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  • Cronista per vari giornali locali e articolista on line da diversi anni in svariati argomenti.
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"...ma dentro i suoi occhi, un dolore profondo:

vedere il cammino, diverso del mondo,

la guerra e la gente, che cambia il suo cuore,

la verità che muore..."

Amedeo Minghi - Un uomo venuto da lontano

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22 luglio 2021 4 22 /07 /luglio /2021 23:01

"Via dei Martiri" è un brano inciso da Renato Zero nell'album "Tutti gli Zeri del mondo" del 2000 ed è stato composto dallo stesso artista romano insiema a Francesco Palmieri. L'album è una conseguenza dello show televisivo proposto dal cantautore ed è composto dai brani eseguiti live su Raiuno tra inediti e cover rielaborate. A fare da apripista al disco è "Tutti gli zeri del mondo" cantanta con Mina e la rielaborazione di "Tu si 'na cosa grande" di Domenico Modugno e Roberto Gigli ma anche la suddetta "Via dei Martiri" conquista fin da subito il pubblico e verrà presentata anche al Festivalbar. Il testo è un ulteriore omaggio agli "zeri" del mondo ovvero gli ultimi, i disadattati, gli emarginati. Tematica da sempre molto presente nella discografia di Zero che, in questo caso, immagina un ipotetico luogo dove queste persone vengono abbandonate al loro destino, un luogo lontano dal mondo reale, un luogo invisibile come invisibili sono le persone che ci vivono agli occhi di una società sempre più meschina e fasulla. La "Via dei Martiri" appunto, una valle di lacrime che però Zero vede come punto di partenza per ritrovare le proprie forze e la propria dignità per non arrendersi mai ad un destino beffardo. Pensare prima di tutto a se stessi, anche se può sembrare egoistico, è forse la prima misura per non farsi dimenticare dal mondo oltre al lavoro, al sacrificio, alla pazienza, alll'onestà, all'umiltà, ai veri valori insomma, che devono assumere un ruolo decisivo nel proprio cammino affinché si possano cogliere quelle opportunità che la vita ci offre. Inoltre, Zero, ci mette in guardia dalle facili illusioni, dalle invidie, dalle gelosie e dalle carezze ruffiane che incontreremo, prima o poi, nella nostra vita ma di credere sempre nella propria persona ed avere profonda stima del proprio essere puntando sulle nostre virtù per difendere ad ogni costo la nostra libertà. La fortuna aiuta gli audaci, recita un proverbio, ed è una delle chiavi di lettura di questo testo che offre, però, innumerevoli spunti di riflessione sul tema e ciò non può che non rappresentare un enorme pregio per un'offerta cantautoriale che sia degna di tale nome. Un capolavoro assoluto, quindi, reso immortale dalla magistrale interpretazione del suo autore: un Renato Zero in grandissima forma che ci ha regalato, con questo brano, l'ennesima pagina indimenticabile della sua immensa storia in musica e parole.     

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21 luglio 2021 3 21 /07 /luglio /2021 23:01

"Frankenstein" è uno dei capolavori nascosti di Marco Masini. Una di quelle canzoni che passano quasi inosservate dall'utenza di massa poichè mai molto pubblicizzate mediaticamente ma, allo stesso tempo, proprio questo tipo di brani spesso assumono un sapore particolare per i fans che hanno avuto la possibilità di potersene innamorare. Quasi come un tesoro nascosto o un qualcosa di riservato agli appassionati queste canzoni diventano quelle, di solito, più amate dai fans più affezionati soprattutto quando, come in questo caso, si ha a che fare con una vera e propria perla. Un testo magnifico composto da Masini con Giancarlo Bigazzi e Giuseppe Dati su di un sottofondo musicale sublime in cui si incastona a perfezione la graffiante e penetrante interpretazione del Masini dei tempi migliori. Brano da brividi pubblicato nell'album "Il cielo della vergine" del 1995 e, quindi, nella fase in cui Masini inizia ad avere i primi problemi dal punto di vista mediatico, preso di mira per i forti argomenti trattati e per un linguaggio crudo che racconta la realtà giovanile come pochi. Da "profeta generazionale" dei primi anni '90 Masini continua, con la sua mitica squadra di autori, a sfornare capolavori ma radio, tv e la stessa industria musicale per nome loschi figuri gli iniziano a remare contro per motivi personali, commericali o puramente d'invidia. All'artista viene affibiata l'etichetta da iettatore che lo porterà ad avere non pochi problemi nella propria carriera arrivando persino ad annunciare e mettere in atto un ritiro che fortunatamente durerà solo tre anni. Quella storia la conosciamo e sappiamo che Marco, a differenza di Mia Martini, ne è uscito con forza trovando nuovi stimoli per non darla vinta a certi personaggi. Tutto questo, però, ha inciso sulla strada artistica di Marco costretto a cambiare casa discografica, a sperimentare nuove sonorità, a provare a cambiare autori snaturando quella squadra irrangiungibile. Il rapporto con Bigazzi finisce e con gli anni si attenua anche quello con Dati che però, ha continuato a lavorare con Marco per alcuni brani mentre la presente offerta autoriale di Marco è legata al nome di Antonio Iammarino che ha già dato buoni frutti nell'ultimo disco. Nonostante i buoni risultati, però, è arduo pensare che Marco possa tornare ai livelli dei primi anni '90. Quella rabbia, quella grinta, quella forza di sbattere in faccia la realtà si è, con gli anni, un po' ammorbidita ed esce fuori solo a sprazzi. In ogni caso, oggi, Masini, resta comunque tra i pochi reduci di quel cantautorato di qualità sempre più raro. Tornado, però, al brano il testo vede il protagonista incoraggiare un amico malato finito in ospedale dopo una adolescenza non facile in cui era spesso preso di mira per la sua sensibilità, i suoi difetti fisici e la sua ingenua bontà. Si trattano, quindi, i temi dell'amicizia, del bullissimo, dell'emarginazione sociale, della solitudine dei malati, della bellezza dell'animo non carpita da un amore perduto che badava solo all'aspetto esteriore, dell'importanza dello studio perché non c'è peggiore malattia dell'ignoranza, della forza di volontà per credere di poter tornare alla vita. Tanti spunti di riflessione espressi in rabbia e poesia nati, purtroppo, da una storia vera e cioè dalla triste vicenda di un giovane fans di Masini colpito fatalmente dalla leucemia nei primi anni '90. Un pezzo da riascoltare di tanto in tanto per riflettere nella maniera giusta su questi temi e da riscoprire per chi, fino ad oggi, non ha avuto la fortuna di ascoltarlo.           

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20 luglio 2021 2 20 /07 /luglio /2021 23:01

"'O pate" è uno dei brani più belli e intensi della discografia di Nino D'Angelo. Dedicato alla figura del padre in generale, il brano, è un omaggio particolare al proprio padre Antonio, deceduto a sessantasei anni dopo una vita da umile lavoratore dedito al sacrificio per il bene di una famiglia numerosa in un contesto di povertà e di difficoltà. Nella San Pietro a Patierno degli anni dell'adolescenza di Nino, quest'uomo, ha saputo crescere, come tanti uomini comuni, i propri figli con i veri valori della vita pur confrontandosi ogni giorno con le "trappole" di un luogo popolare e, spesso soggetto, ad espedienti di ogni genere per tirare a campare. La malavita, Nino e la sua famiglia, l'hanno vista da vicina ma grazie ad un padre ed una madre (Emilia) così, sono riusciti a non cadere nella tentazione di farne parte ed è certo che quei soldi facili avrebbero fatto molto comodo a quella umile famiglia. Nel testo, scritto da D'Angelo e arrangiato da Nuccio Tortora, si leggono tutti quegli insegnamenti che un padre in genere, e specialmente al sud, riesce a trasmettere al figlio senza nemmeno l'uso della parola: un ghigno, una smorfia, un comportamento o un silenzio, spesso riescono a penetrare molto più di ogni parola. Quelle lezioni Nino le ha assorbite e con questa canzone, incisa nell'album "'O schiavo e 'o rre" del 2003, lo ringrazia anche se ormai il padre non può più ascoltarlo. Probabilmente Nino, da padre, avrà utilizzato lo stesso modo taciturno per infondere gli stessi fondamentali messaggi ai loro figli. Uno di questi, inoltre, Toni, che prende il nome proprio dal nonno, ha girato il videoclip del brano essendo un regista emergente molto promettente. L'artista, quindi, dipinge un uomo popolare che è il fortino della propria famiglia costretto ad essere forte anche se non lo è di natura ed a nascondere il dolore dietro ad un sorriso di circostanza; Determinato a trovare un po' di sole per la sua casa anche quando il sole non c'è e ad accompagnare i propri figli lungo le difficoltà della vita anche quando è assente: una pacca sulla spalla ed una raccomandazione appena sussurrata tra i denti può bastare per sentirlo sempre al proprio fianco. Il brano, quindi, è da considerare uno dei punti più alti del percorso artistico di D'Angelo che, nonostante le leggi del mercato, ha scelto la strada della qualità e del proprio libero pensiero pagando, ad esempio con l'uso del dialetto, una totale assenza dalle radio nazionali ormai ingabbiate in logiche di playlist che mirano solo al profitto commerciale e ad interessi economici. Nino a tutto questo non ha mai dato peso e proseguendo in un percorso di crescita che lo ha portato a livelli altissimi continua ad emozionare la sua nicchia con perle di vera musica napoletana di qualità di cui è, ormai, uno dei pochi se non l'unico reale esponente attuale.      

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19 luglio 2021 1 19 /07 /luglio /2021 23:01

"Chiedi chi erano i Beatles" è uno dei fiori all'occhiello della lunga storia musicale degli Stadio. Passato un po' in sordina nel 1984, quando venne pubblicato nell'omonimo loro primo Ep, il brano venne ripreso da Gianni Morandi nel mitico doppio album e tour realizzato con Lucio Dalla "Dalla-Morandi" del 1988 e portato nei posti alti delle classifiche italiane. La canzone fu scritta da Roberto Roversi, che si firma per l'occasione Norisso, e musicata da Gaetano Curreri, leader e mente del gruppo. Roversi, scomparso recentemente, si è reso quindi fondamentale per il boom degli Stadio allo stesso modo come avvenne per la ricca e prodigiosa fase cantautorale dello stesso Lucio Dalla negli anni '70. Dalla, infatti, aveva in Roversi il suo fedele poeta per le sue composizioni e questo connubbio ha scaturito alcune delle pagine più belle della musica italiana. Una di queste perle, però, Roberto Roversi, l'ha messa a disposizione di Curreri e ne è nato un altro capolavoro che, col tempo, è diventato un simbolo per lo storico gruppo che per anni accompagnava Lucio Dalla nei suoi concerti prima di intraprendere la loro strada. "Chiedi chi erano i Beatles" è un confronto generazionale che si svolge tra le emozioni ed i ricordi di chi ha vissuto quell'epoca rivoluzionaria per la musica e per la società civile e le ovvie perplessità di una bambina che non può essere a conoscenza di cosa hanno significato i Beatles nel mondo. Tra metafore e pensieri poetici il protagonista rievoca tutte quelle sensazioni di Europa in trasformazione sotto le note dei ragazzi di Liverpool e invita la bambina ad informarsi sul quel modo di fare musica, su quel modo di approcciarsi alla vita e di vivere il proprio tempo che aveva contraddistinto quell'epoca. L'insufficenza con la quale la quindicenne pensi che in fondo che i Beatles fossero solo una band come tante non essendosi ancora affacciata del tutto nella vita incoraggia il protagonista a spronarla a chiedere in giro chi erano questi Beatles e, allo stesso tempo, spinge la ragazzina a conoscere il mondo e crearsi un proprio pensiero per essere, in qualche modo, padrona del proprio mondo oltre che rispettare chi, prima di lei, ne ha scritto la storia. Un gran pezzo, quindi, nato dalla penna di un grande poeta del nostro tempo e reso una perla musicale da quei formidabili professionisti capitanati da Gaetano Curreri.    

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18 luglio 2021 7 18 /07 /luglio /2021 23:01

"Costruire" è uno dei brani più rappresentativi di Niccolò Fabi ed anche uno dei più amati dai suoi fans. In questo brano, infatti, viene fuori tutta la grande capacità cantautoriale di un artista tra i più affascinanti dell'attuale panorama italiano. La canzone è inserita nell'album "Novo Mesto" del 2006 ma è stata lanciata come singolo nell'inverno del 2005. L'album, che prende il nome dalla città slovena dove è stato realizzato, rievoca già dal titolo il tema della malinconia ed otterrà ottimi riscontri di pubblico e critica. Il testo affronta la bellezza e la grandezza del costruire con, sacrificio e tenacia, tutto ciò che si mette in atto nella vita giorno dopo giorno. Si parla, quindi, di tutto ciò che c'è tra l'inizio e la conclusione di ogni piccola o grande avventura. Si susseguono, dunque, esempi dimostrando come ci si ricorda spesso, in ogni cosa, solo l'inizio e la fine dimenticando erroneamente tutto ciò che nel mezzo è stato fondamentale per arrivare a quella conclusione. Si ricorda, ad esempio, il debutto artistico e la teatrale uscita di scena, l'odore di un nuovo libro o di un regalo da scartare ma anche il sipario di un tramonto o l'ultimo bicchiere ma si tralascia ciò che c'è tra l'attesa ed il suo compimento o tra il primo tema e il testamento. Un concetto originale e particolarmente poetico espresso in maniera curata da un artista raffinato e non omologato a quella musica di massa senza anima ne contenuti che è tanto sostenuta dal mercato discografico e dai media per motivi prettamente economici. Nonostante ciò, però, Fabi continua con merito a raccogliere consensi attraverso la qualità ed è sicuramente il successo più bello e più gratificante per un cantautore.

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17 luglio 2021 6 17 /07 /luglio /2021 23:01

"Ho voglia di innamorarmi" è uno dei successi più noti dal punto di vista commerciale di Francesco Baccini anche se è uno di quei pezzi darà il via ad una fase più intimista e riflessiva del cantautore genovese. L'artista, infatti, per l'album "Nudo" del 1993, che contiene il suddetto brano, tralascia un po' la goliardia che aveva segnato i suoi primi successi per un approccio più cantautorale ispirato ai suoi grandi maestri conterranei Fabrizio De André e Luigi Tenco, di cui è un po' l'erede artistico. Baccini, come sottolinea il titolo del disco, si mette a nudo e presenta la sua natura introversa e sensibile non escludendo però il solito sarcasmo e le sonorità blues che fanno parte dell'indole primitiva dell'uomo Francesco e dell'artista Baccini. In "Ho voglia di innamorarmi", Baccini, canta il desiderio di rimettersi in gioco e di ricercare nuove emozioni dalle tinte forti al fine di dare una scossa ad un quotidiano monotono e fin troppo tranquillo. L'autore, quindi, sio augura di tornare a preoccuparsi per amore, di dormire sulle scale, di riuscire ancora a soffrire come un cane per un'altra persona, di tornare a nascondersi tra le persone al suo passaggio senza trovare il coraggio di dire una sola parola per poi tornare a casa e poterla sognare ancora. Tutte immagini che rappresentano alcuni dei momenti più intensi e forse più complicati che possono succedersi in una vera storia d'amore che il protagonista è pronto a rivivere con intensità per riprovare quelle continue scosse emotive ed emozionali che provoca un sentimento profondo e sincero. Si nota, dunque, in questo testo la grande attitudine cantautoriale di Baccini a tratti un po' nascosta nelle sue produzioni più leggere. Questo cambio di rotta o il diverso impatto su di un pubblico abituato ad un Baccini diverso lo premia inizialmente per poi creagli non pochi problemi sia dal punto di vista commericale che discografico. Iniziano, infatti, alle soglie del 2000 internamente alla sua casa discografica i primi dissapori e la progressiva difficoltà che Baccini riscontrerà negli anni successi per la pubblicazioni di nuovi lavori. Fortunatamente la qualità ha sempre la meglio e l'artista troverà sempre il modo di riproporsi e di reinventarsi non perdendo mai il suo stile ed il suo carattere "ostinato e contrario", per citare uno dei suoi maestri. D'altro canto, un'artista dall'indiscusso talento autoriale, figlio di una grande scuola cantautoriale, che propone una linea musicale del tutto personale, originale e priva di banalità è sempre meglio preservarlo in un panorama italiano sempre più povero in tal senso.       

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16 luglio 2021 5 16 /07 /luglio /2021 23:01

"La lontananza" è uno dei classici della musica italiana ed è anche stato uno dei più grandi successi di Domenico Modugno. Pubblicata nel 1970 in un 45 giri insieme a "Ti amo, amo te" la canzone è stata scritta, per il testo, da Enrica Bonaccorti che Modugno conobbe durante lo spettacolo teatrale "Mi è caduta una ragazza nel piatto". La Bonaccorti ricevette una lettera dal suo ragazzo e leggendola a Modugno, l'artista, carpì subito la forza di quel messaggio e la trasformò in una canzone che sarebbe passata alla storia. Non tutti, però, la pensavano così: due anni prima, infatti, nel 1968 il brano venne proposto per il Festival di Sanremo ma la commissione preposta alla selezione lo bocciò. A capo di quella commissione c'era Renzo Arbore che, resosi conto, del grande errore, invitò Modugno alla sua trasmissione "Speciale per voi". La canzone venne così presentata al Cantagiro del 1970 ed ebbe subito un forte impatto sul pubblico e sulla critica permettendo a Modugno di tornare in cima alle classifiche, cosa che non accadeva dal 1966. Il brano venne anche inserito nella colonna sonora del film "Il maschio ruspante" del 1972 dove era presente anche la Bonaccorti. Il testo che, in uno dei versi più celebri e centrali, paragona la lontananza al vento poichè spegne i fuochi piccoli ed accende quelli grandi, parla di un amore tormentato dalla distanza e del logoramento del protagonista che si rende conto di non aver compreso l'importanza di quella storia e promette di tornare da quella donna che solo la lontananza gli ha fatto apprezzare. Un bel testo enfatizzato dalla solita grande personalità e cifra interpretativa di Modugno che esalta la canzone in ogni suo aspetto rendendola immortale. Negli anni, poi, si faranno tante cover di questo brano in diverse lingue e si cimenteranno nell'esecuzione anche Mina, nel 2001 per l'album omaggio a Modugno "Sconcerto", utilizzando la bossa nova per la sua rilettura ed Emma Marrone, più recentemente, nel 2010 per l'album "A me piace così". Un grande successo, quindi, che nonostante l'iniziale bocciatura è diventato un evergreen della musica sia in Italia che all'estero.

 

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15 luglio 2021 4 15 /07 /luglio /2021 23:01

"L'appuntamento" è un classico della musica italiana che nasca dalla traduzione in italiano di un brano di musica brasiliana dal titolo "Sentado à Beira do Caminho" scritta da Roberto Carlos Braga, in arte Roberto Carlos e da Erasmo Carlos, all'anagrafe Erasmo Esteves, ritenuti in Italia erroneamente fratelli, e pubblicata per la prima volta nel 1969 ed a sua volta ispirata al brano "Honey (I miss you)" scritta da Bobby Russell e interpretata da Bobby Goldsboro nel 1968. Il brano arriva presto in Italia nella versione brasiliana interpreta da Mina nel 1970 per l'album "Mina canta o Brasil" per poi essere adattata all'italiano da Bruno Lauzi. Il brano in italiano è snobbato da Mina che lo interpreterà solo successivamente mentre viene accolto da Ornella Vanoni che ne farà il suo cavallo di battaglia fin dal 1970 dove lo presenta alla Mostra Internazionale di Musica Leggera di Venezia vincendo la "Gondola d'oro" e pubblicandolo come inedito nella raccolta "Appuntamento con Ornella Vanoni" sempre nel 1970. La canzone poi farà da sigla alla trasmissione "Gran Varietà" e verrà utilizzata dalla Vanoni per la gara di "Canzonissima" ottenendo, quindi, subito una gran popolarità. Il testo del brano, in italiano come nella versione originale, parla di una vana attesa di una donna che accetta un appuntamento di uomo che, però, non arriverà mai. La protagonista giudica, fin dall'inizio del brano, un errore aver accettato quell'invito ma è convinta allo stesso tempo che, in una vita sentimentale non molto fortunata, un errore in più non conterà più di tanto nella sua vita. La donna è tanto presa dal desiderio di rivedere quell'uomo che già lo chiama amore e lo attende con ansia tra le lacrime di una, ormai palese, nuova delusione e la speranza di vederlo, da un momento all'altro, spuntare in lontananza. Dopo la lunga attesa, la donna, arriva persino a chiedere perdono per non aver resistito ancora del tempo ad aspettare e se ne torna nella sua triste vita resa ancor più inutile e inesistente dal mancato arrivo di quell'uomo che forse rappresentava la sua ultima speranza di rivalsa. La conclusione, inoltre, del brano: "...Adesso per sempre non esisto, non esisto..." paventa anche l'idea di un finale ulteriormente tragico. Non un brano allegro, quindi, in pieno stile brasiliano dell'epoca ma che risulta, anche nella versione di Lauzi, una canzone molto significativa ed emozionante che rispecchia l'anima di tante donne abbandonate e prive di speranza nel campo sentimentale. Proprio questo aspetto, oltre alla raffinata interpretazione regalata dalla Vanoni, sta alla base di questo successo immortale che ha fatto la fortuna dell'artista e forse ha portato qualche piccolo rimpianto anche a Mina per averla inzialmente snobbata pur essendo la prima ad averla proposta in Italia. Nel 2006, inoltre, il brano è stato riproposto da uno degli autori originali, ovvero, Roberto Carlos accompagnato da Andrea Bocelli mantre la stessa Vanoni lo ha ricantato in spagnolo nel 1972 con il titolo "Sentado a la vera del camino" per la raccolta destinata al mercato iberico "Lo mejor de Ornella Vanoni". Nel corso degli anni, però, sono state tante le versioni prodotte del brano in diverse lingue e con vari arrangiamenti musicali confermando la forza di un successo senza tempo che, almeno in Italia, rimarrà per sempre il fiore all'occhiello della lunga e ricca storia discografica di Ornella Vanoni. 

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14 luglio 2021 3 14 /07 /luglio /2021 23:01

"Senza voce" è uno dei brani più belli della ricca discografia di Enzo Gragnaniello, uno dei pochi artisti che riesce a mantenere viva la canzone napoletana classica. "Senza voce" è una canzone del 1991 pubblicato nell'album "Veleno, mare e ammore" e parla di un uomo che ha ancora voglia di vivere quei momenti di intimità con la sua donna in cui le parole non servono ma basta la voce dell'amore. L'uomo desidera di riassaporare quelle sensazioni e chiede alla compagna di "lasciare a terra la croce" e cioè di mettere da parte quei problemi e quelle incomprensioni che stanno creando presumibilmente delle difficoltà nella loro vita di coppia e che li hanno portati a non vivere più in armonia. Il protagonista, infatti, ha voglia di tornare a ridere con lei senza più tormenti aspettando che il tempo li aiuti a dimenticare completamente i loro problemi. L'uomo, quindi, chiede alla donna di accantonare l'orgoglio e con esso tutte quelle parole che, in momenti di nervosisimo, fanno solo male al cuore lasciando, invece, campo libero all'amore ed alla sua silente ma penetrante voce. Un capolavoro assoluto, quindi, sia per il testo in cui Gragnaniello rappresenta ancora una volta la sua innata sensibilità e la sua immensa bravura nell'esprimere al meglio le sensazioni dell'animo umano che per l'interpretazione con la quale l'artista riesce a trasmettere il messaggio del brano con grande maestria grazie al suo inconfondibile stile viscerale che penetra con garbo e passionalità nella mente e nel cuore di chi ascolta. Un artista vero, dunque, che ha dato tanto alla musica italiana ed a quella napoletana di qualità senza ricevere, spesso, l'adeguato appoggio dei maggiori media nazionali.

 

Altro su:

Enzo Gragnaniello

 

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13 luglio 2021 2 13 /07 /luglio /2021 23:01

"L'amore rubato" è un brano molto crudo sul tema della violenza sessuale scritto e presentato al Festival di Sanremo del 1988 da Luca Barbarossa in un periodo storico dove i cantautori mostravano più coraggio nell'esporre temi difficili vista anche una società ancora poco aperta a parlare liberamente di certi temi che rappresentavano ancora un tabù. L'arte e la musica, però, possono arrivare lontano e anche una semplice canzone può avere una importanza fondamentale nella testa di un popolo di massa guidato alla conoscenza, talvolta, più dalla tv e dalla musica che dai canonici percorsi scolastici. Barbarossa, come altri importanti cantautori italiani, mostra coraggio nel portare un tema così delicato nella trasmissione più importante e seguita della televisione italiana e ottiene un ottimo riscontro sia dalla critica che dal pubblico. In classifica arriva terzo dietro l'eterno secondo Toto Cutugno che canta "Emozioni" e dietro l'inevitabile trionfo della sempre verde "Perdere l'amore" di Massimo Ranieri ma, al terzo anno consecutivo a Sanremo, Barbarossa ottiene la sua vittoria con la sola consapevolezza di aver sensibilizzato l'opinione pubblica su di un tema così importante. Ancora oggi, infatti, la violenza sulle donne, è all'ordine del giorno e tv e giornali non fanno che denunciare orribili avvenimenti giorno dopo giorno ma, come hanno insegnato Barbarossa e i suoi colleghi, almeno se ne parla e non si finge che questa piaga non esista. La società si evolve ma, taluni problemi, restano ed è sempre importante dar spazio e merito a chi ha il coraggio di parlarne e denunciare. Inoltre, durante la serata finale dello stesso Festival, Barbarossa riceve i complimenti in diretta, tramite un telegramma, da parte di Dario Fo e Franca Rame. Il brano è arrangiato dal maestro Pinuccio Pirazzoli e verrà pubblicato su 45 giri insieme a "Vivo" con la quale, tra l'altro, partecipa all'Eurovision Song Contest cambiandone il titolo i "Ti scrivo", oltre che nel terzo album dell'artista "Non tutti gli uomini" sempre del 1988. Il testo del brano, come detto, è molto crudo perchè parla di un atto di violenza subito da una ragazza a cui viene spezzato il sogno di vivere lo stesso atto solo per grande amore. "La ragazza non immaginava che anche quello fosse amore..." o "...La ragazza non immaginava che così forte fosse il dolore..." sono alcuni tratti molto significativi delle sensazioni immaginate dalla sensibilità del cantautore per questo tragico contesto in cui "...come un fiore che è stato spezzato così l'amore le avevan rubato...". Un testo profondo, quindi, che va riascoltato spesso per capire fino in fondo cosa una donna può provare in queste situazioni e per denunciare sempre ogni simile comportamento fin dalla prima, talvolta apparentemente insignificante, avvisaglia affinchè questa piaga possa essere definitivamente debellata in una società che si considera civile.

 

 
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