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"...La noia è come il blues: ti fa pensare a dio,

 leggera come un gas che penetra il tuo io;

 La noia è nostalgia di un posto che non c'è,

 è voglia di andar via da tutti e anche da te..."

 

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13 giugno 2020 6 13 /06 /giugno /2020 23:01

"La razza in estinzione" è un grande brano di  Giorgio Gaber, Gaberscik all'anagrafe, scritto con il fedele collaboratore Sandro Luporini e pubblicato nell'album "La mia generazione ha perso" del 2001. Questo disco è il primo, dopo ben 14 anni, realizzato in studio di registrazione e sarà il penultimo prima della scomparsa dell'artista avvenuta nel 2003. Il titolo dell'album arriva proprio dal tema centrale della suddetta canzone in cui, gli autori, osservano con sguardo malinconico la società attuale e certificano, senza troppi giri di parole, la sconfitta della propria generazione e, quindi, del modo di vivere e concepire la realtà nei più svariati aspetti. Principalmente, nel brano, si fa riferimento alla perdita degli ideali da parte della gioventù moderna che pare non abbia più alcun riferimento etico ne, tantomeno, delle proprie individualità. La libertà di pensiero e la volontà di lottare per quelle stesse idee sono valori che sono andati perduti mentre, ai tempi raccontati da Gaber, erano le leve principali che guidavano il mondo e la sua popolazione attraverso lotte che hanno portato a storiche ed importanti vittorie sociali. Oggi tutto questo è stato sconfitto dal conformismo che ha ridotto la comunità degli individui ad unica ed apatica massa indistinta dove tutti seguono i medesimi modelli calpestando la propria personale visione del mondo e delle cose. Nella canzone non vengono dimenticati comportamenti ipocriti o moralisti che hanno spesso un ruolo importarte nella mediocre società attuale. Gaber, ad esempio, mostra il suo disgusto verso chi fa della solidarietà una professione speculando su malati, tossici o disabili. L'autore mostra, inoltre, la totale apertura alle diversità ma non ammette che delle stesse vengano fatte esbizioni che vanno a minare la tanto inneggiata normalità. Non manca, poi, un risentimento per il modo in cui si diffonde e si promuove la cultura attraverso le fantasiose riforme della scuola o attraverso una culura di massa promossa dai canali mediatici. In questa rappresentazione dell'odierna società non mancano riferimenti agli errori commessi dalla politica e dalla Chiesa che sono tutt'altro che esenti da colpe. Una visione dettagliata, quindi, nei vari aspetti della nostra società dove tornano con rammarico i ricordi di quelle piazze gremite di giovani appassionati convinti di poter cambiare il mondo con la sola forza delle idee. Un ritratto crudo dove esce con rassegnazione l'unica onesta e possibile conclusione espressa da un Gaber in grande forma: "...Possiamo raccontarlo ai figli senza alcun rimorso ma la mia generazione ha perso...". Un capolavoro assoluto frutto di uno storico sodalizio della musica cantautoriale italiana come Gaber-Luporini in uno dei periodi più intensi del loro percorso artistico.

 

 

 


 

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Giorgio Gaber

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