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"Se ci ritroveremo tutti in fondo al lungo viaggio,

avremo indietro l'anima, l'amore ed il coraggio.

Felice è lo stupore dopo il suono dei rintocchi,

perché so che l'infinito avrà i tuoi occhi..."

 

Enrico Ruggeri - L'infinito avrà i tuoi occhi

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15 dicembre 2021 3 15 /12 /dicembre /2021 00:01

"Vennimm'ammore", ovvero "Vendiamo amore", è un brano molto toccante di  Federico Salvatore e pubblicato nel 1995 all'interno dell'album "Azz...". Già dal titolo del disco si capisce che Federico è, al momento della pubblicazione, ancora in una fase transitoria della sua carriera dove inizia ad uscire il lato intimista e cantautoriale dell'artista ma dove predomina, probabilmente anche per alcune leggi del mercato discografico del tempo, ancora l'anima del cabarettista che ha dato all'autore la visibilità nazionale. Nonostante i successi di quel filone demenziale, Federico, sente la necessità di esprimersi anche su binari più alti ed anche grazie alla collaborazione di Giancarlo Bigazzi inizia un percorso che presto rivelerà la vera natura dell'artista. "Vennimm'ammore" non è altro che la versione viscerale e cruda del brano "Sulla porta" che poi Federico porterà al Festival di Sanremo nel 1996 italianizzata e moderata nei termini e nelle espressioni per il palco dell'Ariston. Nonostante tutto, anche quella versione di  "Sulla porta", subì delle censure dalla Rai e creò scandalo poichè era, evidentemente, un tema ancora tabù in Italia. Come "Sulla porta" anche "Vennimm'ammore" è un grandissimo pezzo che rende subito l'idea dello spessore artistico ed autoriale di Federico Salvatore e fa intendere l'intenzione dell'autore di dare una svolta alla sua discografia mettendo in disparte il cabaret per esaltare le sue grandi doti fino ad allora oppresse dal personaggio demenziale che aveva creato. Naturalmente anche in quel cabaret c'era originalità e talento ma tutto ciò non poteva annullare una vena autoriale molto più elevata che cercava il suo giusto spazio. Il brano parla delle sensazioni di un trans, un uomo che per seguire la sua natura si vede costretto a mettere in vendita il proprio corpo ed i propri sentimenti per strada affinchè possa assaporare, anche se dietro pagamento, un barlume di quel sentimento chiamato amore che altrimenti sarebbe utopia in una società come quella italiana dell'epoca. Il protagonista, quindi, si lascia illudere da quei comportamenti di alcuni clienti a cui lui concede davvero il cuore ed a cui spesso fa credito evidenziando il sentimento come prima necessità e non il danaro. L'aria malinconica del brano rende in pieno la situazione quotidiana del protagonista che non dà peso ai continui sberleffi dei passanti e mette da parte la vergogna e l'imbarazzo nel rispondere con una cifra alla richiesta per le sue prestazioni. Il suo corpo ha un prezzo come un qualunque prodotto esposto in vetrina ma a differenza di questi ultimi, il protagonista, ha anche una anima che è costretto a sopprimere in tali situazioni ma che non riesce a trattenere nei momenti di sconforto od in quelli ove i rapporti a pagamento sembrano davvero reali. Nel brano l'uomo, infatti, s'innamora di uno dei clienti e vive quell'illusione che svanisce alle prime luci dell'alba che portano via ogni sogno di una vita normale. Un grande pezzo che riesce a toccare le corde dell'anima e che, insieme a qualche altro brano, ha dato quell'imput all'artista di porseguire in tal senso la sua carriera che in questi ultimi anni, anche senza la stessa promozione di allora, vive sicuramente i suoi giorni migliori.

 

 

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14 dicembre 2021 2 14 /12 /dicembre /2021 00:01

"La vita mia" è un classico del repertorio di  Amedeo Minghi ed è stato pubblicato nell'omonimo album del 1989 tratto dal recital "Forse si musicale" registrato al teatro Eliseo di Roma, tranne il suddetto brano che rappresenta l'unico inedito del disco. Scritto in collaborazione con Vanda Di Paolo, la canzone, tratta di un forte sentimento provato dal protagonista verso una donna che identifica proprio come la sua stessa vita. Metafora più alta, in tema d'amore, non può esistere ed anche se può apparire banale rispecchia, senza fraintendimenti, ciò che l'uomo realmente si sente di esprimere. Nel brano vengono ricordati dei momenti vissuti in un intenso amore, quando lo stesso, sembra essere svanito proprio da parte della donna. Il protagonista non si rassegna e ricade in quei ricordi per riassaporare l'essenza di quei tempi ove non era pensabile che quel rapporto finisse. Ma quel sentimento sembra sfuggire di mano ed è diventato, forse, più grande di loro, al punto di non riuscirlo più a domare o a "maneggiare". Ed è così che l'uomo prende atto della cosa e si rassegna a perdere, in qualche modo, la propria "vita". La donna, quindi, porta con sè gli anni più belli di quell'uomo tramutati in ricordi ma anche un futuro che probabilmente non gli riserverà più un tempo così bello od una persona che gli possa ridare quella vita ormai chiusa tra le immagini e le sensazioni di quel passato. Il testo, però, può essere inteso anche come la fine di quella passione causata dallo scorrere del tempo e non della relazione che, però, si trascina stancamente senza più quegli slanci emotivi di un tempo. In ogni caso, qualsivoglia lettura si intende dare, resta un testo magnifico che fa parte delle più belle pagine della discografia italiana ed, in particolare, del ricco repertorio di quel raffinato artista che risponde al nome di Amedeo Minghi.

 

 

 


 

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Amedeo Minghi

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13 dicembre 2021 1 13 /12 /dicembre /2021 00:01

"Blumùn" è un brano di Roberto Vecchioni del 1993 contenuto nell'omonimo disco che rappresenta una delle produzioni discografiche più fortunate della carriera del cantautore brianzolo. Il disco, arrivato fino al terzo posto delle classifiche di vendita, ha ottenuto un ottimo riscontro commerciale sia per la qualità dei testi, elemento sempre presente nei lavori di Vecchioni, che pr ciò che riguarda le sonorità proposte. Un ritmo coinvolgente, ad esempio, lo si trova proprio nel suddetto singolo che rimane ancora oggi un cavallo di battaglia dell'artista. La canzone rappresenta una tranquilla e pacata riflessione sulla vita e sugli anni trascorsi della stessa dove, l'autore, pone come destinatario di questi pensieri Dio. Un Dio che, attraverso la voce dell'attore Gene Gnocchi, da inizio al brano con un breve tratto parlato in cui si fa un ironico riferimento al cognome assegnato dallo stesso Signore all'artista giocando sugli anni "rubati" dallo stesso Vecchioni e "concessi" da Dio per il solo gusto di vedere, anno dopo anno, il viso serioso di un uomo che, in realtà, nasconde dentro il sorriso ingenuo di un bambino. Vecchioni risonde al Creatore confermando questa serenità d'animo che è il frutto di una vita vissuta con amore apprezzando le piccole cose che ha avuto e non rimpiangendo quelle che non possiede. L'autore si dichiara felice arrivato ad un punto della vita in cui si inizia a tirare le somme dei propri giorni e delle proprie esperienze. Gli amori, i figli, gli amici ma anche le bellezze della natura sono punti di riferimento di un viaggiatore talvolta malinconico che non mette limiti alla nostalgia e che non ha alcuna intenzione di abbandonare anzitempo tutto ciò. In ogni caso, Vecchioni, non si tira indietro a quello che sarà l'ovvio destino di ogni essere umano, ovvero, la morte ma chiede al Signore che quando quel giorno arriverà, augurandosi che sia il più tardi possibile, senza dar peso alle modalità del decesso, gli venga riservato "un buco" dove, in compagnia della sua donna e dei suoi amici, possa, di tanto in tanto, rivedere "il suo mondo". Un testo profondo e particolarmente significativo che Vecchioni, però, esprime con leggerezza quasi fosse un amichevole colloquio con una persona qualunque ed anche l'errore voluto nella scrittura del titolo che sarebbe, in inglese, Blue Moon, sottolinea il disimpegno che l'autore ha voluto dare a questo confronto con Dio. Proprio questa, quindi, è una delle caratteristiche di questa composizione che la hanno resa così amata da un pubblico così vasto e variegato. "Blumùn", infatti, è una di quelle canzoni che è arrivata anche a chi non ascolta abitualmente la musica del "Professore" ma, che non ha potuto fare a meno di farsi rapire dalle atmosfere magiche di questo brano nato, tra l'altro, osservando la luna in una notte sulla spiaggia siciliana di Mondello.

 

 

 


 

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Roberto Vecchioni

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12 dicembre 2021 7 12 /12 /dicembre /2021 00:01

"Destra-Sinistra" è un classico pezzo dello storico teatro-canzone proposto da  Giorgio Gaber, Gaberscik all'anagrafe, durante tutta la sua carriera artistica rendendolo un po' il padre italiano di tale ramo dello spettacolo. Il brano, scritto col fidato Sandro Luporini, è stato pubblicato nel 2001 all'interno dell'album "La mia generazione ha perso", ultimo disco che Gaber ha pubblicato da vivo visto che il successivo,  "Io non mi sento italiano", del 2003 è stato pubblicato poco dopo la scomparsa dell'artista. Pur non essendo un inedito avendo già un passato teatrale di circa dieci anni, "Destra-Sinistra", leggermente ritoccato per aggiornarlo al periodo storico, ottiene un ottimo successo sia per la trascinante ironia di Gaber sia per il messaggio che la canzone intende lanciare sulla crisi della politica e delle ideologie della stessa ormai limitate a futili ostentazioni esteriori più vicine al fanatismo che ad un reale credo in una scuola di pensiero ed in determinati valori. Il brano, quindi, ironizza sui clichè che contraddistinguono il moderno senso di appartenenza ai due poli, ormai in realtà non così lontani, della politica italiana. La storia della nostra politica ove uomini di diverse fazioni lottavano per le proprie idee ed i propri valori è, oggi, solo un ricordo visto l'evolversi della nostra mediocre classe politica figlia di una medesima società. Più che ai valori ideologici oggi si da peso solo ai valori bollati che hanno la forza di far cambiare un uomo da uno schieramento all'altro in pochi minuti senza alcuna vergogna. L'orgoglio, la dignità, il pudore ed il proprio pensiero non hanno più senso, per certe persone, vicino ai propri interessi economici. Chi è morto affichè chiunque possa essere libero di portare avanti la propria idea, seppur sbagliata, ora si rivolterebbe nella tomba nel vedere in che condizioni è l'odierna politica italiana. Gaber a tutto questo ha voluto rispondere con la solita ironia incidendo questo suggestivo elenco di differenze tra le due fazioni che finiscono sempre più ad assomigliarsi, feticci, colori, bandiere e oggettini vari, esclusi.

 

 

 


 

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Giorgio Gaber

 

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11 dicembre 2021 6 11 /12 /dicembre /2021 00:01

E' il 1995, quando i "Neri per Caso", un gruppo composto da sei ragazzi del salernitano, si presentano al 45° Festival di Sanremo nella categoria Nuove Proposte con il brano "Le ragazze". A vederli, potrebbero sembrare una boy band come tante ma quando iniziano a cantare si capisce subito la particolarità che li ha portati prima al successo. I "Neri per Caso", infatti, cantano a cappella e, quindi, senza l'ausilio di alcun strumento musicale a parte le loro corde vocali. La loro partecipazione a Sanremo, infatti, è un evento perchè per la prima volta, la nutrita orchestra del Festival, non partecipa alla loro performance lasciando ai sei giovani la possibilità di stupire il pubblico con i loro gorgeggi perfettamente curati che fanno da tappeto musicale al canto. Il testo della canzone parla delle ragazze della loro generazione, dei loro comportamenti e delle loro virtù. Grazie al brano, scritto da Claudio Mattone, i ragazzi conquistano la vittoria al Festival ed il successivo album "Le ragazze" ottiene 6 dischi di platino. Proprio Claudio Mattone è stato un elemento fondamentale per la loro strada artistica: fu lui, infatti, assistendo ad un loro spettacolo in un locale romano, a rinominare il gruppo ed a lanciarli nella musica di seria A. Quella sera, i ragazzi, erano vestiti tutti di nero e Mattone chiese loro se era il loro look solito ed alla risposta che era stato solo un caso nacque "Neri per Caso". Ovviamente, questo nome, si lega anche con le caratteristiche vocali della formazione. Il primo nome della band era "Crecason" che derivava dalle iniziali di alcuni componenti, uno dei quali uscito dal gruppo prima del successo. La formazione storica ed attuale della band è composta dai salernitani Ciro Caravano, Gonzalo Caravano e Massimo Divitiis oltre al napoletano Diego Caravano, al nocerino Mario Crescenzo e allo spagnolo di nascita Domenico Pablo "Mimì" Caravano. L'ultimo loro lavoro risale al 2010 ed è "Donne", un album di duetti con sole donne della nostra musica come Loredana Bertè, Ornella Vanoni, Mietta, Noemi ed altre oltre a quello postumo con Mia Martini.

 

 

 

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10 dicembre 2021 5 10 /12 /dicembre /2021 00:01

"Rimmel" è un album fondamentale della discografia di Francesco De Gregori ed è stato inciso nel 1975. Esso contiene alcuni capolavori che hanno segnato la carriera del cantautore romano e che ancora oggi sono tra i suoi brani più noti ed amati come "Buonanotte fiorellino", "Pezzi di vetro", "Pablo" e quella che da il nome al disco "Rimmel". "Rimmel" inteso come album: "Fa riferimento - secondo lo stesso artista - al trucco usato dalle donne per gli occhi, a qualcosa di artefatto, ma questo disco è fatto per smascherarli, metterli in evidenza o almeno queste sono le intenzioni". Il successo fu strabiliante e l'album vendette più di 500 mila copie rimanendo in classifica per ben 60 settimane e risultando essere il disco più venduto dell'anno. "Rimmel" come canzone, invece, è un brano d'amore nato alla fine di una storia con una ragazza a cui aveva già dedicato il brano "Bene" l'anno precedente. La ragazza in questione, come è possibile leggere nel libro biografico "De Gregori" scritto da Giorgio Lo Cascio, si chiamava Patrizia e conobbe il cantautore in una giornata ventosa quando lo stesso artista sventò un tentativo di rapina di una pelliccia da due balori verso la donna da cui il verso del brano: "...ed il vento passava sul tuo collo di pelliccia e sulla tua persona". Nello stesso volume si legge che la storia finì perchè la ragazza si innamorò di Nini Salerno dei Gatti di Vicolo Miracoli. Nel testo è possibile notare un riferimento all'amore visto come gioco e come destino. Infatti si parla delle carte dello ziangaro, i quattro assi di un colore solo e il verso "come quando fuori pioveva" cioè una tipica espressione del gergo del poker per rappresentare la scala di valore dei quattro semi del mazzo di carte francesi e cioè cuori, quadri, fiori, picche. Inoltre, anche l'episodio dello zingaro è autobiografico e lo stesso De Gregori disse: "Si, un giorno mi hanno fatto le carte e mi hanno detto cose molto belle, mi hanno detto che sarei stato molto felice, mi hanno detto "sarai un vincente". Però, tutto sommato non è bello che uno ti dica quello che diventerai, credere allo zingaro forse è mancanza di fantasia, mancanza di giovinezza, del coraggio di dire "vaffanculo, adesso io esco e chissà cosa succede"". Un testo e un album, in generale, molto bello che, però, viene preso di mira da una certa critica tra cui Giaime Pintor che su Muzak attacca i testi dell'artista definendoli "da baci Perugina" e parte della "peggiore canzonetta italiana" e criticando gli studenti che vedono poesia nelle canzoni di De Gregori. Ci furono, quindi, critici in difesa dell'artista come Simone Dessì ma ci furono anche ripercussioni sulla carriera dell'artista e sul suo rapporto con la parte politicizzata del mondo studentesco. In particolare, il 2 aprile del 1976, al "Palalido" di Milano un suo concerto venne più volte interrotto da alcuni esponenti dei collettivi politici studenteschi, tra cui Gianni Muciaccia leader dei Kaos Rock e Nicoletta Bocca, figlia del giornalista Giorgio, per la lettura di un comunicato contro l'arresto di un militante avvenuto a Padova ed anche per contestare lo stesso De Gregori colpevole, a loro dire, di frequentare alberghi lussuosi e di strumentalizzare i temi cari della sinistra politica per arricchirsi. L'artista contrariato canta un altro paio di canzoni prima di abbandonare il palco ma i ragazzi lo costringono a risalire e lo accerchiano iscenando una sorta di "processo" in cui gli vennero poste delle domande sul suo compenso e gli venne proposto di lasciare lì i soldi per dimostrare il suo attaccamento politico ed, inoltre, di abbandonare la professione di musicista per andare a fare l'operaio. Dopo circa venti minuti, l'artista, riesce a raggiungere il camerino e dichiarerà: "Non canterò più in pubblico. Stasera mancava solo l'olio di ricino, poi la scena sarebbe stata completa". Concluso il tour, De Gregori, sospenderà la sua carriera per circa due anni progettando anche di aprire una libreria e lasciare la musica. A questo episodio diversi cantautori si sono ispirati per dimostrare solidarietà verso De Gregori. In primis Roberto Vecchioni che nel 1977 scrive "Vaudeville (Ultimo mondo cannibale)" in cui dice: "E spararono al cantautore, in una notte di gioventù, gli spararono per amore, per non farlo cantare più, gli spararono perchè era bello, ricordarselo com'era prima, alternativo, autoridotto, fuori dall'ottica del sistema". Poi fu la volta di Edoardo Bennato in "Era una festa" del 1987 in cui dice: "Francesco non se lo aspettava, vedeva intorno a sè solo ragazzi come lui, gli dicono "Compagno sui un errore, la tua avventura adesso si conclude, noi invece andiamo avanti e non ci fermeremo mai". Infine, nel 2010, ci pensa Luciano Ligabue a scrivere : "C'ero nel settantasette, a mio modo e col mio passo, il processo a De Gregori..." in "Nel tempo". Dopo molti anni De Gregori conlcuse l'argomento dicharando: "Per come si erano messe le cose avrebbero anche potuto spararmi: è stato un piccolo momento della strategia della tensione". Una pagina di storia incresciosa della nostra Italia ai danni di un artista che fin da subito si è evidenziato per la sua originalità e la sua capacità autoriale fuori dal comune. Un grande cantautore che a causa di pochi scalmati e qualche critico incosciente ha rischiato di veder conclusa quasi sul nascere la sua gloriosa carriera costruita su di un repertorio patrimonio della nostra musica.


 

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Edoardo Bennato

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9 dicembre 2021 4 09 /12 /dicembre /2021 00:01

"Capellone", come dichiara lo stesso artista, è il grande "insuccesso" di  Nino D'Angelo dove per "insuccessi" si intendono tutte quelle canzoni, particolarmente care all'autore, che avrebbero meritato maggiore considerazione e che, invece, non essendo incluse nelle programmazioni radiofoniche e televisive non ricevono l'adeguata diffusione. Spesso, infatti, D'Angelo quand'è ospitato in trasmissioni televisive, secondo le sue stesse parole, è costretto a contrattare sulla sua performace ottenendo l'esecuzione di un suo brano meno noto in cambio, magari, di tre classici napoletani. Questo destino sfortunato tocca ogni artista e sono tante le canzoni di qualità che, purtroppo, si perdono nel dimenticatoio per le stupide regole di media che badano solo al lato commerciale della musica senza alcun riguardo per l'arte e per la professionalità degli artisti stessi. "Cappellone", appunto, è considerato da D'Angelo uno dei brani più belli del suo infinito repertorio e se lo si ascolta si può capire il perchè. Incluso nell'album della svolta artistica del cantautore napoletano "Terranera" del 2001, "Capellone" tratta la storia struggente di un'adolescente abbandonato al proprio destino da un padre alcolizzato ed una madre già troppo impegnata a risolvere i problemi di un quotidiano tanto tormentato. Cresciuto in solitudine e senza una guida, il ragazzo, prende strade sbagliate arrivando a rubare per farsi un regalo di compleanno che nessuno aveva ricordato. Nella sua taciturna adolescenza, il protagonista, non aveva amici ne alcun tipo di rapporto umano e non aveva, quindi, una reale coscenza degli errori che commetteva. Sentendosi solo, ignorato ed, in qualche modo, sconfitto da un mondo troppo lontano da lui, il ragazzo, colpito anche anche dalla morte del padre, prova a scappare da questa realtà ed a nascondere la propria vergogna mediante l'uso compulsivo di eroina. Seguendo questa triste routine quotidianamente, "Capellone", si era ormai perso e preso dallo sconforto si tolse la vita lanciandosi nel vuoto. Un testo eccezzionale accompagnato, tra l'altro, da un poetico violino che regala al brano un'atmosfera unica e particolamente emozionante. Un vero capolavoro di cui D'Angelo fa bene ad andarci fiero ed a, richiedere per lo stesso la giusta divulgazione. Sarebbe, infatti, un peccato che un brano così non fosse patrimonio comune, ma solo di quei pochi che hanno avuto il merito, o meglio, la fortuna di ascoltarlo. 

 

 

 


 

 

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8 dicembre 2021 3 08 /12 /dicembre /2021 00:01

"Cirano" è un brano del 1996 di  Francesco Guccini ed è stato pubblicato nell'album "D'amore di morte e di altre sciocchezze". L'idea della canzone parte dal paroliere Giuseppe Dati che è l'autore principale del testo anche se Guccini dichiarerà di aver pesantemente modificato lo stesso. A chiudere la squadra degli autori di questo brano c'è anche il grande  Giancarlo Bigazzi. In pieno stile gucciniana la canzone espone con rabbia diversi aspetti della vita sociale dell'epoca e rimane tutt'ora attuale. Guccini si scaglia con rabbia contro le ingiustizie e non accetta di sottostare a dogmi o pregiudizi. Si parla, quindi, degli arrivisti dove tira in ballo anche presunti colleghi del mondo della musica di cui dice: "poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati...buffoni che campate di versi senza forza...avrete soldi e gloria ma non avete scorza". Allo stesso modo il cantautore modenese attacca la politica: "...politici rampanti, venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false che avete spesso fatto del qualunquismo un'arte...coraggio liberisti, buttate giù le carte, tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese, in questo benedetto assurdo bel paese...". Poi Guccini affronta riflessioni relative alla religione, ai dogmi ideologici ed al materialismo : "se c'è come voi dite un Dio nell'infinito, guardatevi nel cuore, lo avete già tradito...e voi materialisti, col vostro chiodo fisso che Dio è morto e l'uomo è solo in questo abisso" e "Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco.". Guccini conclude il testo con una speranza o un augurio per la nostra comunità "dev'esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto". Un testo importante, quindi, quello di un cantautore mai banale e sempre protagonista di magnifici spaccati della realtà. Sulla scia di altre celebri canzoni di protesta, Guccini, conferma la sua volontà di difendere le ragioni degli oppressi da quel popolo amorfo che vive di pregiudizi e di menzogne. Proprio in questo senso è visto il chiaro riferimento all'opera teatrale "Cyrano de Bergerac" di Edmond Rostand, in cui il protagonista è in lotta con i pregiudizi e con la cattiveria della gente per la sua presenza estetica non eccelsa e, soprattutto, per la dimensione eccessiva del proprio naso. Nonostante tutto, l'amore per Rossana saprà vincere la sua apparente durezza e scontrosità data proprio dalle continue infamie. Questo brano come l'intero album fu dedicato da Guccini a due amici prematuramente scomparsi e cioè Victor Sogliani, componente dell' Equipe 84 con cui lo stesso artista modenese aveva suonato nel gruppo I Gatti, e Franco Fortunato Gilberto Augusto Bonvicini, ovvero, Bonvi noto fumettista autore di "Sturmtruppen".

 

 

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7 dicembre 2021 2 07 /12 /dicembre /2021 00:01

"Sally" è un brano di  Vasco Rossi del 1996 e pubblicato nell'album "Nessun pericolo... per te". Scritta dallo stesso Vasco, "Sally", è una delle canzoni più intense e profonde proposte dal rocker di Zocca. Per ciò che riguarda l'interpretazione del testo esistono due scuole di pensiero nate proprio da dichiarazioni dello stesso autore. La canzone nasce dopo una serata a Sant Tropez, dove Vasco partecipa ad una festa tra gente ricca e lontani dal suo essere. Infastidito dalla situazione e dal comportamento di quei personaggi Vasco, dopo aver bevuto un po', si ritira nella barca dove soggiornava e, pensando ad una ragazza che aveva conosciuto scrisse di getto questo brano. Questa ragazza, definita "speciale", aveva un atteggiamento diverso da tutte le altre, una ragazza matura, forse, segnata dalla vita e diviene, quindi, lo spunto per mettere nero su bianco uno dei capolavori della nostra musica. Nel testo, infatti, Sally è una donna che pensa al suo cammino di vita, agli errori commessi e al dolore che ha dovuto subire per colpa di compagni sbagliati. Una donna disillusa dalla vita, che ha perso, attraverso le delusioni ricevute, l'ingenuità e la spensieratezza della gioventù ed ora osserva la vita con occhi diversi e, spesso, freddi e disicantati. Nel finale, però, si capisce che Sally ritrova una forza interiore con la quale ripartire e riprendere la propria strada facendo tesoro del passato e lasciando viva la speranza per il futuro. "Vivere ogni momento come se fosse l'ultimo" è uno dei messaggi più belli che passano da questo testo per vivere una vita senza rimpianti e senza qualsivoglia ostacolo o preclusione fisica, psicologica o morale. Testo magnifico a cui Vasco, da gran comunicatore, regala una interpretazione sublime, toccante, quasi come se la cosa lo toccasse da vicino, come se quella Sally fosse, in realtà, lui stesso. Infatti, è proprio questa l'altra interpretazione più quotata con la quale viene letta questa canzone: Vasco avrebbe usato Sally per nascondere la vera entità del protagonista della canzone che sarebbe stato proprio lo stesso autore. Il testo, letto in questo senso, non fa una piega e potrebbe essere realmente una descrisione della sua vita e, lo stesso Vasco, ha più volte dichiato che "Sally" poteva essere anche lui ma che sarebbe stato "patetico" rendersi protagonista al posto di una donna. Tra l'altro, diversi tratti del testo, si possono benissimo adattare al passato turbolento di Vasco ed al suo presente riflessivo e cosciente della propria vita e delle proprie capacità.  Della canzone, inoltre, ne è stata fatta una cover da parte di Fiorella Mannoia, altra grande interprete, nel 1999 e pubblicata nel disco "Certe piccole voci". "Perchè la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia..." è un'altra delle frasi più incisive di questo capolavoro firmato da un artista che, può essere anche messo in discussione per ciò che riguarda la sua vita "spericolata" o anche per le capacità canore, ma non si può assolutamente negare il suo grande talento autoriale e le sue grandi doti interpretative e comunicative che lo hanno reso, meritatamente, parte importante della nostra storia musicale.

 

 

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6 dicembre 2021 1 06 /12 /dicembre /2021 00:01

"Margherita" è un brano di  Riccardo Cocciante del 1976 e pubblicato nell'album "Concerto per Margherita". Scritta a quattro mani con Marco Luberti, questo brano, rappresenta un classico della disografia dell'artista vietnamita di nascita ed è sicuramente tra i brani d'amore più belli di sempre per ciò che riguarda la musica italiana. "Concerto per Margherita" nacque come una sfida perchè sebbene Cocciante già aveva ottenuto dei successi come "Bella senz'anima" o "Quando finisce un amore" ed aveva, quindi, già un nome nel mondo della musica, era anche vittima di un etichetta che lo bollava come ripetitivo nelle sue creazioni e, soprattutto, nelle modalità di esecuzione. A Cocciante, ciò non sta bene poichè non è nella sua indole fermarsi sulle certezze e ripetersi anzi, Riccardo, dimostrerà anche in futuro la sua voglia di espandere i propri confini artistici abbandonando quasi del tutto la musica pop per calarsi totalmente nelle composizioni per il teatro dell'opera. All'epoca dei fatti erano molto in uso i "concept album" che prevedevano la scrittura di canzoni che seguivano un unico filo conduttore: una sola storia frammentata in più tracce. Cocciante, quindi, si tuffa in questo progetto e ciò che ne risulta sarà una delle opere più apprezzate della sua storia musicale e più vendute dell'epoca. "Margherita", inoltre, sarà premiata anche dal tempo essendo, ancora oggi, tra i capolavori assoluti della nostra musica. Nel testo, l'autore, esprime tutto il suo amore e la sua devozione verso questa donna, musa della sua vita e dei suoi sentimenti, che gli ha riempito gli occhi e la mente. Arrivano, quindi, pensieri poetici in cui sia gli elementi della natura che della collettività sociale vengono invocati per agire in funzione di questa persona con l'obiettivo di aiutare il protagonista a conquistare questa creatura che gli ha fatto scoprire l'amore. Il protagonista sente che non può fare a meno di questa persona definendola "un sogno" o con un semplice e diretto "tutto" ed addirittura la sua "pazzia". Una dichiarazione di amore assoluto che entra di diritto tra le pagine più belle della nostra storia musicale. 

 

 

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