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"...ma dentro i suoi occhi, un dolore profondo:

vedere il cammino, diverso del mondo,

la guerra e la gente, che cambia il suo cuore,

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Amedeo Minghi - Un uomo venuto da lontano

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12 luglio 2021 1 12 /07 /luglio /2021 23:01

"Il mio corpo che cambia" è uno dei brani più noti della discografia dei  Litfiba e del suo leader Piero Pelù. La canzone è il primo singolo di un album molto fortunato del gruppo e cioè "Infinito" del 1999 che risulterà anche essere l'ultimo disco prima del provvisorio divorzio tra Pelù e l'altro storico componente della band Federico "Ghigo" Renzulli durato dieci anni prima del nuovo sodalizio artistico. Dietro questo disco, però, c'è tutta una operazione commerciale che darà i frutti sperati in termini di vendite: sarà l'album più venduto della loro storia musicale ma alimenterà dissapori sia tra i fans che fra gli stessi componenti del gruppo fino ad arrivare all'addio di Pelù dopo 19 anni. Prima di tutto, per questo disco, i Litfiba cambiano il loro stile per seguire un percorso pop molto più facile da diffondere alla massa abbandonando le loro tipiche sonorità aggressive e sostituendole con musiche nettamente più morbide e melodiche. Lo stesso Pelù, in questo album, trasforma il suo modo di cantare proponendo un canto molto meno duro e più vicino al falsetto che infastidisce non poco gli appassionati storici della band. Questi cambiamenti, decisi a tavolino come dichiarato dagli stessi artisti per inseguire un pubblico più ampio, ottengono i riscontri voluti ma, alla lunga, non appagano del tutto la loro indole artistica non rispettando i propri canoni musicali. Pelù e Ghigo ammettono di aver incluso nel disco diversi brani che, realizzati per precedenti lavori, erano state precedentemente scartate. Anche il doppio album live "Cento giorni verso est" registrato durante il tour del 1999 ma pubblicato solo nel 2005 ottiene un grande successo risultando il quarto album più venduto dell'anno. Tutti i testi di questo fortunato ma controverso album sono di Pelù mentre le musiche sono di Renzulli. Come detto, però, i risultati esaltanti dal punto di vista commerciale non appagano i due che, infatti, nel momento migliore del loro sodalizio per ciò che riguarda le vendite decidono di dividere le loro strade per una evidente insoddisfazione di fondo sulle loro prospettive musicali. Mettere da parte il proprio istinto e la propria scuola di pensiero per ragioni di mercato non è mai una buona scelta e questa vicenda lo dimostra pienamente: nonostante, infatti, il successo, forse il più grande della loro carriera, gli artisti sentono probabilmente di aver deluso la loro stessa anima da musicisti liberi ed originali oltre che il loro pubblico storico affezionato ad un certo tipo di musica per inseguire un successo fasullo costruito a tavolino. Quando si perde la propria essenza per avere maggiori introiti econimici e maggiore popolarità si commette un grave errore che rischia di compromettere tutto un percorso nato dall'amore verso un arte che merita di essere trattata e vissuta con rispetto affichè possa essere rispettata anche l'anima e la dignità dell'artista e dell'uomo che la propone. Una operazione prevalentemente commerciale la si può accettare da un esordiente che, per farsi strada in un mondo difficile come quello discografico, inizia con un qualcosa che gli consenta di conquistare una certa notorietà prima di dar sfogo al proprio essere e di affermarsi con il proprio stile ma, la stessa cosa, non può essere accettata da artisti che ormai hanno un loro pubblico e che hanno vent'anni di musica alle spalle. Dopo quella esperienza, i due, sono tornati a lavorare insieme ed è certo che non ripeteranno ciò che è accaduto nel 1999 continuando onestamente a proporre il proprio stile musicale per rispettare loro stessi e soprattutto quel pubblico che, anche fosse di nicchia, li segue con affetto dal 1980.    

 

 

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11 luglio 2021 7 11 /07 /luglio /2021 23:01

"Nanì" è un brano scritto da Pierdavide Carone con la collaborazione di Lucio Dalla che accompagnerà il giovane artista durante il  Festival di Sanremo del 2012. In quella occasione, Dalla, ha fatto da direttore d'orchestra nelle esibizioni di Carone oltre ad inserirsi col controcanto quando il brano lo richideva. In quel Festival, il brano, si classifica quarto dietro le proposte di Emma Marrone, Arisa e Noemi ma avrebbe meritato molto di più. La canzone, infatti, appare fin da subito come una delle più profonde di quell'edizione ed è sicuramente tra le poche prove di buon cantautorato italiano delle ultime edizioni della kermesse canora. Per la cronaca, nella serata dei duetti, il brano viene eseguito con Gianluca Grignani. Il fato, poi, vorrà che questa canzone acquisisca un ulteriore valore artisitco ed emotivo a circa due settimane della conclusione del Festival e, più precisamente, il 1° marzo, quando all'hotel Ritz di Montreaux in Svizzera, dove si era esibito la sera precedente, Lucio Dalla viene stroncato da un infarto a tre giorni dal suo sessantanovesimo compleanno. Il tragico avvenimento, quindi, rende la performance sanremese, l'ultima grande esibizione di Dalla e l'ultimo abbraccio con il pubblico italiano che lo ha sempre sostenuto ed ammirato. Tra l'altro, la canzone, tratta un tema delicato ed è trascinato da un contorno musicale coinvolgente ed emozionante che sottolinea la profondità delle parole e quel modo crudo e vero con il quale, i due autori, hanno deciso di presentare il brano. La storia parla di un adolescente ancora vergine che s'innamora di una prostituta e non riesce ad accettare che la donna rifiuti il suo invito d'amore per continuare a stare in strada. Ovviamente gli interessi, per lo più di tipo economici, della donna non coincidono con quelli di un ragazzino che vive ancora una fase confusa della sua vita e che inizia a conoscere il sesso e l'amore non riuscendo ancora a distinguere nel modo giusto le due cose. Una storia che, per il testo, può ricordare vagamente la celebre "Via del Campo" di Fabrizio De André mentre per l'atmosfera e per la musicalità può essere associata ad uno dei brani più belli dello stesso Dalla e cioè "4/3/1943". Un mix, quindi, che offre un ottimo risultato e che consegna al libro della storia della musica italiana una nuova, e purtroppo ultima, pagina firmata Lucio Dalla.

 

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10 luglio 2021 6 10 /07 /luglio /2021 23:01

"Gente della notte" è un brano inciso da Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, nel 1990 all'interno dell'album "Giovani Jovanotti". Scritta dallo stesso Lorenzo insieme a Claudio Cecchetto e Michele Centonze, la canzone, inizia a mostrare delle qualità autoriali finora celate dietro una immagine leggera legata al "personaggio" lanciato da Cecchetto. Jovanotti, all'epoca ancora dj e promotore di un certo tipo di rap all'italiana, sembra non brillare ancora di luce propria ma appare in quegli anni come un prodotto creato a tavolino per attirare i giovani e la sua strada nel mondo della musica sembra non aver grande futuro. Con i primi album, infatti, Lorenzo, aveva fatto colpo sul pubblico giovanile portando una ventata di freschezza nella musica italiana ma quell'effetto stava svanedo e bisognava tirar fuori la qualità per non cadere nella banalità. E nel suo terzo album, appunto, si inizia ad intravedere soprattutto con la suddetta canzone ciò che Lorenzo è davvero in grado di fare e che solo negli anni successivi svilupperà al meglio e con costanza. "Gente della notte", infatti, è solo una anticipazione di quella che sarà la stada di Jovanotti nel mondo del cantautorato in album che presenta ancora brani leggeri e di massa essendo ancora una fase intermedia della carriera dell'artista. Con i lavori successivi, Lorenzo, darà sempre più peso alle parole ed alla qualità dei testi fino ad arrivare a quella maturità dei giorni nostri che lo ha reso tra gli esponenti di spicco del nostro cantautorato. In "Gente della notte", Jovanotti, racconta con spensierata malinconia quel mondo della notte che è ancora il suo e ne esprime le sensazioni e i comportamenti che accompagnano quell'universo totalmente diverso dal contesto diurno. Lorenzo si trova perfettamente a suo agio in quel mondo composto da baristi, spacciatori, pauttane, ladri, giornalisti, camionisti, fornai, spogliarelliste e così via, elementi così diversi che trovano nella notte la loro giusta dimensione e che in questa scanzonata disamina vengono descritti senza alcuna forma di pregiudizio ma semplicemente come parti integranti di quel particolare microcosmo. Un bel pezzo, quindi, ma soprattutto un primo importante passo verso una evoluzione artistica che ha portato, negli anni, Lorenzo Jovanotti tra i grandi autori della nostra migliore musica italiana.

 

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9 luglio 2021 5 09 /07 /luglio /2021 23:01

"La dura legge del gol" è un successo degli 883, scritto da Max Pezzali, al suo secondo album senza Mauro Repetto, con Claudio Cecchetto, Marco Guarnerio, Pier Paolo Peroni e contenuto nell'album "La dura legge del gol!" del 1997. Nel testo Pezzali paragona la vita al gioco del calcio e invita a non dar peso alla vittoria ma allo spettacolo ed al gioco di squadra facendo riferimento alle tante delusioni avute nella vita da presunti amici e falsi amori. L'unione di intenti, la passione, la bellezza seppur talvolta effimera contano più del risultato finale poichè può riservare soddisfazioni ed emozioni molto più importanti e vere di una vittoria fine a se stessa. L'amicizia, la sincerità, la determinazione e la passione sono valori che nel calcio come nella vita possono portare lontano più di un gioco losco che può portare ad una singola vittoria e che, alla lunga, non può che portare alla rovina ed al fallimento sia dal punto di vista sportivo che umano. E' sempre utile, quindi, avere alta la guardia nel rapporto con persone che, alla prima opportunità, riescono a tradire senza dar peso alle conseguenze ed al rapporto finora stabilito sui valori della vera amicizia o del più sincero amore. Un messaggio importante, quindi, trasmesso in chiave semplice attraverso il solito stile di Max Pezzali e della sua mitica band, vero simbolo generazionale degli anni '90. L'album ha venduto oltre 800 mila copie e presenta un Pezzali più maturo che alterna pezzi diretti e leggeri ad altri più intensi ed impegnati. D'ora in poi, la carriera di Max, continuerà proprio in questo senso e non perderà mai il suo inconfondibile marchio sia nelle musiche che nei testi riscuotendo sempre l'apprezzamento di un pubblico in continua evoluzione. Max,  infatti, oltre a mantenere solido il legame con il pubblico degli anni '90 ha saputo conquistare anche le nuove generazioni attraverso il suo modo del tutto personale di fare musica.

 

 
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8 luglio 2021 4 08 /07 /luglio /2021 23:01

"Nel bene e nel male" è uno dei pezzi più significativi del repertorio di Cristiano De André, figlio di Fabrizio e di Enrica "Puny" Rignon. Pubblicata nell'albul "Sul confine" del 1995, la canzone, è stata scritta insieme a Daniele Fossati, figlio del più celebre Ivano. I due figli d'arte, quindi, hanno provato a ripetere, con le giuste proporzioni, quella magia unica espressa nello storico album che vide protagonisti i due genitori  "Anime salve" pubblicato nel 1996. I due progetti, quindi, sono nati nello stesso periodo e probabilmente, i due ragazzi, approfittando dei numerosi incontri lavorativi tra quei due geni della nostra musica, hanno ben pensato di provare una inedita collaborazione. Dopo la pubblicazione dei due album, Cristiano accompagnò il padre in quello che fu l'ultimo grande tour dell'artista per i teatri italiani e, proprio in quei concerti oltre a suonare diversi strumenti, fare da controcanto in "Anime salve" sostituendosi a Fossati, il giovane De André propone, per consentire una pausa al padre, il suddetto brano ottenendo un favorevole riscontro dalle platee italiane. Il brano, infatti, è ben scritto e possiede un messaggio di speranza quanto di angoscia ponendo al centro della nostra esistenza terrestre il fattore del tempo. Ogni cosa, quindi, nel bene e nel male, passerà e poco conta la volontà di un uomo dinnanzi all'inesorabile scorrere del tempo con tutte le variazioni storiche, sociali e geologiche che esso comporta inevitabilmente. Un concetto chiaro che viene espresso con un linguaggio ed uno stile molto vicino al marchio originale di casa De André. Cristiano, però, non ha mai voluto essere una imitazione del padre e proprio i paragoni e gli impietosi confronti che risulterebbero tali per ogni cantautore, hanno spesso condizionato la carriera ed anche la vita privata di questo artista che ha sempre sentito forte il peso di quel cognome e tutto ciò che esso rappresenta nella musica italiana. Non bisogna cadere, quindi, nell'errore di considerare Cristiano un plagio o una imitazione del padre ne bisogna aspettarsi da lui chissà cosa bensì è doveroso valutare le sue composizioni come si fa per un qualsiasi cantautore senza pensare che è il figlio di Faber e farsi, quindi, condizionare da un confronto che nessuno, nella musica di oggi, potrebbe sostenere. Probabilmente, con un altro nome, Cristiano sarebbe considerato molto di più nel nostro panorama musicale ma va sempre ricordato che, nonostante le difficoltà, portare quel cognome per uomo e, ancor di più, per un cantautore non può che essere motivo di grande orgoglio. Lo scorso aprile Cristiano ha pubblicato, inoltre, il nuovo album di inediti "Come in cielo così in guerra" dove sono presenti diversi pezzi di spessore e con il quale, si spera, possa ritrovare quella serenità che gli consenta di continuare a fare buona musica affinchè, un domani, possa essere ricordato come il cantautore Cristiano De André e non solo come il figlio di Fabrizio De André. 

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7 luglio 2021 3 07 /07 /luglio /2021 23:01

"Come mai" è uno dei brani più rappresentativi delle storia musicale degli 883, band fondata da Max Pezzali  che ha visto la partecipazione attiva di Mauro Repetto fino al 1994. Il suddetto brano fa parte del secondo album del gruppo "Nord Sud Ovest Est" che rappresenta la definitiva consacrazione dei ragazzi lanciati da Claudio Cecchetto. Infatti, il disco, bissa il successo di vendite di  "Hanno ucciso l'uomo ragno" con circa 1.350 mila copie vendute oltre a portare alla vittoria del Festivalbar, di due Telegatti ed un World Music Awards. Il disco venne lanciato dall'omonimo singolo e da "Sei un mito" prima di ricevere nuova linfa dal successo scaturito da "Come mai" che, nella versione eseguita insieme a Rosario Fiorello, vince il Festival Italiano. In questa particolare versione, Fiorello, canta il finale della canzone imitando nell'ordine Enrico Ruggeri, Vasco Rossi, Francesco Guccini, Claudio Baglioni e Franco Battiato. Questa divertente proposta porta grande visibilità ad un brano già molto amato dai giovani del tempo e favorisce una visibilità enorme alla canzone scritta da Pezzali e Repetto al punto che venne realizzato un secondo videoclip della canzone con la partecipazione di Fiorello. Il singolo di questo brano arrivò in breve tempo al secondo posto delle classifiche annuali di vendite e, qualche anno dopo, venne pubblicata anche in Spagna con il titolo "Qiuen seras". La canzone, inoltre, venne usata come sigla del Festivalbar 1994 in un remix realizzato dalla stessa band con la collaborazione della Bliss Team nell'album "Remix '94" mentre, altri remix del brano, sono stati realizzati successivamente dai dj Maurizio Molella e Mario Fargetta. Un'altra particolarità legata a questo brano e che lo stesso brano, in un'altra versione, è stata utilizzata come inno del Trapani Calcio. Il testo parla di uomo, non particolarmente avvezzo a legami sentimentali, che rimane vittima di un colpo di fulmine e che modifica il suo atteggiamento verso le donne e verso l'amore a causa di questa ragazza capace di rapirlo al punto di ridurlo a pregare per ottenere un si. Un testo semplice in pieno stile 883 anche se più melodico rispetto alle loro produzioni di quegli anni. Un brano ed un disco, quindi, che confermano il successo di questi ragazzi che rappresentano un po' il simbolo musicale della generazione giovanile degli anni '90 e che ancora oggi, il solo Pezzali, porta avanti ottenendo sempre un grande seguito anche dalle nuove generazioni. 

 

 

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6 luglio 2021 2 06 /07 /luglio /2021 23:01

"Lo zingaro felice" è una canzone di  Alex Britti pubblicata nell'album "Tre" del 2003. Il brano arriva nel quarto disco prodotto dall'artista in una fase in cui l'artista già ha più volte mostrato le sue capacità eccelse da musicista e, talvolta, anche quelle una notevole proprietà di scrittura. Infatti, sebbene Britti punti molto alla sonorità delle proprie proposte non disdegna di dedicare del tempo a canzoni più intimiste dove, invece, è il testo a prevalere. E' il caso, ad esempio della stupenda  "Oggi sono io", ripresa anche da Mina o, appunto, de "Lo zingaro felice". Il brano inzia parlando del comportamento e delle espressioni emotive di un uomo che vive in strada, uno zingaro appunto, che fa della sua libertà la sua forza in una vita dove non appare evidente una vera meta bensì diventa una quotidiana avventura dove anche le piccole cose assumono un valore inestimabile. Partendo da questo personaggio, Britti, invoca quello zingaro che si rappresenta nel cuore e nella mente di ogni essere umano ogni qualvolta, magari per una delusione, si pensa di mollare tutto e di ricominciare da zero una nuova vita. Certo, in molti casi, ciò è solo un pensiero passeggero e difficilmente un uomo abituato ad un determinato stile di vita sceglie davvero la via della strada, che può si sembrare una visione poetica ma porta con se anche tante dure complicazioni difficili da sostenere per un uomo appartenente a tutt'altra estrazione sociale. Britti, però, intende però evidenziare come in maniera metaforica esista in ogni individuo quella voglia di libertà che, di tanto in tanto, si libera dei suoi freni inibitori per dar sfogo alla reale personalità di quell'essere spesso oppresso dalla routine quotidiana e dalle maschere che si è obbligati a portare nel collettivo sociale. Una visione affascinante dell'animo umano che non si distacca dalla realtà poichè nessuno può essere immune a tali desideri di libertà ed è, forse, per tali motivi che questo brano è uno dei più amati della discografia di Britti sia per il messaggio esposto e sia per la delicatezza con la quale lo stesso viene espresso dal cantautore.

 

 

 


 

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5 luglio 2021 1 05 /07 /luglio /2021 23:01

"La mia canzone" rappresenta l'ultima grande esibizione di  Mino Reitano avvenuta al Festival di Sanremo del 2002. La canzone, scritta in collaborazione con Pasquale Panella e Alterisio Paoletti, sarà incisa nell'album "La mia canzone...le mie canzoni" dello stesso anno che conteneva l'inedito sanremese più una raccolta dei suoi successi riarrangiati da Paoletti. A Sanremo la canzone si classiferà diciottesima ma rappresenterà l'ultimo grande abbraccio al popolo italiano dell'artista che morirà per un cancro all'intestino pochi anni dopo, nel gennaio del 2009. Da quel Sanremo alla morte, Reitano, fu protagonista anche di molte ospitate televisive, concerti, eventi ed anche di una nuova raccolta di successi ma quella performance dal teatro Ariston rimane la sua ultima vera grande esibizione in un contesto importante e con un ruolo da protagonista della sua amata musica. Conosciuto e amato per la sua bontà e per le sue smisurate manifestazioni d'affetto, Reitano, ricevette in quell'occasione l'ultimo metaforico abbraccio da quella gente che lo ha sempre apprezzato per la sua grande umiltà figlia di una vita da emigrante. Reitano, infatti, come tanti ragazzi di un sud povero pur muovendo i primi passi artistici in Italia è costretto ad emigrare in Germania per seguire il suo sogno prima di ritornare nel suo amato Paese e consolidarsi tra i big della musica italiana. La tanta gavette e le numerose esperienze di Mino in ambito internazionale che lo portano a cantare perfino insieme ai Beatles, gli consentono di mettere in pratica le sue capacità una volta tornato in Italia. Arriva, quindi, il successo con diversi brani sia come interprete che come autore scrivendo canzoni che resteranno nella storia della musica italiana per sempre come "Una ragione di più", scritta con Franco Califano ed Ornella Vanoni e portata al successo dalla stessa Vanoni o "Avevo un cuore (che ti amava tanto)" e tante altre. Ci sono, però, anche momenti bui in cui Reitano si reinventa come autore di canzoni per bambini fino a ritrovare il successo con "Italia", forse il suo vero cavallo di battaglia, che è un accorato inno d'amore verso il suo Paese scritto da Umberto Balsamo ed inizialmente proposto a Luciano Pavarotti. "La mia canzone" è l'ultima di queste canzoni che rimarrà nel cuore della gente che lo ha amato ed anche in questo brano, Reitano, esprime tutto il suo sentimento parlando di un forte legame d'amore che teme di perdere per sempre ma che attraverso la voce del cuore cerca di ricostruire. Dopo la morte dell'artista tanti sono stati i riconoscimenti e gli attestati di stima alla famgilia sia dalla gente comune che dal mondo dello spettacolo che, soprattutto negli ultimi anni, ha spesso giocato con il suo buon cuore al punto di ridicolizzare i suoi comportamenti affettuosi e Mino, facendo appello alla sua ironia, ha sempre saputo riderci prestandosi genuinamente a scenette simpatiche ma non sempre rispettose del suo ruolo e della sua professionalità.

 

 

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4 luglio 2021 7 04 /07 /luglio /2021 23:01

"...Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!..." e "...si credono potenti e gli va bene quello che fanno...e tutto gli appartiene..." sono due delle frasi presenti in "Povera Patria" di Franco Battiato che meglio descivono le figure di questi personaggi che, pur cambiando negli anni, rimangono appropiati per queste definizioni scritte dal cantautore siciliano nel 1991. Un brano, pubblicato nell'album "Come un cammello in una grondaia", che, per nostra sfortuna non è passata mai di moda ed ancora continua ad essere una fotografia fedele della nostra realtà politica. Battiato si scaglia con la sua solita eleganza contro quell'indifferenza di certi politici che dovrebbero garantire lo sviluppo del Paese e che, invece, continuano a preservare solo i loro interessi. Nella canzone viene sottolineato l'abuso di potere, la mancanza di pudore di certa gente e questo evidente menefreghismo nei confronti, ad esempio, delle morti di mafia e, più in generale, del progressivo declinio del nostro Paese raffigurato magnificamente con la frase: "...Nel fango affonda lo stivale dei maiali...". L'autore, nel corso del brano, però tende convincersi che tutto questo possa cambiare nel futuro anche se chiude la canzone con una velata insinuazione sull'evolversi del proprio positivo prospetto, ovvero: "...La primavera intanto tarda ad arrivare...". Un testo stupendo che nel 1992 è stato premiato con la "Targa Tenco" come miglior brano dell'anno e, lo stesso album che arrivò a vendere oltre 250 mila copie, è stato indicato dalla critica del settore come il miglior disco dell'anno tramite un referendum promosso dalla rivista "Musica e Dischi". Nella versione spagnola dell'album, inoltre, la suddetta canzone tradotta in  "Pobre Patria" è stata firmata con lo pseudonimo di "El ultimo de la fila", ovvero, "L'ultimo della fila". Un capolavoro, quindi, che esprime tutta la grandezza autoriale di Battiato e, nello stesso tempo, ci fa capire come da allora nulla sia cambiato nella nostra politica e che, ieri come oggi, siamo ancora in attesa che "la primavera" si palesi.

 

 

 


 

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3 luglio 2021 6 03 /07 /luglio /2021 23:01

"Io nun piango" è uno dei brani più belli ed intensi di Franco Califano, straordinario autore recentemente scomparso. Incisa nell'album "Tac...!" del 1977, la canzone è dedicata all'amico poeta e cantautore Piero Ciampi che, tra l'altro, ha collaborato nella scrittura della parte musicale del brano insieme a Frank Del Giudice. Ciampi viveva un momento critico della sua carriera e fu, probabilmente, quella situazione tra declinio artistico, solitudine, abbandono e malattia ad ispirare Franco per questa struggente canzone. Piero Ciampi morì nel 1980 e, quindi, tre anni dopo la pubblicazione del brano. Il legame tra i due, però, è da trovare sia in alcuni vizi come l'alcolismo di cui Franco, però, non amando alcun tipo di dipendenza non ne è mai stato schiavo mentre Ciampi, a causa dell'alcool perse moglie, compagne e figli cosa successa, per diverse ragioni, anche a Califano sia per le difficoltà riscontrate in campo lavorativo. Due vite tormentata nel privato quanto nell'ambito professionale in cui, pur esprimendo talento puro, non hanno mai avuto vita facile. Tornando al brano, Califano, ha dichiarato sia di averlo dedicato all'amico Piero ma anche di averlo scritto pensando al padre Salvatore, componente dell'Esercito Italiano, morto prematuramente quando Franco era ancora un ragazzo. Ricordando queste persone, Califano, si rappresenta in modo apparentemente freddo verso la morte di una persona, sia essa per cause naturali o per suicidio, o verso lo scoppio di una guerra ma si mostra sensibile verso ciò che provoca tali situazioni ovvero la solitudine, l'abbandono, l'indifferenza del mondo e la cattiveria degli uomini. Rispetto a queste cose, Califano, riesce a versare lacrime vere cosa che, invece, evita di fare constatando la fine annunciata di destini già scritti. Un immenso Califano che piange sulle "...due vite violentate..." riferendosi alla sua e a quella di Ciampi non comprendendo come la cattiveria umana può arrivare ad annientare chi è più debole trovando campo fertile proprio nella loro spiccata sensibilità come nel caso dei due poeti Califano e Ciampi. Anche chi ha amato Franco, dopo la sua morte, ha probabilmente versato più lacrime per le ingustizie e la poca cosiderazione come grande artista avuta in vita che per la sua reale dipartita.

 

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