non saranno di primissimo livello, ma hanno nella loro lunga carriera molte perle nascoste come la suddetta che meriterebbero visibilità molto di più di tanti prodotti banali diffusi a dismisura dai maggiori media nazionali per puri interessi di mercato finendo per svilire la nostra tradizione musicale che ancora gira il mondo con successo.           

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27 ottobre 2021 3 27 /10 /ottobre /2021 23:01

"Una notte in Italia" è uno dei manifesti della discografia di Ivano Fossati. Una delle penne più illuminate della cultura italiana del '900 incide questo brano nel 1986 nell'album "700 giorni" ed in un momento storico per l'Italia non particolarmente diverso da quello attuale. Come sempre, Fossati, quindi si mostra osservatore e fotografo profondo della realtà mettendo nero su bianco le sensazioni e le immagini che possono raccontare al meglio una determinato periodo. Magicamente, però, anche se precisamente contestualizzate, le canzoni di Fossati restano eternamente attuali. "Una notte in Italia", ad esempio, sembra scritta ieri pur avendo quasi trent'anni. Sarà che la realtà italiana non è cambiata di molto ma è sicuramente anche la dimostrazione di un poeta che riesce a raggiungere il fulcro del pensiero e dei comportamenti che sono poi dei riflessi condizionati della realtà in cui si vive e che, tranne stravolgimenti eclatanti, rimangono pressochè inalterati. L'indole italiana di oggi è, quindi, praticamente simile a quella degli anni '80 e non resta difficile per un artista come Fossati immortalarla in tutti i suoi aspetti attraverso un percorso musicale che fa parte ormai della nostra storia culturale. In questo testo, che insieme agli altri brani presenti in questo album, porterà al cantautore la sua prima Targa Tenco, Fossati canta la bellezza del vivere in Italia anche nei periodi sbandati. L'artista dichiarerà più volte l'amore per questo testo che pur palesando le problematiche italiche offre comunque la strada per un futuro diverso attraverso l'accettazione delle difficoltà e la volontà di non restare fermi. Come in altri famosi testi, Fossati, utilizza anche qui la metafora musicale parlando di una musica troppo leggera che, però, può diventare un traino per sognare. L'artista, infatti, invita al confronto ed alla determinazione di cambiare le cose ma senza mai stare ad aspettare che qualcosa cambi da solo e, quindi, muoversi, agire, cantare, anche solo canzonette, ma mai stare zitti, mai rassegnarsi al peggio. Una presa di posizione, dunque, contro l'immobilismo e la depressione che sono le armi meno idonee per combattere un momento di difficoltà. Ancora una volta, quindi, Fossati ci lascia un grande insegnamento dimostrando come la musica può essere un immenso viatico per la riflessione e per la crescita culturale di un popolo palesando indirettamente l'infinita povertà dell'attuale offerta discografica attuale.      

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