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16 febbraio 2015 1 16 /02 /febbraio /2015 00:01
Sanremo 2015: Quel che rimane di questa edizione

Chiuso il primo Festival di Sanremo targato Conti si possono tirare le somme su ciò che si è visto all'Ariston in questo 2015. Vittoria annunciata de Il Volo nonostante la pochezza di un testo che è un po' il filo conduttore dell'intera proposta musicale di questa edizione. Che siano bravi è fuori dubbio ma la loro offerta è un qualcosa di fuori mercato e fuori tempo giusto, appunto, per il loro target più estero che nazionale. Propongono il bel canto ormai passato in Italia e torneranno presto a calcare con successo i palchi esteri con l'ennesimo volano, la vittoria del Festival, che era quasi un qualcosa di dovuto per un industria discografica ed i loro uomini di potere che hanno investito molto su questa macchina perfetta. Inoltre, quest'anno, i vincitori di Sanremo rappresenteranno l'Italia all'Eurovision Song Contest di Vienna ed Il Volo sono sicuramente i più idonei sotto questo punto di vista attraverso questo pomposo ed ultra tradizionale brano di un Italia d'altri tempi. Vittoria, quindi, prevista da molti ed anche da me su questo blog dove, tra l'altro, ho indicato con successo anche il secondo ed il terzo classificato della categoria Big con due serate d'anticipo. Tutto, insomma, secondo previsioni. Banalità in larga scala, assenza quasi totale di grandi autori e presenze inadatte e fuori luogo che sono frutto di scelte discografiche molto discutibili a cui Conti, forse, non ha potuto sottrarsi. Un Moreno capace solo di autocelebrarsi senza un minimo di talento compositivo, tre proposte scritte da Francesco Silvestre, leggersi Kekko dei Modà, che hanno portato forse al definitvo oblio di Anna Tatangelo, alla bocciatura sul nascere di Bianca Atzei ed all'ennesima cattiva scelta in tema d'autori di un'interprete promettente come Annalisa che, andando di questo passo rischia di fare la stessa fine della Tatangelo. Deludente anche Lara Fabian, giustamente eliminata per una canzone da film Disney. D'altro canto una presenza straniera nel Festival della Canzone Italiana che non porta qualità non è la migliore scelta se non, come si faceva un tempo, in coppia con un esponente italiano. Brave ma poco originali nelle loro proposte Chiara e Nina Zilli. Discutibili poi le presenze dal mondo dello spettacolo di Biggio e Mandelli e della coppia Coruzzi-Di Michele. I primi scandalosamente modesti e per nulla incisivi fanno rimpiangere i tempi in cui ad assumere questo ruolo su quel palco sono stati gente come Alberto Sordi, Giorgio Faletti, Gigi Proietti, ecc mentre i secondi, nonostante il miglior testo della manifestazione, non sono riusciti a superare i pregiudizi che gli ha precluso un probabile Premio della Critica. Premio che è andato,invece, con pieno con merito a Malika Ayane, come sempre sublime ed elegante che ha regalato poesia grazie anche all'apporto di un professionista della musica come Pacifico. Oltre Malika c'è da sottolineare la ventata di qualità offerta dai reduci degli anni '90 ed in primis Marco Masini, in gran forma vocale ha scelto di cambiare gli autori storici per questa avventura offrendo una tematica importante già affrontata negli anni migliori in modo certamente più crudo e poetico. Oggi si pone in maniera più pop e leggera dal punto di vista autoriale per trascorrere forse in modo più sereno un presente discografico dopo un passato da profeta anticonformista. La "tregua del leone" consentirà ai giovani di conoscere un artista mai banale, di grande qualità vocale ed interpretativa ma non può bastare a chi ha vissuto ed amato un artista estraneo alla massa. Seppur con queste limitazioni, Masini, ha messo in evidenza in maniera palese l'enorme differenza che c'è tra i veri artisti e quelli che, non solo per colpa loro, vengono catapultati su di un palco più grandi loro facendo tornare l'interrogativo del perché i FragolaDear Jack o i Nesli di turno non debbano fare il loro cammino iniziando dai Giovani come insegna la storia del Festival invece di rischiare di essere bruciati tra Campioni di tutt'altro spessore. Dei tre, a mio parere, solo Nesli ha dimostrato di poterci stare e sicuramente è un artista che si farà. Gli altri ad evidenziare questo divario sono gli altri figli degli anni '90 Grignani (testo e tamatica interessanti, buono anche il sound e il suo solito marchio vocale ed interpretativo) , Britti (ottimo musicista, non dà peso alla tecnica vocale ma trasmette bene il contentuo con un pezzo intimista perfetto per le sue corde), Nek (solito buon sound, non originalissimo e testo un po' banale ma in linea con la sua storia musicale di pop commericale e radiofonico), Grandi (un Irene matura che perde un po' in grinta con un brano intimista dai ritmi più lenti rispetto al suo passato ma che pone al pubblico sempre con grande qualità e stile) sono gente hanno dimostrato, pur non offrendo il meglio delle loro capacità, di avere quel qualcosa in più che solo l'esperienza e tanti anni di successi possono portare. Stesso discorso per Raf che è stato evidentemente penalizzato da una broncopolmonite che lo ha accompagnato durante tutta la kermesse ma che comunque ha espresso, anche se non con il suo miglior pezzo, come significa scrivere l'amore con qualità. Questi nomi pongono anche la questione relativa ai "Superospiti" italiani che andrebbero banditi per il solo fatto che, rispetto ai citati professionisti in gara, non hanno nulla di più anzi, forse, manca loro il coraggio di mettersi in gioco. L'unico plauso, in tema di artisti della canzone italiana ospiti va fatto ad Enrico Ruggeri che, senza troppi proclami ed in punta di piedi, ha regalato alla platea dell'Ariston un magico omaggio in musica e poesia a Giorgio Gaber, Enzo Jannacci e Giorgio Faletti con la sua inedita "Tre Signori". Ruggeri doveva essere in gara con questo pezzo per poi dover rinunciare last minute per impegni professionali ed è stato un vero peccato non averlo avuto in tutte le serate. Queste, quindi, le cose migliori anche se è chiaramente mancato il capolavoro (forse lo era proprio quella fuori gara di Ruggeri) e non sono così sicuro che, tra i tanti artisti esclusi da questo Festival, non ci fosse qualche proposta migliore. Per ciò che riguarda i comici bene Virginia RaffaeleGiorgio Panariello e, solo in parte, Luca & Paolo. Mediocri gli altri a parte la vera sorpresa, per chi non lo conosceva, Rocco Tanica: persona intelligente, grande autore di musica e capace di una comicità pungente e mai banale. Emma e Arisa erano fuori posto, lo si sapeva ed hanno fatto ciò che potevano, Rocio, invece, un fantasma. Buone, infine, le Nuove Proposte: tutto bene con qualche dubbio su di un trionfo firmato più dal potere di Caterina Caselli che da un Giovanni Caccamo, autore interessante ma non particolarmente con il brano in questione. Forse meritava qualcosa in più Amara, a dir poco perfetta e gli sprizzanti KuTso. Per il futuro, quindi, ci si augura una maggiore accuratezza nella scelta delle canzoni in cui deve prevalere la qualità delle stesse e non il peso mediatico e discografico dei loro interpreti. Solo così la musica italiana può avere dei riscontri a lungo termine mentre i brani "usa e getta" come quelli presentati quest'anno avranno vita breve. Tra una settimana saranno già dimenticate quasi per la totalità figuriamoci con il passare degli anni. La serata delle cover avrà significato pure qualcosa ed è da lì che si deve ripartire al di là del conduttore che sarà scelto poiché, a quanto pare, lo stesso anche se investito del ruolo di direttore artistico non pare avere lo stesso potere decisionale che, ad esempio, aveva Baudo ai suoi tempi. Proprio il paragone con Baudo, quindi, non coincide con il Festival di Conti a cui più volte è stato avvicinato. Nulla da dire sotto il punto di vista della conduzione, lì si che Conti si avvicina a Baudo ma non certo dal punto di vista delle canzoni. Baudo non aveva preclusioni ma valutava le canzoni al di là dell'età degli artisti mentre Conti si è volutamente fermato agli anni '90, forse non considerando nemmeno le proposte di artisti o autori più datati che anche attraverso interpreti contemporanei e "radiofonici" avrebbero potuto portare una qualità diversa al Festival. Il "Tutti cantano Sanremo", quindi, utilizzato come motto di questo Festival è facile ipotizzare che si trasformerà presto in: "Tutti dimenticano Sanremo" almeno questo Sanremo, sia chiaro.  

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Published by Marco Liberti - in Musica Italiana
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