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  • Cronista per vari giornali locali e articolista on line da diversi anni in svariati argomenti.
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"Se ci ritroveremo tutti in fondo al lungo viaggio,

avremo indietro l'anima, l'amore ed il coraggio.

Felice è lo stupore dopo il suono dei rintocchi,

perché so che l'infinito avrà i tuoi occhi..."

 

Enrico Ruggeri - L'infinito avrà i tuoi occhi

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15 novembre 2021 1 15 /11 /novembre /2021 00:01

E' il 1987 quando  Peppino Di Capri, nome d'arte di Giuseppe Faiella, si presenta al 37° Festival di Sanremo con "Il sognatore", un brano che entrerà presto fra i suoi maggiori successi. Scritto da Salvatore "Toto" Cutugno , Salvatore De Pasquale, meglio noto come Depsa, Giuseppe Torrebruno oltre allo stesso Di Capri, il brano si piazza solo quinto sul palco dell'Ariston ma è nel tempo che questa canzone troverà la sua dimensione. Il testo parla della natura del protagonista e nonostante non sia stata scritta unicamente dallo stesso interprete appare molto appropiata allo spirito espresso da Peppino Di Capri in tanti anni di carriera. Nella canzone, pubblicata poi nell'omonimo album, si parla del sognatore come un animale in via d'estizione, una tipologia rara di essere umano che ancora riesce a distaccarsi dalla realtà ed a vivere in un mondo di fantasia chiudendo semplicemente gli occhi. Una razza che si nutre di emozioni e che rispetta a malincuore le rigide regole imposte dalla vita. E così, perdendosi tra le stelle e tra amori a buon mercato, il sognatore della canzone, ha speso la propia vita in piena libertà eludendo tristezze e delusioni grazie alla propria fantasia. Allo stesso modo, il protagonista del brano, attende il proprio futuro senza preoccuparsi di cosa gli potrà riservare il destino e rimanendo sempre orgoglioso del suo poetico passato. Un brano molto particolare, quindi, che Peppino interpreta con la giusta leggerezza e con tutta la classe che lo ha portato a superare egregiamente i cinquant'anni di carriera. Una storia musicale importante quella di Peppino che lo ha reso uno degli interpreti italiani più apprezzati di sempre. Una carriera da numero uno che ben si addice alla figura del sognatore ma che, grazie solo al suo talento, è più che una realtà. Ovviamente, per il successo di questo brano, non va dimenticata l'importanza di autori come Cutugno, altro pezzo di storia della musica italiana e di Depsa, nome fondamentale dello spettacolo italiano e fidato collaboratore di Di Capri per il quale ha scritto più di trenta canzoni oltre a scrivere per tutti i più grandi nomi della nostra musica. Un successo, quindi, figlio dell'unione tra talenti straordinari che ancora oggi sono simbolo della musica italiana nel mondo. 

 

 

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14 novembre 2021 7 14 /11 /novembre /2021 00:01

"Ti ricordo ancora" è un brano del 1984 scritto e cantato da  Fabio Concato, Piccaluga all'anagrafe, e pubblicato nell'album "Fabio Concato" dello stesso anno. Sicuramente tra le canzoni più note ed amate del cantautore milanese, "Ti ricordo ancora", parla di un'amicizia particolare che ha aperto un dibattito tra gli appassionati di musica mai del tutto chiarito sulla profondità del rapporto raccontato nel testo. Si tratta di una forte amicizia o di un amore adolescenziale per un omossessuale? La questione è ancora aperta e non è detto che un giorno venga chiusa. Questo perchè un brano può assumere diversi significati in chi lo ascolta ed, infatti, fra le diverse letture c'è anche chi vede come tema centrale del brano gli abusi sessuali. Quest'ultima versione appare ardita poichè ciò che è chiaro è che il protagonista ricorda questa persona con affetto, il che non fa pensare ad abusi e poi, Concato, descrive questo ragazzo come un tipo dall'animo sensibile capace di commuoversi davanti a un film. Per tali ragioni si può capire che non si tratta di abusi nè di ricordi negativi poichè ciò che viene fuori è sicuramente un senso di tenerezza e di forte amore e, non è dato sapere e, forse, non è nemmeno tanto importante, se si trattasse di sentimento omossessuale o di profonda amicizia. Per esaminare la cosa, però, si può fare riferimento al testo e ciò che avvale la tesi di un inizio di rapporto gay tra ragazzini sono le frasi: "...eri un omino ma dentro avevi un cuore grande...che batteva forte un po' per me..." e, soprattutto, "E ti ricordo ancora...quando scoprirono che mi accarezzavi piano...e mi ricordo che ti tremavano le mani...ed un maestro antico che non capiva...". Queste, quindi, le parti del testo di Concato che possono far pensare a qualcosa di più di un'amicizia ma non esclude la possibilità che si tratti di un legame forte d'amicizia con un ragazzo particolarmente sensibile e desideroso di mostrare il suo affetto anche con atteggiamenti e dimostrazioni fisiche che potevano essere fraintese sia dal maestro citato nel brano che dalla stessa comunità sociale come dimostra, appunto, il dibattito nato sulla canzone. In ogni caso, lasciando libera interpretazione al testo, resta un grande pezzo ed un ennesima prova della grandezza di un autore che ha saputo distinguersi negli anni per la sua raffinatezza nello scrivere e nell'interpretare brani che hanno impreziosito la storia della nostra musica.

 

 

 


 

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Fabio Concato

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13 novembre 2021 6 13 /11 /novembre /2021 00:01

"Odio e lacreme" è un brano scritto e cantato da  Nino D'Angelo nel 2006 e pubblicato nell'album "Il ragù con la guerra" dello stesso anno. Il disco vede D'Angelo proseguire sul filone di musica impegnata e sociale rivestita da sonorità etniche che ha contraddistinto la seconda fase, la migliore dal punto di vista qualitativo, della sua lunga carriera artistica. In questo lavoro, infatti, l'autore tratta diversi temi spazziando dai sentimenti come l'amore per "St'ammore" o l'amicizia per "'O mericano" fino a brani di carattere sociale verso la sua Napoli, il suo popolo e le sue difficoltà come  "Bella" e "Brava gente". Ma tema centrale del disco, come si evince anche dal titolo dello stesso, è la guerra con tutte le sue ingiuste, inutili ed atroci assurdità. D'Angelo si sofferma, quindi, su ciò che lascia una guerra e sull'arrogante ignoranza di un potere che, nonostante tante pagine di storia, continua a sacrificare uomini in nome di una Patria che si ricorda dei suoi figli solo in determinate occasioni. Due sono le canzoni che Nino dedica a questo argomento e cioè "L'eroe", brano struggente su di una giovane vittima della guerra e sul poco valore che lo Stato da alle vite dei suoi soldati ed, appunto, "Odio e lacreme". Anche quest'ultimo è un brano molto significativo in cui D'Angelo si interroga sul perchè ancora oggi tante giovani vite devono andare perse in questo modo. "Quanta vita...quanta vite perze...odio e lacreme...Quanta vite...song stelle stutate llà 'nterra...civili e surdate." che tradotto sarebbe "Quanta vita...quante vite perse...odio e lacrime...quante vite...sono stelle spente lì a terra...civili e soldati". Questo il ritornello del brano che rende bene l'idea del messaggio che intende lanciare D'Angelo. Una osservazione cruda quanto semplice da fare ma che non viene notata dagli occhi del potere. Dove non arriva lo Stato però arrivano i poeti che con le loro parole riescono a raccontare la realtà così com'è e riescono a dar voce a quel popolo che non ha mai voce in capitolo tra le stanze del potere ma che poi è sempre il primo a correre quando la "Patria" chiama rimettendoci, magari, la loro stessa vita. Intato le guerre continuano e come ci ha insegnato la storia non hanno mai portato benefici nei popoli bensì, come canta Nino, solo "odio e lacrime".

 

 

 


 

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Nino D'Angelo

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12 novembre 2021 5 12 /11 /novembre /2021 00:01

E' il 1994 quando  Aleandro Baldi, all'anagrafe Civai, si presenta al 44° Festival di Sanremo con "Passerà". Il brano è scritto dallo stesso artista toscano in collaborazione con  Giancarlo Bigazzi per ciò che riguarda il testo e con Marco Falangiani per ciò che concerne la musica. Questa è la prima partecipazione al Festival tra i Big per Aleandro avendo già vinto nella sezione giovani nel 1992 con  "Non amarmi" cantata in duetto con Francesca Alotta. Precedentemente Baldi aveva già calcato il palco dell'Ariston tra le Nuove Proposte nel 1986 e nel 1989 ottenendo rispettivamente un secondo ed un terzo posto con i brani "La nave va" e "E sia così". Con "Passerà", il cantautore nato a Greve in Chianti, ottiene un meritatissimo primo posto davanti a Giorgio Faletti e la sua  "Signor Tenente" e Laura Pausini con "Strani amori". Il brano viene inserito nell'album "Ti chiedo onestà" che presenta anche altri brani ottimi come, ad esempio, "Sarajevo", "Come le stagioni" e "Il ragazzo solitario". Baldi riceve, quindi, l'apprezzamento del pubblico e della critica mettendo un sigillo importante per la sua carriera che, anno dopo anno, sarà ingiustamente trascurata dai media e ciò influirà sulla scarsa diffusione dei successivi lavori discografici soprattutto negli ultimi anni. Il testo di "Passerà" si sviluppa sull'importanza che può avere la musica in determinate situazioni di sconforto morale o di depressione. "Le canzoni sono zingare e rubano poesie...sono inganni come pillole della felicità...le canzoni non guariscono amori e malattie...ma quel piccolo dolore che l'esistere ci dà...passerà...". Un messaggio sicuramente vero che Baldi ha saputo divulgare con un testo semplice e diretto ma, allo stesso tempo, molto significativo per chi attribuisce alla musica la stessa forza descritta nella canzone. La musica vista, quindi, come alleata dell'anima e come spinta morale per superare le difficoltà della vita e tutti quei piccoli incidenti di percorso che, di tanto in tanto, ci si trova ad affrontare. Baldi si rivolge anche a quelle persone che vivono perennemente situazioni di vita non facili come i disabili o tutte quelle persono che, per un motivo o per un altro, non riescono a stare al passo di un mondo che corre sempre ad alta velocità. Soprattutto in questi casi la musica può essere un sostegno importante e, sicuramente Aleandro, non vedente dalla nascita, conosce bene questo tipo di situazioni ed ha provato sulla propria pelle quanto può significare una semplice combinazione di note musicali per chi vive in tali condizioni. Una ulteriore prova, quindi, della grande sensibilità di un artista fuori dal comune che riesce sempre a lasciare un segno importante nella mente e nel cuore di chi lo ascolta.

 

 

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11 novembre 2021 4 11 /11 /novembre /2021 00:01

E' il 1984 quando  Eros Ramazzotti, ancora poco conosciuto, si presenta al 34° Festival di Sanremo, categoria giovani, con "Terra promessa" brano scritto dallo stesso artista romano insieme ad Alberto Salerno e Renato Brioschi. La canzone affronta tematiche legate al mondo giovanile ed alle difficoltà di crearsi un futuro in un contesto poco sviluppato e per niente volto al progresso come poteva essere la provincia italiana di quegli anni. Alle difficoltà territoriali, ovviamente, vanno aggiunte quelle esistenziali di una età, in ogni caso, non facile da affrontare in qualunque epoca. La ricerca del proprio futuro e del proprio cammino di vita nella confusione di un mondo distratto possono conivolgere negativamente ed abbattare definitivamente un ragazzo privo di carattere o particolamente sensibile. E sono questi i casi in cui, per esempio, si può inciampare in cattive frequentazioni legate alla malavita attratti dal soldo facile o rifugiarsi in un mondo parallelo grazie all'uso quotidiano di sostanze stupefacenti o di alcool. A queste tematiche è, quindi, indirettamente legato l'appello di Ramazzotti che, in qualche modo, pretende che sia data ai giovani quella possibilità di un futuro che sta nei diritti di un essere umano. L'invocazione della "Terra promessa" può essere letta anche come una richiesta diretta alle istituzioni che spesso si mostrano assenti nei nofronti dei giovani creando un distacco preoccupante tra il popolo e la politica stessa. Interessi economici, carriere personali, situazioni internazionali, infatti, spesso rubano la scena al futuro del nostro stesso Paese che non può, per il proprio sviluppo, non partire dalla risorsa umana più importante che è rappresentata dai giovani. Eros Ramazzotti vincerà la sezione giovani di quell'anno e si porrà all'attenzione del pubblico e degli addetti ai lavori. Da lì, infatti, parte la sua grande carriera che lo porterà ad essere uno dei cantanti italiani più ascoltati nel mondo. Il suo stile pop-commerciali non ha confini e non ha difficoltà ad essere divulgato in ogni parte del globo terrestre. I suoi dischi, infatti, vengono regolarmente tradotti e commercializzati su tutto il territorio mondiale riscontrando i favori del pubblico. Tra le altre cose, "Terra promessa" inclusa nell'album "Cuori agitati", farà parte anche della colonna sonora del film di Carlo Vanzina "Vacanze in America"

 

     

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10 novembre 2021 3 10 /11 /novembre /2021 00:01

"L'istrione" è uno dei brani più celebri del grande chansonnier francese  Charles Aznavour, all'anagrafe Shahnour Vaghinagh Aznavourian. La canzone tradotta dall'originale "Le cabotin" da Giorgio Calabrese sotto la guida degli autori Aznavour e Georges Garvarentz, è stata portata in Italia nel 1970 dallo stesso artista transalpino che grazie alle sue conoscenze linguistiche ha fatto conoscere le sue canzoni in tutto il mondo riuscendo a cantare in ben 6 lingue oltre che in dialetto napoletano. Un mostro sacro, quindi, della musica leggera capace di emozionare come pochi e trasmettere arte nel suo stato più puro. Per tale motivo, Renato Zero , decide di incidere "L'istrione" nella sua raccolta del 2000 "Tutti gli zero del mondo". Zero, probabilmente, tra i cantautori italiani è quello a cui più si addisce l'aggettivo di istrione essendo in palcoscenico un vero mattatore e dimostrando una teatralità non comune nel mondo della musica italiana. Nello show televisivo che poi diede il titolo al disco, Zero, decide di eseguire il suddetto brano con un altro artista poliedrico e, soprattutto, grande interprete come Massimo Ranieri che, a sua volta, la pubblicherà nel disco live del 2010. I due regalano una versione di questo brano magnifica che non fa rimpiangere l'originale. Un'altra versione ottima, inoltre, la inciderà  Enrico Ruggeri nell'album "All In: L'ultima follia di Enrico" del 2009. Un brano non per tutti, quindi, che solo alcuni artisti italiani con determinate caratteristiche hanno potuto interpretare risultando credibili e non facendo cadere il senso di questo testo stupendo. "L'istrione", infatti, rappresenta la confessione di un commediante che esprime, da un lato, la sua natura umana e quindi in dubbi e le paure che lo attraversano prima di andare in scena, e dall'altro lato, la naturalezza con la quale le sue innate doti lo portano ad interpretare, quasi meccanicamente, un qualsiasi ruolo in maniera impeccabile e professionale risultando credibile e trascinante. Questa canzone, tra l'altro, può sembrare quasi un atto di immodestia e di eccessiva vanità dell'autore ma, in realtà, è una dichiarazione sincera del proprio essere artista che si palesa ogni qualvolta si apre quel sipario. La figura del commediante, inoltre, può essere interpretata anche come metafora dell'uomo che recita la sua parte nella commedia della vita indossando, a seconda delle circostanze, delle maschere mentendo finchè sembri verità, finchè esso stesso si autoconvinca che sia realtà. In qualunque modo si voglia vedere, sta di fatto, che questa è sicuramente una delle canzoni più belle della storia della musica leggera mondiale ed è una prova concreta della superba grandezza di un vero istrione come Charles Aznavour.  

 

 

 


 

 

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9 novembre 2021 2 09 /11 /novembre /2021 00:01

"In bianco e nero" è un brano scritto da  Carmen Consoli e portato al Festival di Sanremo del 2000 dalla stessa cantautrice catanese. Al Festival, la canzone, si piazza solo settima ma otterrà nel tempo un ottimo risultato nel riscontro commerciale e radiofonico. Questo brano rappresenterà, infatti, la reale consacrazione della Consoli che già si era messa in evidenza tre anni prima, tra le nuove proposte di Sanremo, con la canzone "Confusa e felice" che le aprì le porte della notorietà. L'album intitolato sempre "Confusa e felice" rimane per ben 21 settimane tra i dischi più venduti raggiungendo il disco di platino e permettendo alla "cantantessa", così è soprannominata, di vincere il premio "PIM", premio italiano della musica, come rivelazione dell'anno. Nonostante questo grande exploit la Consoli, come detto, riceve la sua consacrazione con l'album "Stato di necessità" che contiene, appunto, "In bianco e nero" oltre a "Parole di burro" ed alla fortunatissima "L'ultimo bacio" che farà da colonna sonora all'omonimo film di Gabriele Muccino. Questa volta, il disco, resta in classifica per 36 settimane e farà vincere all'artista siciliana due "Italian Music Awards" come miglior artista donna e miglior singolo per "Parole di burro" e due "PIM" per le medesime categorie oltre al "Nastro d'argento" come miglior colonna sonora per "L'ultimo bacio". A confermare il successo di questo album arriva l'edizione francese del disco "Etat de necessitè" prodotto da Henri Salvador e l'inserimento tra i dieci miglior album del decennio ad opera del "Corriere della sera" nel 2010. "In bianco e nero", in particolare, è una canzone che ben rappresenta lo stile di questa artista particolarissima che, oltre a differenziarsi per un inusuale timbro vocale, si fa notare per il vasto registro linguistico utilizzato nei testi risultando, anche nella scelta delle parole, originale, forbita e mai banale. Malgrado questo uso talvolta estremo della lingua italiana, la Consoli, riesce ad essere sempre diretta nei messaggi che intende lanciare e nei significati che vuole trasmettere. Questa canzone, in parte autobiografica, parte da alcune foto della madre, ora defunta, da bambina e da ragazza in cui l'autrice si rivede nel lineamenti e ciò rincara il rammarico di non essere mai riuscita ad instaurare con lei un dialogo ed un reale rapporto di fiducia e di complicità. Spesso, infatti, le due donne descritte dall'autrice della canzone etravano in una tacita competizione vivendo un rapporto che sfociava in malumori e continue incomprensioni. La protagonista, quindi, nota delle affinità che gli rendono incomprensibili quei comportamenti di lontananza e di noncuranza fatti di silenzi e di ostilità e rimpiange di non aver avuto la forza, quando la madre era in vita, di chiederle delucidazioni in merito a questi atteggiamenti invece di dimostrarsi inacessibile e fiera temendo una sciocca ed innata rivalità. Un gran bel testo, quindi, che rende l'idea delle capacità autoriale di questa artista che ha saputo imporre un proprio stile grazie al suo talento ed alla qualità delle sue proposte musicali. Non a caso Carmen Consoli è entrata nelle grazie di un grande della nostra musica come Franco Battiato che più volte gli ha permesso di aprire i suoi concerti oltre a collaborare, sia in veste autoriale che canora, in più di un'occasione.

 

 

 

 

 

 

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8 novembre 2021 1 08 /11 /novembre /2021 00:01

"Una lacrima sul viso" è uno dei brani storici italiani ed è anche uno dei più rappresentativi di Roberto Satti, ovvero, Bobby Solo. L'artista, lancia questo brano, che gli garantirà l'ingresso tra i big della musica italiana ed una carriera lunga e gloriosa, al Festival di Sanremo del 1964 dove arriverà in finale. L'artista straniero che accompagna Solo è Frankie Laine che interpreta il brano in inglese con il titolo "For your love". L'Elvis italiano porta questo brano per ben otto settimane in testa alle classifiche di vendita pur suscitando polemiche per il primo storico playback sanremese avvenuto fuori gara durante la finale a causa di una laringite dell'artista. La scelta fu contestata e gli costò probabilmente la vittoria, conquistata poi l'anno successivo con "Se piangi, se ridi" come una sorta di compensazione, poichè assolutamente vietata dal regolamento ma ciò non evitò al brano un grande successo di pubblico e critica. Il testo che parla della scoperta dei sentimenti di una ragazza nei confronti del protagonista da, appunto, una lacrima sul viso e dal quale nasce una storia d'amore, è stato scritto con Giulio Rapetti, in arte, Mogol. Visto il successo il brano si trasforma anche in un film dell'epoca, i cosiddetti "musicarelli", dal titolo "Una lacrima sul viso" sempre del 1964 e diretto da Ettore Maria Fizzarotti che vede tra gli interpreti anche Nino Taranto oltre, ovviamente, a Bobby Solo che interpreta un cantante americano dal nome di Bobby Tonner in quello che sarà il suo esordio cinematografico. "Una lacrima sul viso" rappresentò anche l'esordio musicale di Roberto Satti e fu proprio per quell'occasione che nacque il suo nome d'arte che in realtà doveva essere semplicemente Bobby. Il capo della Dischi Ricordi, Vincenzo Micocci, dopo che il padre dell'artista rifiutò di mettere a disposizione il suo cognome per un progetto di musica rock, disse alla segretaria: "Chiamiamolo all'inglese, Bobby, solo Bobby", la segretaria, però, capì male la comunicazione ed è così che venne fuori Bobby Solo. Quel nome e quella sua prima esibizione fu la sua fortuna anche se, tra gli autori del brano, Bobby Solo, non essendo iscritto alla Siae, non compare. C'è, invece, la firma di Lunero, pseudonimo di Iller Pattacini, al fianco di quella di Mogol. Storie e retroscena che stanno dietro ad un successo che supererà anche i confini nazionali arrivando a vendere oltre due milioni di copie in diverse lingue. Il brano, infatti, tra le altre cose fu anche tradotto in tedesco con il titolo "Du hast ja tranen in den augen". Per la cronaca, il brano, fu pubblicato prima in un Ep insieme a "Ora che sei già una donna", "Blu è blu" e "Valeria" e poi nell'album d'esordio dell'artista "Bobby Solo", oltre che nel singolo insieme a "Non ne posso più", sempre nel 1964. Oggi, dopo oltre cinquant'anni, però, il brano non ha perso la sua forza e continua ad essere un evergreen della musica italiana oltre che il principale cavallo di battaglia dell'Elvis italiano Bobby Solo.     

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7 novembre 2021 7 07 /11 /novembre /2021 00:01

"La vestaglia" è una canzone molto particolare di  Massimo Ranieri che non rietra tra i cavalli di battaglia dell'artista napoletano e che dopo la presentazione al Festival di Sanremo del 1995, dove si classificò addirittura quindicesima, non ha avuto la giusta considerazione. Ovviamente è un brano che fa sempre parte delle scalette dei suoi concerti ed è uno dei più amati dal suo pubblico ma in quanto a pubblicità e passaggi radiofonici è stata, spesso, snobbata. La canzone, inserita nell'album "Ranieri" del 1995, è stata scritta da Marcello Marrocchi e Giampiero Artegiani e racconta la fine della passione in una coppia comune dopo tanti anni di convivenza. Il cambiamento della personalità e degli atteggiamenti che si hanno in pubblico rispetto a quelli che si hanno tra le mura domestiche, i ricordi di un passato che sembrano appartenere ad un'altra persona per la voglia di non credere che gli anni hanno portato a queste trasformazioni. La tenerezza e la gioia di vivere insieme che c'era in giovinezza è diventato ormai un aspetto passato ed ora rimane da accettare una convivenza fredda, quasi da estranei che riescono a mostrarsi uniti e felici solo in presenza di amici come se si recitasse un ruolo che finisce quando si rimane soli. L'insoddisfazione e la frustrazione porta il protagonista a non sopportare neanche più la sua voce oltre a tutti quei comportamenti ostili, a quell'aria sempre indignata ed alla consuetudine di contraddirlo in tutto per il solo gusto di gettare veleno nei suoi confronti. Il protagonista, talvolta, vorrebbe mostrarsi disposto ad una riconciliazione ma prima ancora di dichiararsi i comportamenti del partner fanno si che quella voglia rimanga sepolta nel suo cuore. Il gelo e la distanza in questa fase critica del rapporto viene espesso dagli autori con la metafora della vestaglia, ovvero, l'abito che tronca sul nascere ogni passione che prova ad affiorare instivamente vedendo la propria donna spogliarsi. Una femminilità nascosta che induce il protagonista a restarsene da solo e ad essere solo alla ricerca di un po' di pace che ritrova solo tuffandosi, con la mente, nei ricordi di un passato che non tornerà e che gli rimane in mano solo la cosapevolezza che quella donna che dormiva sul suo cuore è cambiata. Ma, tanto è stato l'amore provato per lei che, quelle sensazioni gli sono rimaste sulla pelle e, nonostante tutto, la fredda figura che oggi rappresenta la sua partner non intacca e non riesce ad offuscare il ricordo di quella ragazzina che portava con lui sotto le stelle.     

 

 

 


 
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6 novembre 2021 6 06 /11 /novembre /2021 00:01

"A cosa pensi" è uno delle perle del periodo d'oro di Marco Masini. Incisa nel suo primo album, "Marco Masini" del 1990, pubblicato subito dopo la vittoria tra le Nuove Proposte del Festival di Sanremo con "Disperato", la canzone è è stata scritta dal cantautore fiorentino in collaborazione con Giuseppe Dati, autore e fido componente di quella grande squadra guidata dal produttore, autore e talent scout Giacarlo Bigazzi. Sono gli anni dell'exploit di Masini, di quella sua voce roca e graffiante capace di penetrare l'anima di chi lo ascolta raccontando le problematiche giovanile del tempo come nessuno prima di lui era riuscito a fare. Non c'è perbenismo nelle sue parole nè conformismo ma solo cruda realtà offerta, però, con poesia, metafora e sensazioni espresse tra urla grintose e graffiante e pacati momenti di dolce compresione dove riecheggia forte la fede nei veri valori umani e sociali che andavano un po' perdendosi in quel periodo storico. Masini, quindi, diventa un simbolo, un profeta in jeans che divide il pubblico: c'è chi lo ama e chi lo odia ma non è un artista che provoca indifferenza. Lui, e la sua squadra di autori, ha davvero qualcosa da dire e l'oceanica folla che riempe i suoi concerti sono una testimonianza diretta di ciò che significa Masini nei primi anni '90. Tante le tematiche difficili trattate in quegli anni con uno stile unico che è un po' una via di mezzo tra i grandi cantautori degli anni '70, la melodia degli '80 e il pop dei '90. Un mix innovativo che trova la sua grande forza nelle parole e quindi in testi colmi di significati e di grande impatto emotivo che trovano la giusta dimensione nel timbro vocale di Marco e nel suo modo di interpretare quei pezzi che hanno segnato un'epoca importante della nostra storia musicale e culturale. "A cosa pensi" è uno di questi brani: in questo caso si tratta la tematica della depressione e della chiusura verso un mondo esterno di cui non si ha più fiducia. Il protagonista, infatti, esorta la sua donna a non chiudersi in sè ma a ribellarsi esponendo, almeno all'interno del loro rapporto affettivo, i problemi e le difficoltà che vive invece di perdersi in una malinconica solitudine senza permettere, nemmeno a chi le vuole bene, di aiutarla. L'uomo si sente impotente e vorrebbe far di tutto pur di aiutarla a reagire e a condividere il suo dolore affichè si riempia quel vuoto che sta accompagnando le sue giornate. Vivere, quindi, le proprie fragilità come un fallimento e lasciarsi spaventare da un futuro incerto fino a chiudersi in sè stessi è sicuramente una di quelle preoccupazioni che, allora come oggi, possono portare le persone più deboli alla depressione ed alla totale chiusura alla vita. Masini e company, quindi, avevano ancora una volta colto nel segno rappresentando come meglio non si poteva una problematica giovanile molto presente ma difficilmente dichiarata da chi ne era vittima. La voce di un cantante, le sue parole furono, quindi, una illuminazione per queste persone spesso rifiutate dalla società: finalmente c'era qualcuno che li capiva e che dava a loro quella voce e quel coraggio che non avrebbero mai trovato in loro stessi per denunciare la cosa e condividerla con una nuova "famiglia" rappresentata dai fans dell'artista. Il rapporto, infatti, che esiste tra i seguaci di Masini e l'artista è un qualcosa di molto profondo e di veramente raro nell'ambito della musica italiana. Un rapporto affettivo e di unione che forse, in Italia, è rispecchiabile solo in quello analogo tra Renato Zero e i suoi "sorcini". L'unione, infatti, va oltre la musica e trova la sua essenza nelle parole, nella condivisione, nell'appartenenza che, soprattutto negli anni '90, appariva quasi come una fede di cui Marco ne era il profeta. Masini, pur apprezzando, non ha mai voluto vestire i panni del profeta o di un maestro di vita ma ha sempre espresso la volontà di essere visto come uno di loro, un amico che aveva la fortuna di fare un lavoro che gli permetteva di dar voce a chi voce, nella società del tempo, non ne aveva con un riferimento particolare ai giovani di quella generazione. Oggi le cose sono cambiate, i tempi sono diversi ed anche Masini è cambiato: è arrivata, più per esigenze professionali che per scelta, la tregua del leone, come ho già spiegato in un recente articolo, la sua squadra vincente si è persa nel tempo ed oggi è in evoluzione cercando nuovi linguaggi ma chi ha vissuto quegli anni rimarrà sempre legato a quel profeta in jeans capace di graffiare il cuore a colpi di poesia.       

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